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Nel jazz italiano, il periodo a cavallo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo è per tradizione povero, quantitativamente, di nuove uscite discografiche. A dispetto di quanto molti – musicisti, discografici, uffici-stampa – mostrano di credere, ciò consente invece una fruizione più “umana” dei prodotti che osano andare contro una logica di fatto aberrante.


A volte pare proprio che i musicisti italiani, e i cosiddetti i operatori di settore (che è poi il jazz italiano), ci ritengano – noi critici (parola grossa) – dei più o meno precoci soggetti affetti da Alzheimer. Sì, perché i dischi li fanno uscire fin troppo copiosamente a ridosso del Top Jazz, il pur prestigioso referendum che il mensile “Musica Jazz” indice ormai dal lontano 1982 (e il vostro rubrichista, che sia un pregio o meno, li ha votati proprio tutti). La scadenza è metà ottobre, e così la gran massa (tranne ciò che proviene da etichette estere, per lo più) esce da fine estate a quell’imprescindibile spartiacque. Come se noi, a mandarci i dischi a gennaio o a marzo – appunto causa il nostro Alzheimer galoppante – a ottobre non ne conservassimo più memoria. Se capissero una buona volta che invece, così, ci obbligano a dei tour de force che non fanno bene a nessuno: a noi, che finiamo per scoppiare di troppa salute (jazzistica), né ai dischi, che si affastellano e – magari – si confondono (pure). Perché l’Alzheimer, si sa, inibisce tutte le facoltà cognitive, non solo la memoria immediata…

Troppo brutale, il prologo? Può darsi. Ma il fatto è che oggi intendiamo parlare di quelli che arrivano a rimorchio: quelli che escono a novembre, dicembre, gennaio, febbraio… Quelli che riusciamo persino ad ascoltare secondo ritmi umani. E a ricordarci, cionondimeno, quando il momento verrà. L’occasione ci è gradita, dunque, per parlare di quattro di queste eccezioni da specie protetta tipo WWF. E buon per loro: perché così abbiamo modo di trattarli un po’ più nel dettaglio.

Anche perché si tratta di quattro lavori di sicuro pregio (la paccottiglia esce sempre, non c’è scadenza che tenga). Partiamo dal più parsimonioso, un trio a conti fatti monstre in cui il cinquantenne polistrumentista campano Pasquale Innarella si accompagna a quella che è forse, attualmente, la più illustre coppia ritmica di sponda neroamericana: William Parker, contrabbasso, Hamid Drake, batteria. Il cd, Live in the Ghetto (Terre Sommerse), è stato inciso dal vivo al ghetto ebraico di Roma nel novembre 2008 e consta di cinque ampi brani nati all’impronta in cui Innarella si alterna sui suoi tre sassofoni (tenore e alto soprattutto, e poi soprano) nonché, brevemente, al corno (foto in alto). Vi si respira un’aria libera, disinibita, corporea, fervida, secondo un flusso improvvisativo  che può far venire in mente le leggendarie scorribande anni ’70 di Sam Rivers, senza – peraltro – i salvifici scarti di registro climatici, né il profondo appeal ancestrale. Possono esserci senz’altro limiti di sintesi, e magari le sorprese, una volta scoperto il gioco (o per chi già lo conosce), non sono proprio all’ordine del giorno, ma il disco è solido, per lo più ispirato (specie nei due brani finali), per certi versi terapeutico.

Dall’organico più magro al più pingue per il nuovo, notevole album del pianista e compositore triestino Roberto Magris alla guida dell’Europlane Orchestra, sorta di multinazionale in progress colta nello specifico in tre diverse uscite live fra 2001 e 2003. La lunga gestazione del cd, Current Views, si spiega, forse, col fatto che a produrlo è la rediviva Soul Note, tra le più illustri label nella storia del jazz italiano, che dopo esser passata al gruppo-Cam (ma in realtà già da prima) aveva fatto un po’ perdere le sue tracce. Sette i brani, tutti di Magris tranne uno, con punte di eccellenza per The Story Teller, che c’introduce in un universo ricco di charme e intelligenza, palleggiato in primis fra il piano tyneriano del leader, il guizzante sax soprano del sorprendente Marco Castelli e la gloriosa chitarra di Philip Catherine, e poi ancora per Dukish Interlude, Hombres e React!, tutti con al centro un altro soprano, quello luminoso di Roberto Ottaviano, e poi il vibrafono di Bill Molenhof. Altrove, magari, le strade battute sono un po’ meno originali, ma alla fine il disco s’impone comunque per coerenza, compattezza e nettezza di tratto. Per Magris (classe ‘59 come Innarella) un’invidiabile prova di maturità.

Sapientemente costruito e condotto, quindi frutto di una mente musicale che trascende il mero fatto strumentale, è anche Amarilli Quartet (Silta) del sassofonista torinese Marco Tardito (foto qui sopra), che attinge agli Scherzi composti da Claudio Monteverdi fra il 1600 e il 1607, e qui ovviamente riarrangiati. Il contesto richiede comunque una certa austerità, cui il quartetto non si sottrae, venendo a precisare via via un lavoro che rivela qualche parentela col sestetto che Gianluigi Trovesi allestì nel 1989, prima cellula del successivo, glorioso ottetto. Qui non c’è il raddoppio di arco grave e percussione, ma comune è una certa solennità (volta a volta solare, epica, bucolica, pastorale), il ricorso al contrappunto, ovviamente non senza prendersi le giuste libertà, specie – è evidente – in fase improvvisativa, dove si distinguono su tutti il trombone di Giorgio Giovannini e il sontuoso archettato di Stefano Risso al contrabbasso. Un signor disco.

Molto composto (da “compostezza” più ancora che da “composizione”) è anche Itaca (Egea) del chitarrista veronese Peo Alfonsi, che vi dirige un gruppo che, nella sua massima espansione, arriva al quintetto. Le voci-chiave sono il clarinetto di Gabriele Mirabassi, e più ancora tromba e flicorno di Kyle Gregory. Vi regna la raffinatezza – soffice, educata – da sempre tipica dell’estetica-Egea (che esiste, indiscutibilmente, proprio come la più nota estetica-ECM). Da un gruppo di temi (undici, tutti di Alfonsi) sostanzialmente omogeneo, segnalerremmo Gismontiana (ovvia dedica a Egberto Gismonti), insolitamente mosso, e poi le due coppie Beni benia/Itaca e, in chiusura, Picnic in the Garage/Dopo tutto. Ovunque s’impone il magistero di Mirabassi, la sua innata eleganza, così come la lucida perentorietà di Gregory. Salvatore Maiore, in particolare quando passa dal contrabbasso al violoncello, e Antonio Mombelli alle percussioni concorrono alla felice riuscita di un album che riesce per lo più a dribblare troppo pervasive sirene baroccheggianti.

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