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Thelonious Monk, Cecil Taylor e Keith Jarrett sono senz’ombra di dubbio tre dei pianisti più influenti del jazz moderno. Attorno a loro verterà questa nostra ultima (e come tale natalizia) puntata del 2020, per una volta di respiro internazionale anche in quanto a incisioni trattate. Partendo appunto dal bizzarro Thelonious, a cui il pianista Stefano Travaglini ha dedicato Monk (Notami), inciso in solitudine nel maggio 2019 e centrato su quindici temi dell’omaggiato, trattati con piglio che non possiamo non definire classicheggiante, qua e là rendendo di fatto pressoché incoglibili (se non proprio in filigrana) le pagine su cui il Nostro si produce. Disco comunque di estrema eleganza e misura, anche originale proprio per il taglio scelto.

Schiettamente monkiana è anche la matrice di uno dei patriarchi del piano jazz europeo, l’olandese (di origine russa) Misha Mengelberg (foto sopra), che nel corso di una lunghissima carriera (ci ha lasciati ottantaduenne nel 2017) ha ovviamente battuto anche innumerevoli altre vie, di cui si può cogliere un eloquente compendio nell’album (anch’esso solitario) che I Dischi di Angelica, “braccio armato” dell’omonima rassegna bolognese, gli hanno dedicato, Rituals of Transition, che raccoglie cinque sue più o meno ampi (da un minuto e quaranta a poco meno di venti) estratti da sue performance, in concerto e in radio, fra 2002 (appunto ad Angelica) e 2010. Sono cinquantasei minuti di varia natura in cui Mengelberg appare quel grande musicista (qui particolarmente enciclopedico, come amava proporsi negli ultimi anni, meno arcigni e arrembanti dei primi, quando s’impose come uno dei padri fondatori del nuovo jazz europeo di matrice free) nonché quell’uomo simpaticissimo e curioso che era (in ciò pendant ideale del suo “doppio”, il batterista Han Bennink, per buona sorte ancora fra noi).

Venendo a Cecil Taylor (foto sotto), padre riconosciuto del pianismo free fin di primissimi anni Sessanta (se non prima), sempre l’etichetta bolognese ci propone il doppio At Angelica 2000 Bologna, con un primo cd anche questo in piano solo e un secondo con dentro la registrazione dell’intervista che il pianista (a sua volta scomparso nel 2018 poco meno che novantenne) rilasciò il giorno dopo il concerto (10 e 11 maggio 2000) a Franco Fabbri (traduzione in italiano nel booklet interno), non disdegnando qualche nota di pianoforte, qualcuno dei suoi versi (presenti anche nel primo cd) e, presumiamo, qualcuno di quei passi di danza con cui, come a suo tempo lo stesso Monk (pur più episodicamente), amava infiorettare le sue performance. Detto ciò, l’ora (molto) abbondante del solo cd suonato giustifica per intero il fatidico “prezzo del biglietto”, riunendo magnificamente i riflessi di tutto ciò che il grande Cecil dispensava nel suo pianismo ramificato, tellurico ma da un certo momento in poi capace di improvvisi ripiegamenti su terreni più intimi e decongestionati. Una grande lezione di piano contemporaneo tout court, in sintesi.


Doppio, ma interamente suonato, è un quarto piano solo, nodale, arrivando all’indomani dell’intervista al New York Times (con ampio risalto anche sulla stampa nostrana) in cui Keith Jarrett informava di esser stato vittima di due ictus, con paralisi parziale del lato sinistro del corpo, il che difficilmente gli consentirà di riprendere adeguatamente la pratica dello strumento. L’album, Budapest Concert (ECM), riporta l’esibizione tenuta dal grande pianista nella capitale ungherese il 3 luglio 2016 e va senz’altro annoverato fra i suoi soli di riferimento. Include quattordici brani, decollando a sua volta turbinoso nella sequenza iniziale (parti da 1 a 12, senza titolo, più due standard come bis, secondo copione) di quasi un quarto d’ora (la più breve dura due minuti e mezzo, per un’ora e mezza in tutto, generosi applausi del pubblico inclusi) per farsi poi, volta a volta, più meditativo, astratto, brumoso, elegante (qua e là persino un po’ decadente), scolpito, ritmicamente pulsante, rotondo, educato, nervoso, solenne, martellante.

La lezione di Jarrett, come quella di Bill Evans, ha certo segnato l’apprendistato di Stefano Battaglia, che ha poi guadagnato una sua identità sempre più marcata (includendo anche elementi più free, certamente) che ce lo fanno vedere oggi come uno dei più influenti pianisti europei della generazione di mezzo (è del ’65). Nel recentissimo La beltà (autoprodotto), cinque improvvisazioni anche molto ampie (fino a ventiquattro minuti) ispirate all’omonima raccolta poetica di Andrea Zanzotto, Battaglia agisce nel trio Oltranza Oltraggio, nato da un’idea del bassista Marco Ballabene e completato da Massimiliano Furia alla batteria. L’elemento prevalente sembra esserne una pensosità concentrata e assorta, con momenti quasi silenti e altri invece in cui il canto bussa convinto, pur senza prendere mai troppo la mano ai tre musicisti. Non mancano passaggi più ritmici, diretti, per un lavoro di sicuro interesse e spessore.

Ancora in trio (con Pasquale Gadaleta al basso e il grande Bob Moses alla batteria) è Wild Geese (Dodicilune), bellissimo album lasciatoci in dote dal pianista pugliese Gianni Lenoci (foto sotto), andatosene poco più di un anno fa appena cinquantaseienne. Ne fanno parte nove temi dei grandi del jazz a cui, pur in modo diverso, rimandano anche Taylor e Jarrett: quattro a testa di Ornette Coleman e Carla Bley e uno di Gary Peacock (a sua volta scomparso non più tardi del 4 settembre scorso). Il risultato, come detto, è maiuscolo. E non c’entra il rimpianto per un artista amato e conosciuto di persona: qua c’è grande musica, piena, felicemente articolata, mai banale. Esemplare.


E chiudiamo con un nome nuovo (almeno per noi), la giovane pianista (nonché qua e là cantante) marchigiana Elena Lodovici, che in Introspections (Notami) guida un quartetto in cui ai canonici basso e batteria si aggiunge un vibrafono. Il risultato è un album fresco, vitale, belle dinamiche e bella mano autoriale, un disco di ascolto gradevole ma non per questo futile. Tutti della pianista i quattro brani in scaletta, fra i quali segnaleremmo il primo, Waiting (come un vecchio pezzo dei Santana), e il terzo, Incomplete.

Foto di Rose Anne Colavito (Jarrett), Ken Weiss (Mengelberg), Michael Hoefner (Taylor) e Alberto Bazzurro (Lenoci).

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