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Sua Maestà il sassofono

Snocciolare una decina di album, editi in un ristretto arco di tempo, col sassofono più o meno in primo piano, non è certo impresa ardua. Qui, però, la cosa ci consente di sondare terreni a largo raggio, evidenziando analogie o, per contro, difformità di ottica fra i vari lavori. Vediamo come.

Sai che trovata: una puntata in cui quello che è il principe degli strumenti jazz da oltre sessant’anni ne rappresenta il fil rouge! Se ne potrebbe metter giù una tutti i mesi. Un pretesto, quindi, per riunire materiale comunque sufficientemente articolato (e di livello) che ci consenta comunque di fare uno dei nostri (tanti) punti della situazione.

Partendo, per esempio, da un paio di dischi in cui i sassofoni sono due, vale a dire la metà del totale, visto che la gran parte dell’odierna carrellata verte su lavori in quartetto, a iniziare da quello, storico, del torinese Carlo Actis Dato (foto in alto), attivo, con vari avvicendamenti (l’attuale secondo sax è Beppe Di Filippo), da almeno venticinque anni, e di cui questo 2010 (autoprodotto) è la bellezza dell’album n. 14. La linea è sempre quella: rigogliosa, sensibile alle istanze del jazz post-free come a idiomi trans-etnici (bacino mediterraneo in testa), nonché a un clima “grasso” e parodistico che ne favorisce soprattutto la fruizione live. Fra i brani migliori, nello specifico, Sahel, Marina di Vinosa, Giza Pyramids e Pretty Pigs.

Due sax tenori, Francesco Bigoni e Michele Polga, campeggiano poi in Nesso G, come il quartetto di Actis Dato completato da basso e batteria. Nell’album omonimo (Punto Rojo) si respira però un’aria più “seria”, memore della grande lezione free così come di esperienze parallele e successive attraversate da una ritualità/solennità palpabili. L’ultimo gruppo coltraniano (con Pharoah Sanders) sembra il primo modello del gruppo, che non a caso cita A Love Supreme e riprende in toto il flautistico To Be.

Con The Roar at the Door (Artesuono) del bassista toscano Lello Pareti (suoi tutti i temi) si passa alla seconda tranche del nostro viaggio, con un ottone (qui il trombone di Mauro Ottolini) al posto di uno dei due saxes (qui Francesco Bearzatti, foto sotto). Il disco, non esente da qualche verbosità, offre il meglio di sé in brani quali i più vitali Agghiorno e The Scory Millenium, e i più pacati De Profundis per il ceto medio, onirico, quasi surreale, e Mary Ermi, con Bearzatti che svaria spesso dal tenore al clarinetto.

Con la tromba di Tiziano Ruggeri e il sax baritono di Piersimone Crinelli, l’Acud Quartet riesuma nell’album omonimo (Lhobo) i climi del celeberrimo pianoless quartet di Gerry Mulligan, dal cui repertorio proviene del resto Moonlight in Vermont, integrato da ben tre brani di Syd Barrett (sic!), Manic Depression di Jimi Hendrix (con chitarra aggiunta) e quattro originals (nel conclusivo Pessime abitudini si aggiunge l’autore, Manlio Maresca, a sua volta chitarrista). Non mancano i motivi d’interesse, in particolare proprio nel convivere di un linguaggio così storicizzato a contatto con materiale tematico tanto inusuale.

Dopo Barrett e Hendrix, non manca il Tom Waits di Time in Hermanos (Zone di Musica) del tenorista Marcello Allulli, parte in trio con chitarra e batteria (quindi senza contrabbasso), parte con l’aggiunta di Fabrizio Bosso alla tromba (più altri ospiti, fra cui il Coro Hermanos, appunto). Il clima riprende per più versi le temperature del cd di Pareti, anche se con più originalità (e varietà), non fosse altro che per gli impasti strumentali, qua e là spruzzati di elettronica.

Ancor più ambizioso è il doppio Ears Wide Shut (Parco della Musica), chiaro omaggio a Stanley Kubrick cofirmato dal chitarrista Mauro Campobasso e dal polisassofonista (e altro) Mauro Manzoni. Nel quartetto che vi opera torna il contrabbasso, escludendo il secondo fiato. Dominano i mezzitoni, una concentrazione ora densa e ora più astratta e sognante, un umore squisitamente concettuale che rivela quanto fosforo ci sia alla base del progetto.

Le strutture compositive dominano in maniera ancor più evidente nei due album editi a stretta distanza (su Radio SNJ) dall’ensemble Sonata Islands (foto sotto), con i membri stabili (Emilio Galante, flauti, Guido Bombardieri, ance, Tito Mangialajo, contrabbasso, Stefano Bertoli, batteria) sempre presenti e alcune variabili, cioè il sassofonista Tino Tracanna e il trombonista Beppe Caruso in A + B, inciso in studio del 2010, il trombettista Giovanni Falzone e il fisarmonicista Simone Zanchini nel live (novembre 2009, ma uscito dopo) High Society. Due sestetti, quindi, su pagine quasi tutte originali. In entrambi i lavori si respira un’aria spiccatamente cameristica, una sorta di third stream di gran classe, soprattutto nel live, veramente superlativo. Felici in particolare le penne di Galante e Falzone.

Ancora scrittura sugli scudi in Cieli di Sicilia (autoprodotto) dell’Orchestra Jazz del Mediterraneo diretta da Nello Toscano, con Maurizio Giammarco (foto in homepage)solista (sax tenore e soprano) e soprattutto compositore ospite. Le coordinate, qui, ricalcano maggiormente modelli jazzistici, ma non per questo mancano i motivi d’interesse, in particolare proprio nei brani più strutturati, come Il cielo su Capaci, Sicilian Blues ed Eroi qualunque. Solisticamente si fa apprezzare non solo Giammarco, ma anche l’altro ospite, Dino Rubino, al flicorno, nonché alcuni membri dell’orchestra.

Dopo aver via via espanso la mole degli organici incontrati, chiudiamo con un lavoro in duo di matrice squisitamente eurocolta come quello composto dai friulani Alex Sebastianutto ai sassofoni e Ferdinando Mussutto al piano, che in Intersectios (Artesuono) eseguono pagine di Sollima, Zaninotto, Phil Woods e altri interamente scritte, in due casi coadiuvati dalle percussioni di Alessio Benedetti, in altrettanti da un quintetto d’archi. Le cose migliori arrivano peraltro dai due episodi senza contorno, l’ampia Sonata woodsiana (quattro movimenti) e Al limite del nero (due) di Renato Miani, entrambe di estrema vitalità e spiccata dialettica interna.  

 

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