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Canzoni&Parole - Festival di musica italiana ...

  di Annalisa Belluco  ‘Canzoni & Parole’ il festival della canzone d’autore italiana organizzato dall’Associazione Musica Italiana Paris che ha esordito nel 2022 è pronto a riaccendere le luci della terza ...

La Grande Abbuffata

Quale momento migliore dell’anno per fare indigestione di dischi e di ascolti? Ve ne proponiamo la bellezza di venti...

 

Quale periodo dell’anno si presta più di questo alle grandi abbuffate? Se invece che di cibarie, che alzano il colesterolo (e il peso) di ascolti discografici, meglio ancora. Ecco dunque la nostra brava puntata natalizia, con la bellezza di venti cd tondi tondi su cui spendere le poche parole che lo spazio ci consentirà. Partiamo come spesso accade da un album solitario, The Healing Sax (Ponderosa) del sassofonista russo-toscano Dimitri Grechi Espinoza, che in compagnia del suo sax tenore si avvolge una volta di più delle sonorità cariche di echi e riverberi di una chiesa, evidentemente convinto di aver trovato il suo filone aureo. Ma sarà poi vero? Al di là del fascino dell’incisione, e a dispetto di quanto ci insegnano i latini, repetita non sempre juvant. Specie su un terreno così particolare. 

Solo con le sue percussioni, ecco poi Filippo Abrate (foto in alto) nel primo di quattro cd editi in simultanea dalla neonata etichetta Mupe, Warm to Become, il cui eloquio parco e pensoso, più giocato sul suono che su regole ritmiche ben precise, con un grande risalto per l’alternanza suono/silenzio, denota la discendenza dal suo maestro (nonché eporediese come lui) Massimo Barbiero, più volte incontrato su queste colonne. Complemento perfetto a questo primo cd targato Mupe è poi Kumbu-tse, inciso da Abrate in coppia col collega di strumento Thomas Canna (anche oggetti e synth, nome del duo 12631 12 15421…), per sonorità più piene ma sempre largamente meditative, talora eteree, sognanti (qua e là col sax tenore di Paolo Porta aggiunto).

In Astra, terzo cd della serie (un solo ampio brano live di 24:28), il duo Canna/Abrate si unisce poi ad Alessandro Luppi, clarinetti e sax alto, e Giovanni Falascone, piano ed elettronica, senza che il raddoppio delle forze, in tutta onestà, dia frutti palpabili. Il meglio del lotto arriva così da Pura luce, targato Mupe Ensemble, sempre con Canna e Abrate in sestetto con due trombe, sax tenore e contrabbasso. Ottimo l’interplay di gruppo e le geometrie proposte, lungo coordinate ardite e mai scontate.

Torniamo sui nostri passi recuperando un paio di duetti, entrambi editi su Caligola. Il primo è formato da Matteo Mosolo, contrabbasso, e Flavio Zanuttini, tromba, che in Half Black Half White Half Yellow girano attorno alla figura di Charles Mingus, di cui nel 2022 (quando l’album è stato inciso) cadeva il centenario della nascita. Ottime le dinamiche e il dialogo fra i due dirimpettai, discorso che vale anche per i sassofoni (soprano e tenore) di Marco Castelli e il pianoforte di Marco Ponchiroli in Song for a Desert Island, dove vengono rigenerati (leggi annessi al linguaggio del jazz, pur a maglie piuttosto larghe) tredici brani classici (inclusi Piazzolla, Jobim, Morricone e altri nomi di confine, accanto a Verdi, Beethoven, Chopin...). Risultato più che lusinghiero, del tutto plausibile. Gli stessi sassofoni di Castelli, nello specifico abbinati a chitarra e batteria, si ascoltano in Escape (Notami) del trio Laviano Martino Serignoli, album che per parte sua riunisce, non senza un certo ardimento (ma con esiti a loro volta credibilissimi), Beatles, Monk e Carla Bley, sette brani in tutto, più Naima di Coltrane e Alice nel paese delle meraviglie. Ascoltare per credere.

