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Piemonte e dintorni

Sassofoni, trombe e archi vari sugli scudi, omaggiando Coltrane, Miles e svariati altri. Senza dimenticarsi delle glorie locali (magari andate a farsi onore negli States) e qualche bella realtà extra-regionale.

 

Oggi apriamo una finestra sul jazz piemontese, con qualche deviazione. Partiamo dal capoluogo, per soffermarci su uno dei protagonisti della scena torinese ormai da quasi quarant’anni, il polisassofonista Carlo Actis Dato, del cui quartetto, attivo – con avvicendamenti vari – dal 1986 (e prima c’era stata l’esperienza fondante dell’Art Studio), è appena uscito quello che dovrebbe essere il quindicesimo album o giù di lì, Sin Fronteras (Leo), che pur ribadendo concetti stilistici ampiamente collaudati ne offre una versione in qualche misura più asciutta, sorvegliata del solito. Ritualismo e danzabilità, conditi da sonorità acri, a volte grumose, di chiara emanazione free, caratterizzano anche questo lavoro, però con un pizzico di finezza, di aplomb in più. Parte del merito va ovviamente agli attuali partner di Actis Dato, a partire dall’altra ancia del gruppo, Beppe De Filippo, i cui sassofoni, alto e soprano, s’impastano ottimamente con le ance più gravi (sax tenore e baritono, clarinetto basso) del leader (sono insieme nella foto in alto).

Da Torino proviene anche – su tutt’altra sponda – il trombettista Fabrizio Bosso, il quale divide con i colleghi siciliani Giovanni Falzone e Dino Rubino (di questi tempi attivissimo) il ruolo di ospite nel notevole album che il bassista Riccardo Fioravanti, milanese ma di stanza al conservatorio di Cuneo, ha dedicato alla musica di John Coltrane, inserendo a turno le tre trombe lungo nove degli undici temi (otto dell’omaggiato e tre originali) che occupano il disco (Coltrane Project, Abeat) sul suo trio drumless completato da Andrea Dulbecco, vibrafono, e Bebo Ferra, chitarra. Ne vien fuori un lavoro variegato ed elegante, molto attento all’aspetto strutturale così come al rigore formale (pur in un’ammirevole non-ripetitività, come detto), in cui non mancano temi fra i più noti di Coltrane (A Love Supreme, Impressions, Cousin Mary, ecc.), né gustose allitterazioni (fin dai titoli) di altri, a firma di Ferra, Dulbecco e Fioravanti (Gentle Giant Steps, Descent, Blue Trane Bossa). Fra i trombettisti, tutti impeccabili, il contributo più originale sembra arrivare da Falzone.

 

Di ambito coltraniano, operando la prima delle annunciate deviazioni, è pure il recente Thank You to John Coltrane (Slam) del duo composto dal veterano sassofonista (tenore, e soprano in un pezzo) inglese Paul Dunmall e dal batterista italo-americano Tony Bianco. Come l’organico dice chiaramente, qui il modello di riferimento è il Trane dei duetti con Elvin Jones (“Vigil”) e Rashied Alì (“Interstellar Space”), anche se su altri temi (Naima, Alabama, Giant Steps, Expression, mega-cavalcata di 28’, ecc.), rivisitati col piglio di quei gloriosi precedenti. Un lavoro di estrema fedeltà filologica, quindi.

 

A Miles Davis, specificatamente a “Bitches Brew”, sia per climi globali che nella stessa prassi operativa (una lunga improvvisazione montata poi in fase di postproduzione), è invece ispirato l’LP (sì, avete letto bene: 30 cm di puro vinile) pubblicato nei mesi scorsi dal quintetto cuneese Oaxaca (omonimo, Jacob Record/Selva Elettrica), la cui voce-guida è la tromba di Diego Viada – poi ci sono chitarre, tastiere e percussioni a profusione, anche perché il gruppo si apre ad altri musicisti (vedi foto sopra) – e le cui circonvoluzioni generano una sorta di gorgo collettivo, vivo, magmatico, di una circolarità senza soverchi punti di riferimento. Un’esperienza d’ascolto tonificante.

Fra Cuneo e Savigliano, la polistrumentista americana (ormai cuneese ad honorem) Carol Sudhalter (foto in basso) è stata madrina, in giugno, di due importanti iniziative: la nascita di un’associazione intitolata a Ettore Stratta e il vernissage del terzo Attilio Donadio Cuneo Sax Festival. Stratta, cuneese di nascita, oggi ottantenne, è da decenni un apprezzato compositore, direttore d’orchestra e produttore in quel di New York. Insieme con la moglie Pat Philips, ha lavorato con jazzisti del calibro di Stéphane Grappelli, Frank Wess, Eddie Daniels (tutti presenti nel cd antologico fuori commercio distribuito agli aderenti all’associazione appunto in occasione del suo varo), nonché con Barbra Streisand, Tony Bennett, Wendy (ex-Walter) Carlos e innumerevoli altri artisti di fama mondiale (comprese Royal Philarmonic e London Symphony Orchestra). Il terzo Cuneo Sax Festival, per parte sua, avrà luogo dal 5 al 9 settembre, partendo proprio da Savigliano nel nome di Stratta, per proseguire poi nel capoluogo con marching bands e concerti vari, fra i cui artefici spiccano i nomi di Rudy Migliardi, Sergio Rigon e Riccardo Zegna (a sua volta docente al conservatorio di Cuneo).

Entrando in dirittura d’arrivo, scendiamo ora a sud-est, dove il Piemonte alessandrino diventa Liguria genovese, per l’esattezza a Campo Ligure, dove da qualche anno vive il violinista Stefano Pastor, che proprio di recente ha pubblicato il suo ultimo album, Songs (Slam), viaggio solitario (con ampie sovraincisioni) attraverso una manciata di songs, appunto, di varia provenienza, da Gerswhin a Chico Buarque, da Hendrix a Mingus. Sei i brani complessivi, in cui Pastor, oltre a manipolare il suo violino (precisando che tutti i suoni emessi provengono appunto di lì), canta, con quella sua voce esile e un po’ stentata che ricorda in qualche misura l’ultimo Chet Baker. Gli esiti sono rimarchevoli soprattutto nei brani dispari (I Got Rhythm, Quem é você e Purple Haze), dove – anche nei pari, per carità – l’intrecciarsi delle varie voci strumentali genera sorprese non di poco conto.

Per un violino largamente mimetizzato, ecco tre archi che invece dialogano fra loro nella maniera più trasparente. Il risultato è il magistrale Hear in Now (Rudi Records), album fra i più belli usciti quest’anno, dovuto a tre signore (e qui la deviazione è totale): la violinista newyorchese Mazz Swift, la cellista chicagoana Tomeka Reid e la contrabbassista senese Silvia Bolognesi, una delle più solide realtà apparse in anni recenti nel jazz italiano. Lungo i dieci temi (tutti originali) che compongono il disco, si attraversano situazioni più squisitamente cameristiche, altre di matrice più country-blues, altre schiettamente jazzistiche, e ancora. S’incontrano perentorietà ed eleganza, impeto e grazia, l’aplomb concettuale della ricerca di marca contemporanea e l’immediatezza dell’improvvisazione dura e pura. Un lavoro, in poche parole, che appaga sotto ogni punto di vista.

Foto di Alberto Bazzurro           

 

 


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