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Giovanni 'Giuvazza' Maggiore

Chitarrista, produttore e ‘pensatore’…

Giovanni Maggiore, detto ‘Giuvazza’ è un musicista che ha le corde della chitarra al posto delle vene e quando suona live dal vivo ci si accorge che è come se cadesse in trance e le note che scaturiscono dalle sue chitarre zampillano verso gli spettatori. È un chitarrista che sarebbe stato davvero a sui agio se avesse avuto qualche anno di meno e avesse calcato le scene musicali negli anni ’70. Ma tant’è, i suoi tempi sono questi e lui c’è dentro davvero al cento per cento. Incuriositi dal suo lavoro lo abbiamo intervistato e questo è il resoconto della nostra chiacchierata…


Innanzitutto, quale l’origine del tuo soprannome, ‘Giuvazza’?
Sinceramente non ricordo l’origine esatta: la ‘leggenda’ narra che ad inventarlo sia stato un mio caro amico intorno al 2003, ma la reale genesi non la ricorda nessuno. Quello che però posso dirti che l’ho scelto come nome d’arte dopo aver scritto su Google il mio nome e cognome e aver visto che le prime dieci pagine suggerite erano di chiese o basiliche intitolate a San Giovanni Maggiore…

Sei un chitarrista di estrazione rock e quando ti esibisci traspare un feeling Anni 70’ (che come dicevamo nell’introduzione ti sei perso per ragioni di età…). Nel tuo stile hai qualche musicista a cui sei particolarmente affezionato?
Ce ne sono tanti, ma certamente Jimmy Page, Pete Townshend, Lindsey Buckingham, Brian May e Peter Green hanno fortemente influenzato non solo le mie ispirazioni ma anche un forte senso scenico di come stare sul palco. Specialmente nei primi anni in cui mi avvicinavo alla musica, la forza che emanavano le loro esibizioni ha condizionato (spero positivamente) il mio concetto di “spettacolo”. La realtà è che quando suono perdo il controllo del mio corpo (esagero ma neanche troppo…), della mimica (sono schiavo di smorfie che non controllo…) e mi sento veramente libero. Un po’ come Clark Kent quando si toglie gli occhiali e non è più lui, diventa il supereroe con la S sul petto. Suonare è la versione più libera di me stesso. Crescendo ho poi capito che tutta questa libertà andava resa pertinente al contesto e dove non era necessario “scatenare il corpo”, andava scatenata la musica.

 

Nel tuo curriculum hai molte collaborazioni, sia come musicista che alla produzione. Che cosa pensi di avere imparato da queste esperienze e cosa, invece, sei riuscito a trasferire agli altri artisti?
Da tutti loro ho portato a casa sempre qualcosa di unico e formativo. Non esiste un solo modo per essere creativi e aver la fortuna di essere al fianco di tanti artisti mi ha permesso di sviluppare una piccola mappa sul come sviluppare la propria originalità. Un’altra cosa importante che ho imparato da loro è l’educazione al lavoro: il talento va alimentato e nutrito, essere talentuosi e basta non porta mai a molto. Per quanto riguarda il mio contributo, non sono sicuro di poterti rispondere in maniera esaustiva (andrebbe chiesto a loro) ma certamente sono una persona ottimista e positiva che ama manifestare il suo entusiasmo e questa aiuta molto, specialmente nei “giorni no” in cui tutto sembra andare storto. Un’altra cosa che penso di poterti dire è che quando lavoro con un artista mi documento, cerco di far mia tutta la sua storia e questo mi rende capace di unire più linguaggi stilistici, sia che io debba suonare la chitarra, scrivere un brano o produrre un disco.

Nella tua ‘scuderia’ strumentale, hai qualche chitarra che ti è più cara per il tipo di suono che riesce ad esprimere? E, in generale, quali chitarre vorresti poter suonare…?
Domanda difficilissima a cui rispondere. Sono legato a diverse chitarre e questo perché ogni strumento mi porta suonare in maniera diversa. Negli anni ho capito che nel mio cuore c’è spazio solo per gli strumenti con i quali ho diviso anni di vita e che mi hanno visto cambiare, sbagliare, vincere o perdere. Il legame che rifletto su di loro ha a che fare con la vita e non con il suono. Poi ci sono tutte le altre che uso per lavoro e che mi appassionano per l’atto creativo ma con le quali non instauro un sentimento duraturo. In ogni caso le mie chitarre del cuore sono due Gibson Les Paul (una classic Cherry Sunburst e una gold top con i P90), una Squier Stratocaster del 1994 (la mia prima chitarra elettrica), una Eko 100 (semiacustica italiana del 1970 di mio padre) e una chitarra che mi sono costruito l’anno scorso che chiamo Flame M1, che è lo strumento con il quale ho scoperto l’emozione che mi arriva dal creare strumenti musicali (qui sotto nella foto alle prese con una nuova 'creatura'...).

