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Ottoneria a corda

Una puntata in cui trombe, tromboni e tube s’intrecciano volentieri con chitarre, violini e contrabbassi. Anche se i chitarristi tendono sempre un po’ a fare squadra a sé. Imperversano duetti e quartetti. E quando è la tromba a salire in cattedra, non mancano rimandi alla Strada di Fellini/Rota.

 

Mettendo a punto il percorso della puntata, centrata sugli strumenti a corde (non è la prima volta), è apparsa via via sempre più chiara una presenza, prima serpeggiante e poi massiccia e costante, anche degli ottoni, dalla tromba alla tuba. E’ stato quindi fisiologico optare per un percorso, a quel punto, duplice, come del resto s’intrecciano e sovrappongono nei dischi trattati le due famiglie strumentali.

La partenza spetta a una serie di lavori squisitamente chitarristici, iniziando da uno che la chitarra la pratica volentieri in solitudine come il valdostano Maurizio Brunod, il quale, col recente Bad Epoque (Monk), fissa un ulteriore capitolo di questo suo itinerario “privato”, come sempre con abbondante uso della sovraincisione, e tracciati nitidi, poco accidentati, spesso onirici, benché non privi di significative impennate.

Ci si accorge di quale attenzione deve aver posto Brunod alla musica del collega norvegese Terje Rypdal, senza disdegnare un chitarrista a lui ben più prossimo, il torinese Claudio Lodati, storico membro dell’Art Studio, uscendo dal quale formò Dac’corda, appunto con un giovanissimo Brunod come seconda chitarra. Oggi Lodati si fa vivo di tanto in tanto con nuove incisioni: due sono fresche di stampa, entrambe con la presenza della vocalist Rossella Cangini (con lui nella foto qui a fianco).

La prima, Plot (Setola di Maiale), è un semplice duo. Vi spicca una nuova versione, del tutto visionaria come da anni ce ne regala Lodati, di Estate di Bruno Martino. Il resto è un dialogare spesso attorcigliato, dicotomico, in cui la vocalità acidula della Cangini trova nel calibrato chitarrismo del partner un contraltare ideale. I due sono poi parte di un altro cd, Spettacolo!!! (Splasch), live di fine 2009 che vede all’opera un sestetto con una seconda chitarra, non meno incidente, suonata da Antonio Fontana, e il grande batterista afroamericano Don Moyé (AEOC). Di spiccato umore rock, l’album propone contrasti timbrico-climatici anche molto accesi, e forse qualche eccesso di misura, in un insieme, peraltro, ricco di buone idee e momenti coinvolgenti.

Venendo ad altre due colonne della sei corde, eccoci anzitutto a Soft Wind (My Favorite) del notevole quartetto allestito da Roberto Cecchetto (Giovanni Guidi, Giovanni Maier e Michele Rabbia). Attraverso situazioni assai diversificate, il disco esprime volta a volta i tratti “educati” (talora fin troppo), il lirismo descrittivo, sognante e sospeso, l’indulgere all’estatico, tipici di Cecchetto, ma anche qualche angolosità (come in  Earthbeat, Languages, Thought of the Bees). In quartetto è anche Panorami (Splasch) di Lanfranco Malaguti, però nell’insolita formula chitarra/flauto/sax/batteria. Se l’acquisizione che salta all’occhio è quella del grande flautista Massimo De Mattia, a colpire sono anche i tracciati insolitamente corporei del cd, in cui Malaguti convoglia un lungo, capillare studio sulle strutture improvvisative (il disco è sostanzialmente senza rete) che – lo afferma lo stesso chitarrista – ha qualcosa a che fare con la celebre teoria armolodica di Ornette Coleman.

