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Folco Orselli

Blues in MI – Quartieri, identità di Milano

Stazione centrale a Milano, luogo milanese per eccellenza, allo stesso momento centro e periferia della metropoli. Ci è sembrato il luogo adatto per incontrare Folco Orselli, anche lui assolutamente milanese per nascita e vita, e farci raccontare del suo progetto “Blues in MI – Quartieri identità di Milano”

 

“Blues in me” è un gioco di parole abbastanza evidente, ma c'è qualche significato che magari tu hai nella testa e che a noi sfugge...
Beh, tanti. Innanzitutto il gioco di parole, Mi come Milano, Mi come un accordo giusto e, ahimè, anche in Mi. Senza contare che si dice mi in milanese e me in inglese, si pronuncia allo stesso modo. Cosa c'è dietro a questo nome chiedevi? C'è che il Blues è un linguaggio che io ascrivo alla categoria dei sentimenti più che ad un genere musicale, nonostante abbia una chiara
progressione, sappiamo tutti che cosa significa, che nasce come canto di liberazione dalla schiavitù e credo ci siano ancora delle schiavitù legate alla città che vanno un po’ liberate. Parlando della musica, del modo di interpretarla… il Blues non sopporta la menzogna perché è una cosa che hai dentro, puoi fingere di fare il jazz, puoi fingere di fare il metallaro, puoi fingere di fare il rockettaro ma non puoi fingere il blues.
Se non ce l'hai  si capisce dopo due note che fai, per cui con questo genere e con questa spinta di sincerità profonda, ho voluto conoscere meglio i quartieri e quindi il blues, in questo senso, anche perché è la base di tutte le musiche che conosciamo, che si sono poi evolute. Allora ho voluto incontrare questi ragazzi di “periferia”, perché Blues in Mi - quartieri identità di Milano si rivolge ai quartieri, alle periferie e soprattutto ai giovani artisti. Ho voluto insomma utilizzare questo linguaggio e raccontarglielo anche un po’, facendomi raccontare le loro idee musicali per capire se hanno idea di cosa stiano facendo. Noi stiamo utilizzando tutte le arti per fare questo percorso, non solo la musica, in questo secondo episodio la protagonista è la danza.

 

Tu sei della generazione di mezzo dei cantautori, non i giovanissimi, non i classici tradizionali. E mi pare di poter dire che questo progetto è anche un ponte tra le generazioni di Milano, e non solo.
Sì, mi interessava andare a incontrare i giovani perché ho vissuto sulla mia pelle un certo gap generazionale da chi era più grande più grande di me. La mia generazione ha vissuto una certa cesura, un testimone che dalla generazione del ‘68, chiamiamola così, non è stato passato. Se lo sono tenuto ben stretto. C'è stato un momento di incomunicabilità tra la mia generazione e la generazione degli artisti più grandi di me. Non volevo ripetere questo errore, volevo creare un ponte, invece, con la generazione dopo la mia e questa è una cosa che mi è sempre interessata molto, anche perché c'è troppo pregiudizio rispetto ai ragazzi che fanno musica o praticano arte, così come esiste un pregiudizio nei confronti del loro pensiero in questo periodo storico. Mettersi in ascolto è una cosa fondamentale. Aggiungo una cosa. Il progetto lo sto realizzando con gli artisti giovani ma potrei anche farlo con la giovane commessa – uso questo lavoro come esempio ma potrei farne altri - perchè credo che gli artisti siano obbligati ad avere una visione più aperta della quotidianità che li circonda. Voglio intercettarne la visione, che siano anche da esempio ad altri giovani che magari non hanno molte prospettive.

Ripensando al primo video che è uscito di “Blues in me”, possiamo dire che questo ponte non è solo generazionale ma anche musicale? In quel video ci sono delle parti di Rap, delle parti di Trap, delle parti marcatamente Blues. Un tentativo di unire non solo le generazioni ma anche quelle musiche che la nostra generazione fa fatica a capire. È un fatto culturale di avanzamento nell’incontro?
Sì, per quanto riguarda le musiche era proprio il fulcro della prima puntata. Quest'altra puntata è lo stesso discorso, cioè cercare di mettere insieme delle apparenti diversità che sono i quartieri diversi, le culture diverse e gli stili artistici diversi. Questa volta l'abbiamo declinata con la danza, cogliendone gli stili diversi, e abbiamo anche aggiunto una parentesi sullo sport, cercando quegli sport che vengono praticati in periferia: il parkour, lo skateboard, il pattinaggio, il monopattino, spesso a torto considerati “sport criminali”. Quindi abbiamo fatto casting, abbiamo trovato 14 ragazzi, 7 ragazzi e 7 ragazze, che praticano degli stili di danza diversi (le loro foto nella bella locandina di Alessandra Mattè). C'è chi pratica la heels dance, che è una danza sui tacchi che io non conoscevo (sto imparando anche io una serie di cose), l'Hip Hop, la danza contemporanea, la danza classica e quindi come nella prima puntata c'erano Trap, Rap e il Blues che mettevo io, stiamo cercando di mettere insieme delle operazioni che comprendano queste apparenti diversità che messe insieme creino una nuova narrazione più ampia.

