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Laneri ‘70

Attraversiamo oggi una parabola artistica ultraquarantennale alla quale, pur nella pluralità degli input, non ha mai fatto difetto un’estrema coerenza.

Qualcuno ricorderà Boccaccio ’70, film a episodi (Fellini, Visconti, De Sica e Monicelli i registi, tanto per gradire), in realtà del 1962. Nel nostro caso, il ’70 del titolo non sta per l’anno, ma per gli anni: quelli che Roberto Laneri (foto in alto), nato ad Arzignano (VI) ma di stanza a Roma da tempo immemorabile, compirà il 25 marzo. Polistrumentista, cantante (nell’accezione di cui diremo) e compositore non propriamente di sponda jazzistica, Laneri ha peraltro lambito in più occasioni tale sponda nel corso della sua carriera. Diplomatosi in clarinetto al conservatorio romano di Santa Cecilia, e laureatosi poi in composizione alle università di New York e California, si è sempre mosso soprattutto in area – cosiddetta – contemporanea, non disdegnando (semmai il contrario) la tangenza con un dato ambito popolar-ancestrale.

Fra le sue creature, ricordiamo il gruppo Prima Materia, formato nel 1972, quando fece ritorno in Italia dagli USA, legandosi in particolare a Giacinto Scelsi (La Spezia, 1905 / Roma, 1988), compositore fra i più appartati e geniali del Novecento italiano post-schoenberghiano. Dello stesso periodo è la scoperta del canto armonico, che, sfruttando le risonanze che si vengono a creare nella cavità orale con l’emissione del suono, consente effetti multifonici. A tale pratica Laneri ha dedicato anche un paio di volumi, ‘La voce dell’arcobaleno’ e ‘Nel cielo di Indra’.

In campo jazzistico, andrà ricordata almeno la sua partecipazione nelle vesti di clarinettista basso alla colonna sonora realizzata da Charles Mingus per ‘Todo Modo’ di Elio Petri ma in realtà mai impiegata (1977, poi nell’album 'Cumbia & Jazz Fusion'), nonché l’ottetto portato in India nel 1984 con, fra gli altri, Giancarlo Schiaffini, anfibio come lui, Roberto Ottaviano e un poco più che ventenne Paolo Fresu. Laneri ha inciso anche con Peter Gabriel e insegnato clarinetto al conservatorio di Firenze fino al 2010, anno che segna in qualche modo uno spartiacque nell’ultima fase della sua parabola artistica, visto che all’abbandono dell’insegnamento coincide una massiccia ripresa dell’attività discografica: tre album (di cui uno doppio) uno in fila all’altro, tutti per Terre Sommerse.

Il doppio s’intitola Breath – In forma di cristalli e riunisce due lavori separati, entrambi ripresi dal vivo, il primo al Museo Scelsi di Roma a inizio 2010, il secondo nel 2005, sempre legato a Scelsi (foto qui sopra). Si tratta, in quest’ultimo caso, di un “percorso armonico-vocale” su testi appunto di Scelsi compiuto da un ensemble comprendente una voce recitante (Ilaria Drago) e otto cantanti armonici (foto in basso), con una spiccata ancestralità di ascendenza liturgica e rimandi quasi fisiologici, fra i vari possibili, al teatro greco. Il primo CD contiene invece una solo performance di Laneri di fatto fortemente emblematica dei suoi tracciati creativi, attraversati in effetti spesso in solitudine. L’emblematicità del tutto nasce anche dal fatto che il disco (sette brani) è aperto e chiuso da episodi al sax soprano, l’attrezzo con cui il Laneri strumentista più s’identifica, dedicando il cuore del lavoro soprattutto al più volte citato canto armonico, senza per questo disdegnare il didjeridoo (il “tubo” in cui soffiano millenariamente gli aborigeni australiani) e ammennicoli (strumentali) vari. Modernità e tradizione, quindi.

In Sentimental Journey (data d’incisione ignota) Laneri ospita qua e là la voce di Giuppi Paone, anche se il lavoro rimane in buona sostanza a sua volta solitario. Ci sono periodici quanto inequivocabili rimandi alla tradizione jazzistica (e più in generale a una cantabilità non poi così usuale in Laneri), mentre nello strumentario, sempre con sax soprano, voce e didjeridoo al centro delle operazioni, fanno capolino clarinetto e clarinetto basso (frequenti le sovraincisioni). Il tutto, tra affetto e ironia (e non senza una vena di malinconia), con diversi episodi (la titletrack, portata al successo addirittura da Doris Day, Soul Massage, Polyphone, Soft Tigers, Mood Didge, arguta rivisitazione del ben noto Mood Indigo ellingtoniano, e il conclusivo, celeberrimo Dream a Little Dream of Me) di grande efficacia.

Il terzo album prodotto da Terre Sommerse, Escher, vede invece Laneri dialogare col pianoforte di Fabio Sartori (più percussioni varie). Lo aprono e chiudono due blues per i quali, in copertina, si tirano in ballo ora Bud Powell e Monk (Escher, con sax soprano persino à la Steve Lacy), ora il grande clarinettista trad Johnny Dodds (A.M. Blues). Anche qui rimbalzano situazioni amusantes, talora quasi ballabili, per quanto non manchino episodi più articolati, in un percorso ancora una volta di estrema coerenza intestina pur negli input di varia provenienza. E ora, per l’importante traguardo anagrafico da cui queste righe traggono spunto, attendiamo che Roberto Laneri torni ad aggiornarci sulla sua attività più recente. Con i nostri migliori auguri (in ogni senso).      


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