Visto che abbiamo citato Carla Bley, da poco scomparsa, passiamo a una terna di cd al femminile. Il primo, doppio (in realtà 78:10), è Prayers (Tuk) della pianista e compositrice (tutti suoi i quindici temi) Sade Mangiaracina, qui alla testa di due diversi trii, il più interessante e originale dei quali è di certo il secondo, con tromba (Luca Aquino) e contrabbasso, fortemente evocativo nel suo elegante aplomb cameristico. Qua e là si unisce il quartetto d’archi Alborada. In trio è pure, su tutt’altro versante estetico-espressivo, Timing Birds (Fonterossa) della bassista senese Silvia Bolognesi (qui anche voce e percussioni) con Dudù Kuate, percussionista senegalese (molto aromatico) di stanza a Bergamo, e Griffin Rodriguez, losangelino, elettronica e voce. Il tono del cd, fra poetry ed esoterismo, lambisce diversi crinali, col jazz in quanto tale certo meno incidente di inflessioni etnico-tribal-ritualistiche quanto mai palpabili.

 

Gruppo internazionale (quartetto) per un’altra bassista, la romana Federica Michisanti (foto qui sopra), che firma con Afternoons (Parco della Musica) il suo album più maturo, nonché fra i top dell’anno. Sono con lei Louis Sclavis, clarinetti, Vincent Courtois, cello, e Michele Rabbia, batteria, gente avvezza a volare alto, illuminando composizioni già per loro conto maiuscole (tutte di Federica) con tocchi personali e inconfondibili. Di analoga natura è pure, sempre su Parco della Musica, Weav4, cioè Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto, Benoît Delbecq, pianoforte, Francesco Diodati, chitarra elettrica, e Steve Argüelles, batteria. Anche qui preziosità compositiva (brani di tutti), estremo rigore formale e ottimi spunti solistici, il che vale pure per un ulteriore album di prevalente marca italo-francese, Astrolabio Mistico (Dodicilune), cofirmato da Michel Godard, serpentone, e Roberto Ottaviano, sax soprano, in quintetto con tiorba (della famiglia dei liuti) e doppia voce femminile, detta e cantata. Qui il clima è largamente intriso di aromi ancestrali, profumato e inequivocabilmente calato a equa distanza temporale, immaginaria e immaginifica.

Altri profumi, sempre d’antan, per spazio e tempo, ci portano sulle tracce di Öt Mìnusz Kettò (Caligola) di Minimal Klezmer (perché questa è l’area d’azione), rigoglioso quartetto/quintetto alquanto spinto su un crinale madido di spezie e opulenze varie, cosa che non si può certo dire, all’opposto, del quintetto protagonista di Unshaped Words (Folderol), pur di parziale analogia strumentale (clarinetto e doppio arco, più chitarra/oud e voce, qui), capace di coinvolgere musicisti dal marcato pedigree sperimentale (perché questa è l’area d’azione, volendoci ripetere) come l’americano Mat Maneri, il canadese Gordon Grdina e i nostri Marco Colonna e Giulia e Mario Cianca. Qui regna una sorta di nervoso camerismo zeppo di spigolature, ovviamente nel segno di un lessico improvvisativo assai ardito.

Ancora Colonna, doppia ancia, lui e Edoardo Marraffa, e doppia percussione (Fabrizio Spera e Marco Zanotti), firma poi Red Planet (Relative Pitch), frutto di free impro allo stato brado, laddove un altro quartetto, peraltro di geometrie e approccio affatto diversi, sta al centro di Patterns for Trascendence [insita] (nusica.org) del trentenne bassista alessandrino Leonardo Barbierato, frutto di totale ponderazione, a monte, pur sempre nel segno di un linguaggio largamente attuale, con un ruolo centrale coperto dal trombone di Gianpiero Malfatto.

Tutto compositivo, anzi proprio centrato sul songbook di uno dei nostri jazzisti più illustri, Franco D’Andrea, è poi Electric Franco (Da Vinci), firmato da uno che col meranese ha lavorato a iosa, il bassista Aldo Mella (foto sotto), che in quartetto con clarinetto (Francesco Bearzatti), chitarra elettrica e batteria rilegge più o meno note pagine dell’omaggiato con fare spigliato e loquace, mentre un altro guru del jazz nostrano, Gianluigi Trovesi, è l’ospite d’onore di Concerto (Dodidilune), il nuovo cd del pianista Claudio Angeleri, opera di un estroverso settetto (più coro, qua e là), colto dal vivo nel maggio scorso in quel di Nembro (borgo natio trovesiano), rielaborando pagine di antica provenienza in un affresco di fascino e sostanza.

 

E chiudiamo con un dischetto di meno di mezz’ora, Otium (Angapp) del chitarrista Livio Bartolo, qui alla testa di un quintetto squisitamente cameristico con tromba, clarone e doppio flauto che attraversa sue composizioni assolutamente in tono, regalandoci un autentico gioiellino. Da mettere senz’altro sotto l’albero.        

Foto di Alberto Bazzurro (Michisanti, Mella).    

 

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