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Sconfinando in acque miste

La contaminazione, croce e delizia della musica degli ultimi decenni, non ha certo risparmiato il jazz, che a volte ne occupa il centro, a volte è una semplice spezia (talora solo millantata). Una rapida, composita carrellata discografica ce ne mostra alcune facce. Con qualche leit-motiv, tipo la rilettura di canzoni italiane dove meno te l’aspetteresti.


Come dice il nostro titolo, oggi sconfiniamo, andando a lambire aree poste sul crinale tra diverse realtà: geografiche, stilistiche, ecc. E’ questo, del resto, un input inequivocabile che ci giunge da tanta musica degli ultimi anni, terreno di contaminazioni multiple, ciò che un tempo era una primizia, un azzardo, mentre oggi può anche presupporre la genericità più disarmante, una terra di tutti e di nessuno in cui le differenze si azzerano desolatamente, determinando un prodotto, appunto, privo di specificità e nerbo. Il jazz non sta ovviamente fuori da tale processo. Oggi cercheremo di capirne un po’ di più, pescando più o meno lontano dal suo epicentro, quel grande ceppo che è ormai diramato (disperso, direbbe qualcuno) in mille rivoli. Spesso, oltretutto, è definito jazz ciò che non lo è affatto, come se la semplice evocazione di questa magica parola fornisse lignaggio, nobiltà. Ovviamente non è così: è sempre la qualità – soggettiva e opinabile fin che si vuole – a fare la differenza. La contaminazione che vale è quella in cui ogni spezia è ancora avvertibile, semplicemente arricchita – e quindi valorizzata – da altre, come un vocabolario più completo, articolato, non volgarizzato o imbastardito.

In termini geografici (che sono poi anche, inevitabilmente, stilistici), una delle aree più singolari è certo il Québec, il Canada francofono. Di lì proviene la cantautrice Térez Montcalm, di cui è fresco di stampa il quinto album, Connection (GSI/Egea), assolutamente emblematico nella nostra ottica. Nei tredici brani che contiene, infatti, c’è quasi di tutto: cinque canzoni sue (quattro in francese e la titletrack, in apertura, in inglese), quattro di autori anglosassoni (anche gli U2), di cui una, però, con testo francese (C’est magnifique di Cole Porter), due di autori francesi, Aznavour e Ferré. E c’è anche un brano italiano cantato in italiano, quell’E penso a te che è di fatto il primo tema battistiano adottato dai jazzisti nostrani (la prima versione, di Enrico Rava, ho ormai oltre vent’anni). A un tale patchwork, Térez sa dare un’invidiabile unitarietà, offrendoci, oltre alla sua chitarra (degnamente affiancata), una vocalità personale, grintosa, quasi impertinente, benché di timbro vagamente infantile (può ricordare la nostra Berté, mentre tra i francesi viene da fare il nome di un uomo, Arthur H). Il jazz entra negli ingredienti messi sul piatto, indiscutibilmente, accanto a scampoli blues e country, come di chi ha ascoltato con attenzione Tom Waits, forse anche Rickie Lee Jones.

Un’altra regione etnicamente anomala è certo la Corsica, francese di passaporto ma ben più italiana, fra Liguria e Sardegna, per radici storiche. Qui ha scelto di vivere da tempo il marsigliese André Jaume, che nel corso della sua lunga carriera (il prossimo 7 ottobre compirà settant’anni: auguri fin d’ora) ha incrociato sassofoni e clarinetti con voci corse come con i gamelan di Bali. Lui, di professione, fa il jazzista, e non ha mai tradito questa pelle. Il suo ultimo cd, Hymnesse (Durance), lo coglie in duo col chitarrista Alain Soler lungo un songbook quanto mai composito, comprendente canti popolari catalani, irlandesi, ovviamente corsi, più il celebre Song for Che (Guevara, ovviamente) di Charlie Haden e L’internazionale. E neppure qui manca un’icona nostrana, Bella ciao, in una versione piena, vibrante. E torna alla mente il Fischia il vento di Gaslini di trentacinque anni fa. Qualcuno direbbe che – come già magistrati, giornalisti, insegnanti – anche i jazzisti sono tutti comunisti…

Circa l’appena citata Sardegna, non più tardi di un mese fa parlavamo di Gavino Murgia, jazzista sui generis, che compare anche in Cantendi a Deus (Sar’d/Egea), ultima fatica di Elena Ledda (foto in alto), opera stupenda, raffinata e d’ineguagliabile pathos tutto centrata sul canto sacro, messo però a fuoco dalle prospettive più ampie: ci sono brani originali, tradizionali rigenerati o integrati, di matrice sarda e non (ancora Catalogna, e poi liturgia canonica, gregoriano…). A far da cornice alla stupenda voce di Elena, evocativa e intensa tanto quanto mai retorica o sovrabbondante, ci sono altre voci (Simonetta Soro e il coro Su Cuncordu ‘e su Rosariu, in primis) e, fra gli strumentisti, una spanna su tutti Mauro Palmas, autentico alter ego della cantante con le sue mandole e il suo mandoloncello, sempre lì a supportarla in un connubio dai magici, inestricabili afrori. Un disco imperdibile, oltre tutto con un package elegantissimo.



In tema di radici popolari, un’altra area ricchissima è il Salento, alla cui icona, la taranta, è dedicato Taranta d’amore (Parco della Musica/Egea), ultimo cd di Ambrogio Sparagna (foto qui sopra), il quale, oltre a suonare l’usuale organetto, vi dirige l'OPI, megaensemble di più di venti elementi, fra cantanti e strumentisti (corde, mantici e tamburi in primis), del romano Auditorium Parco della Musica. Come Elena Ledda, anche Sparagna non disdegna frequentazioni jazzistiche, pur rimanendo musicista eminentemente folk. Questo disco specifico poggia su un humus molto fisico, saltellante, spesso persino sovraesposto (il termine “tarantolato”, del resto, ha un dato significato), rispecchiando fedelmente la tradizione a cui si riferisce. Filologico e per più versi contagioso.

Parente stretta dell’organetto, per chiudere, è come noto la fisarmonica, altrettanto calata nella tradizione popolare, ma che conosce da un po’ di anni notevoli fortune anche nel jazz, principale artefice il francese (di Cannes) Richard Galliano (sangue misto: ha origini cuneesi), di cui è da qualche mese sul mercato il nuovo album in solo, Paris Concert (Cam). Vi trovano posto dodici brani, anche qui delle provenienze più disparate: metà li firma lo stesso Galliano, con quel suo inconfondibile tematismo, che discende dall’amato Piazzolla (svariati i tanghi) ma con tratti certamente personali, più rigogliosi, arrembanti, rapsodici (Sertao e New York Tango, qui, le gemme). E ci sono poi due delicate, liriche Gnossiennes di Satie, il Piazzolla – appunto – di Oblivion, Gainsbourg, Monk e, un po’ a sorpresa, ancora un hit nostrano, Caruso, suonato all’accordina, sorta di minifisarmonica a bocca. Altrove l’approccio di Galliano al suo mantice ha accenti quasi organistici (specie nell’Aria conclusiva). E così il cerchio, in qualche modo, si chiude.

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