 

Nel tuo approccio alla chitarra ti senti più vicino al fattore tecnico oppure ritieni che sia “il sentimento” a (dover) prevalere?
Il sentimento deve sempre prevalere, con tecnica o senza. Ho sempre pensato alla chitarra come all’elemento di qualcosa di più grande e se non esiste una grande musica è difficile che esista una grande chitarra.

Sei Torinese (anzi di Carmagnola…) ma graviti molto su Milano. Che differenza trovi, dal punto di vista artistico e professionale, tra i mondi musicali delle due città?
In verità a Carmagnola c’è l’ospedale in cui sono nato, ma sono un torinese doc! Milano è dove sono arrivato per lavoro e dove mi sono fermato per amore, ma devo dire che le differenze tra le due città sono tante. Per fartela breve: Torino è una donna bellissima che ha sempre troppa paura di mostrarsi mentre Milano è sfacciata, pragmatica, grandiosa sempre, anche quando non c’è un motivo preciso. Per me è stato terapeutico vivere qua, perché mi ha tolto un po’ di quella inibizione sabauda che spesso toglie anziché dare.

Sei molto attivo su Instagram con spiegazioni tecniche ben dettagliate (pedaliera docet…), raccontando album fondamentali per la musica contemporanea ed interviste. Che cosa ti ha spinto ad utilizzare questo strumento di comunicazione in queste differenti modalità?     
Sono una persona molto curiosa e creativa: oltre alla musica ho sempre fatto grafica, disegnato, realizzato video e prima ancora che essere un musicista, sono un appassionato di musica (dico spesso che potrei vivere senza suonare, ma non senza ascoltare) quindi raccontare tutto questo per me è un divertimento e mi fa stare bene. Instagram mi rende la cosa facile perché non mi chiede eccessivo tempo e, allo stesso tempo, questo tipo di lavoro mi ha aperto a nuove esperienze lavorative che fino a qualche anno fa neanche avrei immaginato. Mi piace anche raccontare anche del mio lavoro e cerco sempre di rispondere a tutti quelli che mi scrivono. Questo perché, quando ero ragazzo, avrei voluto io qualcuno che mi aiutasse e consigliasse.

“Nudisti al sole” è il tuo album del 2017. Seppure sempre impegnato in varie attività, hai intenzione di lavorare su un nuovo lavoro di inediti (ben consapevole delle difficoltà della musica in generale)?
Per risponderti mi riaggancio ad Instagram: spesso pubblico miei estratti musicali, per lo più strumentali e credo che il mio futuro discografico sia lì. Al netto di come gira il mondo ora, preferisco pubblicare un minuto di video con un mio pezzo piuttosto che stressarmi nel pensare ad un album. Se questi sono i tempi della fruizione immediata, meglio un social anziché che Spotify, almeno quello che faccio ha un ritorno immediato. È una riflessione che vorrei non fare, ma la mia visione di questi tempi è un po’ spietata. Sia chiaro, lo dico con l’amaro in bocca.

Hai fatto esperienze di lavoro (musicale) con varie aziende e non solo con artisti a cui prestato la tua opera. Quale l’approccio per eseguire un lavoro di qualità e comunicativo in un contesto molto diversificato in funzione del prodotto?
Bisogna essere prima di tutto capaci di individuare le richieste del cliente, conoscere la sua storia ed essere in grado di avere una visione creativa e musicale ampia, che ti permetta di andare pressoché ovunque. A quel punto va cercata una sintesi tra quello che ti viene chiesto e quello che hai in mente e spesso i limiti che ti vengono posti sono la vera ispirazione.

 

Da oltre dieci anni lavori con Eugenio Finardi, artista che potrebbe essere definito una delle pietre miliari della canzone d’autore italiana. Cosa pensi di aver imparato lavorando insieme a lui e cosa ritieni di avergli passato da musicista nato quando uscì l’album “Finardi”, il sesto della sua discografia…?
Da Eugenio ho imparato pressoché tutto, mi ha preso che ero un pargolo e adesso sono un uomo. Mi ha sempre stimolato a superarmi e lo fa tutt’ora. Ha un entusiasmo contagioso ed il musicista più moderno che conosca e con lui è un continuo scambio di idee e ispirazioni.

Ultima domanda: un sogno nel cassetto?
Se penso al lavoro, ti direi che il mio obbiettivo finale è essere pagato solo per pensare. Un punto di arrivo, magari un po’ utopico, ma ci sto lavorando seriamente…

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