Uno sperimentalismo piuttosto spinto, non solo nella sostanza ma anche nella forma spicciola, è quello che incontriamo in Crudités (Setola di Maiale) del duo composto da Pablo Montagne, chitarra,e Giacomo Mongelli, batteria, attraversato da quella che potremmo definire “giovanile baldanza” nell’esprimere un universo spesso acre, irriverente, però con periodici ripiegamenti verso aree più pacate. Sempre in tema di duetti, eccoci poi a due lavori in possesso di una doppia specificità: l’essere monostrumentali, e l’accompagnarci al guado fra le due linee di questa puntata. L’uno, North South Dial (Slam), coglie infatti all’opera due violini, l’altro, Wind & Slap (Rudi Records), due tromboni (più tube ed euphonium). Il primo vede il genovese Stefano Pastor accanto al collega finlandese Ari Poutiainen, e se l’uno non disdegna anche il sintetizzatore, l’altro si concentra sul solo violino, in un dialogo fitto e screziato che proprio nel contrasto fra i due approcci trova il suo principale motivo d’interesse. Gran bel lavoro, come del resto quello che affianca Giancarlo Schiaffini e Sebi Tramontana (ultima foto in basso). Qui, dopo una prima parte un po’ interlocutoria (spesso troppo sottotraccia, scarsamente dicotomico), il disco decolla allorché i singoli apporti iniziano a diversificarsi maggiormente, in un crescendo che grosso modo dal settimo brano (Beautiful Roots) in poi sale fino al trittico finale, dal vivo, acquisendo via via vivacità e ricchezza dinamica e cromatica.

Paradigmatico dell’avvenuto approdo al cuore del nostro percorso, è il cd che segue, Remembering Nino Rota (Radio SNJ), duo fra la tromba di Sergio Orlandi e il contrabbasso di Marco Gamba. Orlandi, bergamasco, da tempo stimato per la sua perizia strumentale, rivela qui doti indiscusse anche sul piano progettuale, sia nell’omaggio rotiano (temi per lo più molto noti riletti magistralmente) che nel coevo Connection (Radio SNJ), alla testa del Contro Trio (con basso e batteria), ricco di temi suoi (e non) che rivelano un occhio attento ed elegante, maturo, quasi sempre in grado di eludere le sirene mainstream. Analogo trio, però con ampio dispiegamento elettronico, è quello che firma Chiaro (My Favorite) di Luca Aquino, in cui è ancora una volta la tromba flautata, aerea ed evocativa, del leader a regalarci le cose migliori, in un lavoro sotteso da strutture ricercate e mai banali. Anche qui, curiosamente, c’è una rilettura della Strada di Rota (vedi foto in apertura di articolo).

Con l’aggiunta di una chitarra, eccoci al quartetto bolognese Junkfood, protagonista di Transience (Parade), cd a sua volta alquanto “cinematografico” (ancora piuttosto rotiano, per esempio, il conclusivo I’m God’s Lonely Man), a tratti lievemente epidermico ma molto ben costruito e gestito. Un altro cambio (il piano per la tromba) ci traghetta a Spinoza (improvvisatore Involontario) del quartetto Girardi Recchia Senni Burk, cui si aggiunge qua e là una voce recitante. Fra momenti più densi, corporei, tirati, nervosi, e altri più assorti e come sospesi, un lavoro con una sua identità, forte, in particolare, di una bella nitidezza timbrica. Ancora un quartetto (Cappelletti Massaria Stranieri Maneri), con una viola (l’italoamericano Mat Maneri, appunto) al posto del basso, firma il notevole Metamorphosis (Leo), più cameristico e astratto, di uno sperimentalismo più vicino a certo radicalismo europeo, per quanto senza eccessi.

E siamo all’epilogo, con un album, Audrey (Abeat), prezioso quanto composito, che sintetizza un po’ tutto quanto detto finora. Lo firmano in sette (con due ottoni e due corde, fra cui il chitarrista Claudio Riggio, primo responsabile dell’operazione), per ventitre brani in cui si spazia dal duo al sestetto. Diverse delle gemme vedono la presenza del grande trombettista americano Tom Harrell (in homepage), principe di un lirismo sofferto e raccolto, che nel disco si sposa a meraviglia con le istanze collettive, anche qui squisitamente cameristiche, però, rispetto a “Metamorphosis”, più lineari, descrittive, con echi in qualche misura post-californiani.

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