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Gran piano

Bollani (con Corea), Intra, D’Andrea, Liguori, Battaglia: cinque maestri degli ottantotto tasti irrompono (più o meno) compatti sul mercato discografico, offrendoci una ghiotta occasione per parlare del pianoforte made in Italy.

Il pianoforte è con tutta probabilità lo strumento più universale che si sia: non può prescindervi la musica classica, e nemmeno il jazz, lungo l’intero arco della sua storia. L’Italia, ovviamente, non manca di pianisti di livello, cinque dei quali arrivano sui nostri lettori più o meno in contemporanea con album degni di grande attenzione. Per una volta non immersi in caterve di cd, dedichiamo a ciascuno di essi lo spazio che merita (o comunque non troppo di meno…), procedendo – per quanto bizzarro possa apparire – in base alla percentuale di pianisticità, cioè all’incidenza quantitativa che lo strumento riveste nell’incisione.

100% – Potremmo  quasi parlare di 200%, visto che Orvieto (ECM) vede il nostro Stefano Bollani duettare con un monumento quale Chick Corea (vedi foto in alto), per l’esattezza all’ultimo Umbria Jazz Winter. Bollani non è nuovo a esperienze del genere (ricordiamo una memorabile duo genovese con Martial Solal, per esempio) e qui si rapporta a Corea senza alcun timore reverenziale, per un’ora e un quarto di musica in totale interplay. Diviso in due tempi, il concerto offre tre libere improvvisazioni, un brano a testa dei due musicisti (più un arrangiamento comune) e sette temi altrui (due Jobim, Fats Waller, Miles Davis, ecc.). Negli episodi più scintillanti, tipo If I Should Lose You, Jitterburg Waltz o il trittico finale, più palpabile si avverte il piacere di suonare assieme, ma non da meno sono alcuni momenti più ripiegati, tipo A Valsa da Paula, delicata pagina di Bollani, o Nardis, che segue la seconda delle tre impro di cui sopra, che la introduce senza fretta, sul liquefarsi di note distillate e perlacee, con una specie di fugato finale.        

80% (circa) – Il protagonista, qui, è Enrico Intra, il cui ultimo cd porta un titolo, Piani diversi (Alfa Music), da intendersi in una duplice accezione: dei quattordici brani per piano solo, quattro sono infatti appannaggio di Giulia Molteni (gli altri dieci, ovviamente, di Intra stesso), in un clima più prossimo alla contemporaneità colta (con quattro pagine di Bartok) che al jazz in senso stretto, ciò che del resto non è una novità per l’artista milanese, che emblematizza tale processo nell’episodio più ambizioso (e ampio) del cd, 442 secondi (in realtà sono 526: 8’46”), dove dirige – ecco la seconda “diversità” – un settetto di giovani virgulti (Rubino, Cigalini e Lanzoni, al piano, fra gli altri), che sembra rimandare ad antiche, gloriose pagine intriane tipo Nuova Civilità (anno di grazia 1975, solista ospite Gerry Mulligan). Un disco “anfibio” e stimolante.

33% Piano trio della più chiara acqua in The River of Anyder (ECM), ultimo album di Stefano Battaglia (foto qui sopra) con Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria. Si tratta di dieci brani (quasi ottanta minuti) tutti di Battaglia,  attraversati da un soffice respiro interiore, fra cantabilità sospesa, sapientemente concettualizzata (nel senso di mai mielosa o ridondante), a tratti quasi solenne, e segmenti più pulsanti o, per contro, magri e astratti. Ovunque preziosissimo, nel far respirare la musica, il drumming asimmetrico e spesso imprevedibile di Dani, con Maiore a fornire un fondale mobilissimo. Una sottile danzabilità innerva infine stralci più o meno ampi del lavoro, in particolare in Sham-bha-lah e Ararat Prayer, cantilenante e quasi incantatorio, con frammenti di umore vagamente mediorientale.

33% (bis) – Un altro trio, però col basso elettrico (di Roberto Del Piano) in luogo del contrabbasso, firma Noi credevamo (e crediamo ancora) (Bull) del pianista Gaetano Liguori. E’ all’opera il glorioso Idea Trio, completato come tanti anni fa dalla batteria di Filippo Monico. L’operazione è semplice: Liguori ha composto una nuova suite, appunto …e crediamo ancora, che, incisa nel gennaio di quest’anno, occupa le prime otto tracce del cd, laddove le restanti cinque riprendono l’originaria Noi credevamo nella versione del 1972. Entrambe hanno marcate implicazioni ideologiche, le quali non dovrebbero mai inficiare il giudizio sulla musica (se non c’è la parola di mezzo), allora come ora. La musica, già: il materiale tematico riprende le varie Bella ciao, El pueblo unido degli Inti Illimani, El quinto regimiento, canto della guerra civile spagnola già ripreso dalla Liberation Music Orchestra (e non solo) e Hasta siempre comandante, dedicata a Che Guevara. Liguori le usa come base per le libere (proprio nel senso di free, con al centro il suo pianismo di chiara marca post-tayloriana) improvvisazioni a tre, secondo una prassi tipica di una certa frangia jazzistica (lo fece anche Gaslini, fra gli altri). Il risultato è senz’altro efficace, in entrambe le suite, la più antica con un filo di irruenza in più, del resto tipica dell’epoca.

25% – Chiudiamo con un album in quartetto, quello di Franco D’Andrea (foto qui sopra), nella cui discografia questo Sorapis (El Gallo Rojo), inciso nel maggio 2010, va a occupare un posto certo non secondario. Si tratta infatti di un disco bellissimo, in cui temi vecchi (Old Jazz, Latin Sketch, T.M., palese omaggio a quel Thelonious Monk il cui alitospezia diversi momenti del cd, Air Waves, Beatwitz, che risale addirittura ai tempi del Modern Art Trio, e la titletrack) e nuovi (Tritoni 1, Seste e Treble and Bass a firma collettiva, e i conclusivi Winterpromenade e New Calypso del solo pianista) vanno a compenetrarsi (con l’ellingtoniano The Single Petal of a Rose) in un tutto mirabilmente coeso e ispirato, a tratti persino imprevedibile per le strade imboccate, con D’Andrea che si conferma abilissimo demiurgo di suoni, capace di guidare i suoi con gesto lieve quanto autorevole. Che a settant’anni (compiuti l’8 marzo) si abbia ancora tanta voglia – forse prima ancora che capacità – di rischiare, di mettersi in gioco, non può che essere d’esempio per tutti.

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