 

La genesi di quest'idea di lavorare coi quartieri periferici quale è stata? Sappiamo come Milano (anche se onestamente è un discorso riconducibile a tutte le grandi città e ancor più alle metropoli) sia una città sempre più centrocentrica e gentrificata e le periferie siano sempre considerate qualcosa ai margini, che non interessa, difficile da gestire, da analizzare, difficile da capire, nonostante a parole – o perlomeno con pochi fatti – chi amministra spende sempre grandi parole per dire il contrario.
Nella mia testa è nata innanzitutto da un moto di pancia. Credo di essere uno che conosce bene questa città, la racconto attraverso la mia musica da un sacco di tempo e volevo contrastare la narrazione securitaria per cui i quartieri vengono sempre descritti come dei Bronx. Lo so, l’ho toccato con mano, non è soltanto un effetto Bronx quello che si muove in periferia.
Le periferie incarnano un’opportunità, la gente che lavora nelle zone centrali e semicentrali vive in periferia, perché le case, magari, lì costano un po’ meno. Le energie che però tengono in vita la città sono lì, i contrasti che generano energia si vedono più chiaramente lì. L’identità stessa della città si nota più in periferia, da qui “Quartieri identità di Milano”, perché i centri sono diventati ormai un immenso franchising e se vuoi trovare il ‘chi siamo’, l'identità vera di una città, devi andare fuori dal centro. Trovo le periferie una grande opportunità per ripensare la città e, lasciamelo dire, c'è anche una visione da parte di questa amministrazione che si è trasformata in azione. È cominciata ‘la città in 15 minuti’, ‘i quartieri in 15 minuti’ in cui tutto deve essere fruibile in poco tempo, è l’idea del policentro. Ecco che volevo dare il mio contributo a tutta questa nuova energia che si è messa in moto.

In questo senso, qual è il rapporto con le istituzioni?
Il rapporto con le istituzioni è stato ed è di collaborazione; ho portato questo progetto al sindaco e pian piano sono riuscito, come dire, a farmi accogliere. Un grande aiuto è arrivato soprattutto dall’Assessorato alla Cultura, prima con Filippo Del Corno e adesso con Tommaso Sacchi. Stiamo sviluppando un progetto insieme, per cui credo che per un'operazione di questo tipo non possa prescindere da una collaborazione con le Istituzioni e non solo, bisogna tessere rapporti anche con vari partner, realtà che mi hanno aiutato davvero molto, come nel caso di Metropolitane Milanesi, il Corriere della Sera, IGP Decaux e il nostro main sponsor Unipol, che con Urban Up si occupa di gestire il patrimonio immobiliare e poi ancora Lifegate, insomma, ho coinvolto tanti partner perché volevo che questa cosa avesse una forte eco.

Un’ultima domanda, più personale. Così come stavi dicendo che si tratta di un lavoro di largo respiro, che ha una progettualità da sviluppare nel tempo, ecco, tutto questo come questo influenza la tua musica, i tuoi testi e soprattutto la tua vita quotidiana come autore, cantautore e musicista?
Mah, in questo momento il mio lavoro di musicista e cantautore si svolge più che altro dal vivo. I concerti continuo a farli e la fase creativa in questo momento è un po’ in stand by. È logico ed ovvio che questo percorso, questo lavoro, sta lavorando in me, mi coinvolge emotivamente, credo sia naturale. Non vedo l'ora di poter restituire questo viaggio - interiore ma anche fisico, visto che giro molto per i quartieri - perché il mio obiettivo, per ogni episodio che facciamo, e saranno 5 in totale, ci sarà una canzone dedicata. La prima l'abbiamo sentita, adesso ce ne sarà un'altra che ho già scritto e che canterò con due ragazze dei quartieri e sulle quale verrà realizzata una coreografia di danza e di sport. Abbiamo avuto una fase intermedia, in cui abbiamo parlato con questi 14 ragazzi che abbiamo trovato col cast e gli abbiamo chiesto se Milano è una città felice, a che punto siamo con l’integrazione, gli abbiamo chiesto di dare dei consigli ai coetanei che non studiano e non lavorano, di fare una richiesta diretta al sindaco, abbiamo parlato di sicurezza con loro. Insomma, questa fase intermedia ha creato sette puntate che sono andate su Corriere TV che ci hanno restituito la voce dei ragazzi e la voce dei quartieri.

Quindi immagino dalle tue parole che, oltre al video della canzone, ci saranno tutta una serie di situazioni collaterali che verranno fuori da tutto questo lavoro.
Esatto. Innanzitutto questo film sarà la costruzione di una coreografia che verrà messa in scena nei quartieri dai ragazzi, che poi si riuniranno in un unico climax in cui ci sarà anche un coro gospel e poi … e poi è tutto un work in progress, nuove idee nasceranno e man mano le metteremo sul piatto. Poi, come per il primo episodio, restituiremo anche la fisicità, quindi andremo nei Festival di cinema di quartiere con i ragazzi e faremo quello che noi chiamiamo “proiezione show”, prima si guarderà il film e poi i ragazzi faranno delle performance musicali insieme a me, poi di danza, di sport, esibizioni questa volta non solo musicali ma, appunto, di corpo.

La chiacchierata col vulcano Folco prosegue anche fuori dell’intervista, sull’arte, sul mondo dello spettacolo, sulle contraddizioni di una città come Milano. Si potrebbe stare ancora per ore, ma lui ha un appuntamento ed io un treno, quindi una vigorosa stretta di mano e via, verso le nostre mete periferiche, da guardare con occhi diversi.

foto tratte dal sito e dai profili social dell’artista

 

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