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Parsifal

Suggestivo e lirico, lucente e "puro nell'anima" come lo stesso eroe wagneriano senza macchia e senza paura al quale si ispira, l'album Parsifal, con la sua bellezza senza tempo, segna un punto fermo nella musica italiana. Monumentale e minimalista, epico ed emozionante, si compone di nove brani ed è il quarto disco ufficiale de i Pooh.
Siamo nel 1973 e con quest'opera ha inizio la storia del gruppo nella sua formazione ultima e definitiva, con Red Canzian (chitarrista trevigiano fondatore e leader dei Capsicum Red) divenuto bassista per subentrare a Riccardo Fogli, esule dal gruppo per amore. Valerio Negrini aveva da poco lasciato la batteria a Stefano D'Orazio restando, come è noto, sensibilissimo e fertile paroliere, mentre Dodi Battaglia alle chitarre e il maestro Roby Facchinetti alle tastiere (entrambi impegnati anche nella composizione musicale) rappresentavano allora il nucleo storico del gruppo. Sinceramente, per chi scrive è stato immediato scegliere Parsifal come album a cui dedicare una pagina di ricordi, a distanza di così tanti anni dalla sua pubblicazione in vinile a 33 giri, quanto altrettanto difficile separare il livello del sentire emotivo da una riflessione più razionale sul disco in questione.

Certamente questo disco è un'opera estremamente ispirata, uno dei progetti musicalmente più impegnativi e ambiziosi di quegli anni, ma anche nella lunga discografia del gruppo. Non è azzardato un confronto con la corrente del "rock progressivo", per quella sua apertura di orizzonti verso forme creative più "totali" e avanzate, di sperimentazione, di ampiezza spazio-temporale. Un progetto ambizioso, perché il gruppo italiano salito ai vertici delle classifiche con brani d'amore orecchiabili e immediati come Tanta voglia di lei o Pensiero affronta una notevole sfida nel rapportarsi ad un genere così complesso, con il coinvolgimento dell'orchestra sinfonica, che non era assolutamente la via più ovvia a quel punto della loro storia. Ma i Pooh, approfittano del cambio di formazione e della lungimirante guida di Giancarlo Lucariello per segnare una svolta e sganciarsi da quella produzione "pop-romantica" tipica della maggior parte dei complessi italiani del periodo.

L'intero album appare subito fortemente innovativo rispetto ai precedenti anche per la particolarità dei temi toccati, e i due singoli che fanno da apripista lasciano già intendere il cambio di rotta; il primo, Io e te per altri giorni, è una canzone che si sviluppa ritmicamente nei vari passaggi della storia raccontata dal protagonista in modo diretto ma sofferto. Realistica e a suo modo quasi scabrosa (siamo nei primi anni Settanta, ricordiamolo) nel parlare di tradimento, con il suo arrangiamento complesso e le sue aperture sinfoniche suona già come un brano epocale, mentre nel secondo, Infiniti noi, dominano l'ampiezza e la lentezza, con melodie dolcissime e sognanti, sostenute da un'orchestra di 40 elementi senza percussioni. Una sorta di lettera d'amore a un'amata "infinita", quasi consolatoria nel suo lasciar fluire le emozioni. "Guarda ancora noi/ piangi per l'amore se si perde/ odiami se sei messa da parte/ grida se l'amore grida forte" è il finale che affonda in un'evoluzione di archi.
È collocata quasi al termine del disco, dopo la quale vi è l'introspettiva Dialoghi che si pone come una specie di interludio prima del finale teatrale:"Ha chinato il capo la mia fantasia/ disperdendo l'ansia che sarebbe mia/ di raccogliere dialoghi d'aria e farne poesia" è uno dei picchi meno noti ma più soavi del paroliere/poeta Valerio Negrini.
Conclude l'opera Parsifal, apice stesso del disco, raggiunto attraverso una lunghissima suite progressive (il brano dura in totale 10 minuti e 3 secondi) dedicata al famoso cavaliere del Sacro Graal. Il tempo narrativo è scandito dagli accordi di pianoforte, sui quali si posano alternate le voci di Facchinetti e Battaglia, mentre il tempo del racconto si dilata verso un ideale infinito. Parsifal è ognuno di noi nel momento in cui compie una scelta determinante legata alla scoperta disarmante dell'innamoramento.
Il finale strumentale, dinamico e incalzante (uno dei momenti più intensi di tutti i concerti live dei Pooh da allora in poi) è la perfetta conclusione di un intero lavoro incentrato sul concetto di amore in contrapposizione con il sacro e l'assoluto, la chiusura di un cerchio aperto con il primo brano della tracklist, L'anno, il posto, l'ora. All'inizio infatti, delicati arpeggi di chitarra acustica e una voce che non si era mai ascoltata prima nei Pooh (quella di Canzian), con un crescendo graduale di immagini sempre più ardite, dipingono un paesaggio altrettanto insolito su un fondo di "suoni di vento e d'acqua che fermare vorrei/ma non c'è tempo ormai". È un brano che mette a nudo un alternarsi di emozioni sferzanti come eventi atmosferici, una storia che non sveleremo ma che suona come un inno grandioso alla speranza, all'amore infinito. Un pezzo che, insieme ad altri meno noti del disco come la dolce Lei e lei, la malinconica Solo cari ricordi o l'enigmatica Come si fa, consigliamo vivamente di rispolverare, insieme a tutto l'album.


Parsifal è senza dubbio uno di quei dischi che non possono mancare nella propria collezione anche se non si è fan dei Pooh, magari proprio in quella prima edizione in vinile, con quella splendida copertina in cartoncino che si apre e si sfoglia come un libro, ricca di immagini che appaiono come fotogrammi di un film epico, o il dietro le quinte di un'opera teatrale. Nelle bellissime foto scattate in un castello sul lago di Como, i nostri compaiono vestiti da cavalieri medioevali con splendidi costumi teatrali originali, e proprio l'immagine di copertina è tratta dal un poster dell'opera wagneriana del Teatro alla Scala di Milano.
L'ascolto di questo capolavoro ci dona ancora oggi, a dispetto del tempo, un momento di riflessione, una carezza per l'anima, una pausa di bellezza e di attenzione verso noi stessi, esseri umani ed emotivi.

Una curiosità: il brano che dà il titolo al disco, è il primo di una serie di brani "epici" presenti in tutta la discografia dei Pooh. Quelli che gli stessi autori definirono scherzosamente "i pezzoloni" in una intervista, brani importanti sia musicalmente che a livello di testi, spesso molto ispirati, veri gioielli dedicati a figure più o meno leggendarie che segnarono la storia della civiltà. Ne ricordiamo solo alcuni in ordine sparso, sperando di suscitare un'ulteriore curiosità: il re degli Incas (Inca, dall'album ...Stop), Powha l'indiano (L'ultima notte di caccia, dall'album Viva), l'aborigeno solitario de La leggenda di Mautoa, (da Boomerang), fino ai pellerossa de L'aquila e il falco (dall'album Dove comincia il sole).

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