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E venne il disco

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E vennero gli anni Cinquanta, il vinile, il rock and roll. E venne l’industria musicale per come l’abbiamo a lungo conosciuta. E tutto venne per molti motivi.

Innanzi tutto lo straordinario sviluppo economico, dell’Italia in particolare (in questi giorni bui, citare gli anni del boom con tassi di crescita oltre il 6% è davvero una sciabolata al cuore…), cambia radicalmente la società, o almeno cambia nelle regioni più industrializzate.

Crescono l’occupazione, i redditi e la scolarizzazione. Nel 1954 trasmette per la prima volta la televisione, cresce il potere d’acquisto e il consumismo inizia a porre le basi del suo dominio. I mercati di tutto il mondo occidentale si trovano a fare i conti con una nuova, inaspettata e redditizia categoria di acquirenti: i teenager. Per la prima volta nella storia anche i giovani non appartenenti alle classi più ricche frequentano le scuole, possono gestire del tempo libero (altro “nuovo mercato” per l’industria), e hanno qualche soldo in tasca per acquistare prodotti dedicati.

La guerra, inoltre, ha spinto l’industria discografica verso la ricerca. La gommalacca (di cui sono ricoperti i dischi 78 giri, che dai primi del Novecento hanno soppiantato i cilindri) durante il conflitto, come molte altre materie prime di produzione orientale, scarseggia. Così dal 1948 verranno lanciati i 33 e i 45 giri: sono meno ingombranti, più resistenti e sono costruiti con un materiale meno costoso: il vinile. I 45 giri in particolare sono tanto agili da ridurre drasticamente le dimensioni degli apparecchi per la riproduzione: così, dopo anni passati ai margini del mercato, esplode letteralmente la passione del juke-box, che finalmente può contenere decine e decine di dischi e che progressivamente conquista anche in Italia ogni locale, ogni bar, ogni circolo.

Ma un’altra innovazione tecnologica ha una ricaduta notevole sul mondo della musica: il nastro magnetico. Questo rivoluziona inizialmente soprattutto la fase produttiva: negli studi non si deve registrare più in presa diretta, si può tagliare e incollare, mano a mano si potranno sfruttare anche più piste. Per capirne l’impatto è forse utile riprendere alcune interessanti osservazioni di Umberto Eco dei primi anni Sessanta, in un capitolo del noto Apocalittici e integrati significativamente intitolato La musica e la macchina: “Lo stile della musica riprodotta è stato determinato dalla natura tecnica dei mezzi di riproduzione. (…) La canzone di consumo si avvia sempre più ad essere un prodotto ‘pensato per la registrazione’, e non pensato, cantato e ‘poi’ registrato.” E ancora: “Il mezzo tecnico di registrazione suggerisce allo stesso esecutore nuove possibilità di manipolazione del proprio prodotto, con risultati estetici non di rado interessanti”. La vitalità creativa e la nascita di generi tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta sembrano dargli ragione. 

Lo studio diventa dunque il cuore dell’economia musicale. Gli editori (che fino a questo momento erano al centro della scena) e perfino gli autori, in qualche modo, perdono progressivamente il controllo delle operazioni.

Le case discografiche divengono sempre più potenti e aggressive: aprono propri studi di registrazione, fondano propri settori editoriali per non dover dipendere da altri. Cercano di ingaggiare gli interpreti più amati dal pubblico.

Cambia di conseguenza anche la strategia imprenditoriale: con i contratti in esclusiva per gli artisti e qualche diritto editoriale in mano possono far fruttare anche la forza e la profondità del loro catalogo. I brani e i cantanti che diventano “classici” creano ricavi ben oltre il ciclo di vita del singolo disco. Servono, vengono ricercati, scritturati, quando non creati, grandi personaggi che garantiscano una lunga vita ai loro pezzi. Si punta sul carisma, sul mito dell’originalità, o della ribellione, o della sincerità, insomma di tutto ciò che possa identificare un artista e lo imponga all’attenzione del pubblico, nasce la tournée individuale a sostituire quelle con molti ospiti: la figura titanica del rocker (negli anni Settanta declinata nella variante del “gruppo”) e in Italia quella intellettuale del cantautore risponderanno, in definitiva, anche a questa esigenza. 

A questo punto varrà forse la pena di ricordare l’ovvio: il quadro socio-economico non spiega l’arte in sé, ma aiuta a capire perché determinate espressioni artistiche riescano ad emergere in un dato periodo.

E in effetti se prima il prodotto dell’industria musicale era essenzialmente la canzone in sé, dopo la metà degli anni Cinquanta quel che si vende è il disco e quel che fa vendere è il nome dell’artista.

Almeno fino all’apocalisse dei giorni nostri…


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