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Non più di tre alla volta

Ci concentriamo oggi su una serie di album per organici ridotti, dal solo al trio, per allargare prossimamente il tiro su gruppi più nutriti

 

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Come già accaduto qualche volta in passato, apriamo questa nostra puntata con un album straniero, ma del resto l’eccezionalità dell’artista e la sua attinenza con l’odierno fil rouge faranno sì che ci si perdoni volentieri. Stiamo infatti parlando di Keith Jarrett e del suo ultimo album solitario, Bordeaux Concert, inciso, come sempre live, nella città girondina il 6 luglio 2016 nel corso di quello che fu l’ultimo tour del grande pianista, che la ECM sta progressivamente e amorevolmente documentando, visto che non ci sarà un seguito, tirando fuori dal cilindro sempre qualche nuova reliquia. Quest’ultima ha un carattere – diremmo – lirico-discorsivo, molto elegante, a tratti ritmicamente sostenuto, non particolarmente temerario, anche se gli azzardi non mancano (mai, del resto). Fra le tredici sezioni, come sempre totalmente improvvisate, che compongono il cd, segnaleremmo in particolare la seconda, la quinta, l’ottava, la nona e le ultime due. Ragguardevole il tempo: oltre un’ora e un quarto di flusso continuo, interrotto soltanto dai generosi applausi degli astanti. Un nuovo rito cui ci concediamo volentieri, quindi.

Sempre su ECM, un altro rinomato pianista americano, Fred Hersh, dialoga (salvo il monologo conclusivo) col nostro Enrico Rava, qui unicamente al flicorno soprano (foto sopra), in The Song Is You, altro lavoro di estrema grazia e buon gusto, tutto giocato sull’interscambio subitaneo e istintivo fra due musicisti che prediligono la sottigliezza, il canto a mezza voce (anche se sono proverbiali certi perentori graffi raviani). Il terreno del confronto sono per lo più gli standards, da Jobim a Monk.

Massicciamente pianistico, cambiando drasticamente registro, è anche Nuovomondo Symphonies (zOaR), di un altro duo, qui formato da Giovanni Mancuso e Debora Petrina, lei anche voce, entrambi pianoforte, oggetti e diavolerie varie, un LP (questo il formato) di tratto largamente sperimentale, lungo ventiquattro brani col gusto del frammento, del bozzetto, dell’invenzione più o meno all’impronta (anche se il disegno globale è palpabile), in ciò decisamente lontano da un altro album a trazione pianistica, anche se il firmatario dell’opera, Anokhi Inversi (We Insist!), è il batterista Cristiano Calcagnile, che vi guida un trio di conformazione classica e, diremmo, piuttosto classico anche come idea fondante, più prudente di ciò che Calcagnile ci ha consegnato nel corso degli anni. Il che non costituisce peraltro un difetto, visto che il disco è di ottima fattura, ben costruito e altrettanto ben condotto in porto.

 

Col sax soprano di Gianni Mimmo (foto sopra) in luogo della batteria, un altro trio, battezzato Clairvoyance e completato da Silvia Corte al piano (anche toy) e Adriano Orrù al contrabbasso, firma l’altrettanto apprezzabile Transient (Amirani), di tratto certamente più avanzato, ma comunque leggibilissimo, nitido e assolutamente conseguente, congruo, così come How Get Rid of th Darkness (sempre Amirani), in cui ancora Mimmo duetta con i sassofoni (e il marranzano, o scacciapensieri, nell’ultimo brano) di Pierfrancesco Mucari, lavoro di tono ovviamente diverso, sia – ovviamente – sul piano timbrico che delle dinamiche che si vengono a instaurare fra i due strumenti, in un clima pensoso quanto denso, limpido ma a tratti nervoso, quasi concitato. Una coppia di cd che ci conferma una volta di più quanto valga ormai da molti anni la voce (globalmente parlando) di Gianni Mimmo e della sua coraggiosa etichetta.

Un altro duo, composto qui da Giancarlo Nino Locatelli al clarinetto basso ed Enrico Fazio al contrabbasso, firma 7 Rocks (We Insist!), un’incisione del 2014 solo oggi portata agli onori della cronaca, felicemente, trattandosi di un lavoro assolutamente degno, firmato oltre tutto da due musicisti coi fiocchi, rigorosi e mai banali. Come questo cd, ad onta di un minimo di monoliticità timbrico-situazionale, ribadisce una volta di più. E sempre su We Insist! un’altra conferma ci arriva tramite Three Tsuru Origami circa il trombettista (qui in realtà anche a sax soprano, elettronica e voce) Gabriele Mitelli (foto sotto), nello specifico affiancato da una ritmica (definiamola così, riduttivamente) british, con John Edwards al contrabbasso e Mark Sanders alla batteria (e oggetti). Il disco è un autentico caleidoscopio di situazioni, vario e sempre capace di tener desta l’attenzione di chi ascolta. Una bella prova di maturità per il musicista bresciano, cosa che non ci sentiremmo di dire per l’ennesimo duo, stavolta formato dal chitarrista Biagio Marino e dal batterista Zeno De Rossi, il cui recente Break Seal Gently (Fonterossa) delude non poco le attese, appoggiandosi su soluzioni abbastanza effettistiche, avare di gesti autenticamente creativi, se non a tratti, come ad esempio in Porta Ruana, Villanella e soprattutto La grande pellicola effimera. Non tantissimo, soprattutto per quanto riguarda De Rossi, di cui ben conosciamo il valore.

 

È ad ogni buon conto un chitarrista, il romagnolo Fabio Mazzini, a firmare Direzioni (Blue Garage), pregevole album solitario di matrice più country-blues che strettamente jazzistica.  Belle sonorità, vive, acustiche ed elettriche (anche insieme), caratterizzano il disco, che non presta certo il fianco alla noia, così come, su un versante più vicino alle nostre tradizioni popolari, Cantabile (Caligola) del fisarmonicista umbro Federico Gili, altro lavoro a una sola voce – per chiudere il cerchio aperto con Jarrett – in cui s’inserisce peraltro, nel brano che lo intitola, il bandoneon del sempre ottimo Daniele Di Bonaventura. Lavoro magari non originalissimo, quello di Gili, ma pieno di buon gusto e sana musicalità. Che non sono mai doti da sottovalutare.

Foto di Alberto Bazzurro (Rava) e Uli Templin (Mimmo).

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