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Il paradigma delle 13 pipe

Ricurvo proprio come una pipa, il sassofono, strumento-principe del jazz, ci consente l’ennesima cavalcata entro l’attuale scena italiana, attraverso formule diverse che come di consueto snoccioliamo procedendo per aggiunte e varianti.

Notoriamente, nel jazz in particolare, per “pipa” s’intende il sassofono. Che almeno in uno dei modelli canonici, il soprano, è tuttavia diritto (quindi… “sigaro”? in realtà ne esiste anche una versione ricurva, dunque a sua volta “a pipa”). Alla nobile causa del sassofono questa rubrica si apre spesso. Come accade appunto oggi. Passando in rassegna la bellezza di tredici “pipe” (ovviamente in rapida succesiione) e progredendo, comme d’habitude, per aggiunte (di membri: oggi dal trio al sestetto) e varianti (strumentali).
Partiamo dal trio, con un sax tenore, il romano Max Ionata, di solito strumentista assai nel solco, che nel recente Kind of Trio (Via Veneto) offre però una bella prova di maturità, abilmente assecondato dagli americani Reuben Rogers, contrabbasso, e Clarence Penn, batteria (foto in alto). Se l’assenza del piano consente maggiori libertà ai tre (che se le prendono), è proprio il quartetto col re delle tastiere la nostra successiva stazione. Lungo quattro album. Il primo, Homecoming (Albòre), ha per protagonista un altro sax tenore, il torinese Emanuele Cisi (con Bonafede, Bonaccorso e Sotgiu), peraltro non in uno dei suoi lavori più originali: correttissimo, ma non troppo inventivo, come sempre un po’ incerto fra modello-Coltrane e modello-Rollins, il che vale anche (al limite lambendo pure un Archie Shepp) per Umberto Muselli, sax tenore di The 4, che in One (EmArcy) sfornano un prodotto a sua volta non originalissimo, però in fondo più nelle strutture che nel linguaggio, più libero che in Cisi.
Tutt’altro discorso per From Time to Time (El Gallo Rojo), gran bel cd a firma del pianista bresciano Emanuele Maniscalco, classe 1983, con Franceso Bigoni ancora al tenore, Giulio Corini al basso e Nelide Bandello alla batteria. Quartetto notevole, come si sarà capito, perché forte di quattro spiccate individualità, con libertà e strutture a convivere con sagacia. Analogo discorso, benché su tutt’altro registro espressivo, vale per l’ultimo quartetto con pianoforte del lotto, Cordoba Reunion, protagonista di Sin lugar a dudas (Abeat), in cui il sopranista argentino (ma romano d’adozione, e pugliese d’origine) Javier Girotto (foto sotto) incontra i concittadini Gerardo Di Giusto, Carlos Buschini e Gabriel Garay. L’intensità e la danzabilità sono, come sempre in Girotto, al centro delle operazioni, per un disco di sicuro appeal, fra tango, jazz e spezie varie di umore popolare.


Con la chitarra al posto del piano, ecco altri due lavori. Il primo si deve a un autentico senatore, Claudio Fasoli, che in Avenir (Caligola) si produce sui consueti tenore e soprano, su una tavolozza più vivace e luminosa del solito, nella cui definizione la chitarra di Michele Calgaro gioca un ruolo certo non marginale. Il che non si può dire per Black Ol’ Blues (Rudi Records) del Black Hole Quartet, dove due dei più valorosi esponenti del nuovo jazz italiano attivi da oltre un trentennio, il tenorista Daniele Cavallanti e il batterista Tiziano Tononi, non trovano quasi mai la zampata giusta, firmando un lavoro piuttosto scialbo e stranamente prudente.
Con i succitati (in seno a Nexus ma non solo) ha incrociato spesso le armi Riccardo Luppi, che in Live in Milano (El Negocito) guida un quartetto internazionale in cui, rispetto ai precedenti, piano e chitarra sono rimpiazzati dalla voce (più elettronica, con Luppi impegnato anche al flauto). Si respira una bella aria di sperimentazione, magari non sempre risolta ma comunque salvifica. Intermittenti gli esiti, così come in Boparte (Rudi Records) del quartetto di Giuliano Tull, sax alto, con un trombone (Lauro Rossi) al posto della voce (e al basso Giovanni Maier) e un intento, avvertibile, di andare oltre quell’eredità bop che, fin dal titolo, è comunque lì dietro l’angolo. Magari attingendo anche dal vocabolario ornettiano.
Bop mani e piedi – anzi, proprio parkeriana – è la costola da cui proviene Francesco Cafiso (foto sotto), ex-enfant prodige alla ricerca dell’evasione da modelli troppo incapsulanti. Nel recente Moody’n (Verve), il siciliano dirige un quartetto coraggioso, per organico, uguale al precedente ma con diverso ottone (la tromba di Dino Rubino per il trombone) e senza batteria, rimpiazzata dal piano (Giovanni Mazzarino), che torna così sul luogo del delitto (al basso, come con Cisi, c’è Rosario Bonaccorso). Il fatto è che l’insolito mix strumentale riesce a eludere solo qua certi stilemi. Ottimi, peraltro, gli intrecci alto/tromba.


Con tutti newyorchesi (e a New York), il prolificissimo Biagio Coppa ha inciso per parte sua (aprile 2009) Antagonisti androgeni (No Flight) con un quintetto identico al gruppo di Cafiso ma col rientro della batteria. Da un organico tanto battuto (da Roach-Brown Inc. e Jazz Messengers in su), il sassofonista (soprano e tenore) riesce tuttavia a cavar fuori un lavoro come sempre denso e originale, ciò che riesce ottimamente anche alla giovane pianista calabra Aurora Curcio, che in D’onde (Improvvisatore Involontario) guida lei pure un quintetto, però con un clarinetto basso al posto della tromba (e Francesco Cusa alla batteria). Il cd dura appena ventotto minuti, ma ciò non impedisce alla Curcio (suoi i sei brani) di esprimervi la propria intelligenza musicale, grazie a un incedere per lo più quieto, concettuale, di raffinato gusto contemporaneo.
Chiudiamo con l’unico cd in sestetto, Radiomondo (Blue Serge) del padovano Maurizio Camardi, album di esplicito humus popolare, col leader ai sassofoni tenore e soprano, più duduk, ciaramella, ecc., fisarmonica (Beccalossi), piano (l’ex-Area Patrizio Fariselli), basso (Gallo), batteria (Gandhi) e percussioni (Sanesi). Talora, tutto questo ben di Dio (anche per i nomi coinvolti) non riesce a eludere adeguatamente le insidie della maniera (e della ripetitività), una cantabilità fin troppo diretta e accogliente. Ottimi, per contro, brani come Armaduk, morbido e suggestivo, Cairo, più ardito, e il conclusivo Witchi Tai To (di Jim Pepper), più articolato.     

 

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