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Susanna Parigi

Caro m’è il sonno

Il titolo Caro m’è il sonno è tratto da una rima di Michelangelo in cui l’autore dichiara di preferire dormire, o addirittura trasformarsi in un sasso, piuttosto che vedere e sentire il mondo circostante, con la sua miseria. Allo stesso modo Susanna Parigi in questo disco esprime una netta alterità tra sé stessa e ciò che le sta intorno, tra una personalità che ha bisogno di tempi dilatati e una società che invece passa rapida, ignara. La cantautrice paragona sé stessa a elementi come ghiaccio, pietra, sasso; oggetti inermi, opposti a una vita che scorre ineluttabile, inafferrabile e se ne va “senza neanche farti un saluto” (Ferma).

Il disagio verso la società attuale è evidente anche in altri brani (Forse è possibile, Senza terra) in cui alla ‘religione del successo’, alla ‘pantomima del vincente’, all’’isteria dell’efficienza’ si preferisce dare attenzione agli imperfetti, ai perdenti, agli ultimi, che rifiutano la prosopopea dell’era attuale per vivere una vita di essenzialità.

 

L’uomo che trema mette poi in evidenza e un po’ in ridicolo le paure che gli uomini e le donne contemporanei sono spinti a provare per qualunque cosa, dai batteri agli attentati terroristici. La paura non solo ci blocca, ma ci trasforma anche in un branco di esseri manipolabili, impedendoci il controllo sulle nostre vite (“Noi non controlliamo niente, no”). L’episodio più cupo del disco è forse il testo di Io sono il meno. Il meno è qui la negazione di qualunque possibilità di crescita, di ricchezza interiore, è quell’abisso che ci portiamo dentro e che spesso ci risucchia nel suo buco nero fatto di assenza di luce e di speranza.

Per non soccombere a una condizione così fosca, si deve necessariamente tornare a ciò che è davvero importante (Forse è possibile). E in questo senso il disco indica almeno altre due strade da percorrere. La prima è l’ironia, con la sua capacità di innalzarsi al di sopra delle miserie umane, elemento che ha sempre caratterizzato la scrittura di Susanna Parigi e che anche qui troviamo disseminata qua e là nel disco per poi irrompere in Oh mio Dio le lezioni di canto; l’altra strada è quella, più faticosa ma anche più appagante, di afferrarsi al miracolo della quotidianità (“nonostante ogni previsione siamo ancora qui a navigare”), riscoprire la preziosità di una vita in cui ogni minuto è un regalo da vivere con intensità, una sorta di tempo supplementare concesso e da non sprecare (5% di Grazia).

In generale, nei testi di Caro m’è il sonno la scrittura della Parigi è scarna e non cede alla tentazione cerebrale di qualche episodio dei lavori precedenti. Un esempio di ciò è Tu fuori io dentro, che affronta il tema dell’ingiustizia sociale descrivendo in modo prosastico un episodio di vita vissuta: un immigrato senza biglietto viene fatto scendere da un tram e se ne va remissivo, sotto la pioggia, nell’indifferenza generale dei passeggeri, compreso l’io narrante, che, tuttavia, non potrà più toglierselo dalla mente. Qui la denuncia non assume toni indignati o militanti, bensì scaturisce dall’empatia e dalla capacità di vedere il mondo senza condizionamenti. Ci insegnano ad avere paura di certa gente, ma poi, ci si chiede alla fine: che paura può fare uno che non ha neanche l’ombrello? In questa canzone come altrove, l’autrice non offre soluzioni all’ascoltatore, ma anzi si mette a nudo con le sue incertezze. Non a caso nel disco abbondano domande ed espressioni dubitative come “forse”, “non so”, “non riesco ad esprimere un concetto”, “non dico niente”, in un atteggiamento antiretorico che suscita il coinvolgimento emotivo di chi ascolta.

 

Susanna Parigi è un’artista che ha sempre fatto della sincerità una sua cifra stilistica e in questo album ci piace rimarcare che la sua scrittura si fa particolarmente asciutta e risulta disarmante nel suo colpire direttamente il bersaglio, senza giri di parole. Anche nel modo di cantare, l’urgenza del dire supera la volontà di piacere e di stupire. Qui Susanna non dà quasi mai sfoggio della sua voce sopranile potente ed educata, ma anzi predilige i toni gravi e a volte persino il sussurro, aggiungendo sfumature e calore al suo timbro, come se le canzoni fossero una confidenza, delle pagine di un diario. A questo effetto contribuiscono certamente arrangiamenti ben riusciti, sobri e minimali, con predilezione per il suono acustico (un plauso speciale merita il lavoro di Takedo Gohara alla produzione, qui a destra nella foto in alto, insieme a Susanna e Niccolò Fornabaio che ha curato le percussioni) .

Con questo lavoro, Susanna Parigi conferma di essere un’artista in cui talento e preparazione si sposano con un’autentica sensibilità umana. Un album maturo e intimo che scorre via veloce come una freccia (solo otto brani per 24 minuti) e come una freccia colpisce e lascia feriti. Ma già al secondo ascolto offre ampie garanzie di guarigione.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Takedo Gohara
  • Anno: 2022
  • Durata: 24:37
  • Etichetta: Logo Records / Self Distribuzione

Brani migliori

  1. Io sono il meno
  2. 5 % di Grazia
  3. Tu fuori io dentro

Musicisti

Susanna Parigi: Pianoforte, piano giocattolo, spinetta e voce;
Alessandro “Asso” Stefana: chitarre e basso;
Matteo Giudici: Ebow in 5% di Grazia;
Niccolò Fornabaio: Percussioni e batteria:
Stefano Nanni: arrangiamento Archi;
Valentina Del Re: violino e viola;
Carmine Iuvone: violoncello e contrabbasso; ---------------------------- Testi e musica: Susanna Parigi