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…e ora arriva Santa Claus

Seconda e ultima parte della consueta perlustrazione prenatalizia fra le molte uscite autunnali sul versante del jazz di casa nostra.

 

 

Completiamo come promesso la scorsa puntata della rubrica con un altro gruppo di album usciti a ridosso del voto per il Top Jazz 2021 (generalizziamo), i cui risultati compariranno sul numero di gennaio di Musica Jazz. Proseguendo nella “cronologia” che avevamo predisposto, il primo titolo è Piranha (Habitable) del trio composto da Federico Calcagno ai clarinetti, Filippo Rinaldo al piano (e octatrack) e Stefano Grasso, batteria e vibrafono. La musica è vitale, mai supina, di belle timbriche e geometrie d’insieme, avanzata ma senza salti nel vuoto.

Grasso è alla batteria anche nel nuovo album di Claudio Fasoli, sax tenore e soprano, più chitarra e contrabbasso. Il cd, intitolato non a caso Next (Abeat), conferma una volta di più quanto colui che fu il sassofonista del Perigeo, alla veneranda età di anni ottantadue, non intenda affatto rinfoderare le armi, regalandoci un album fresco, mai routiniero, concentrato e fortemente intenzionale come sa sempre essere la musica di Fasoli, ma ancora una volta con qualche elemento di novità, senza mai adagiarsi.

Fasoli è stato fra i protagonisti dell’ultimo Parma Jazz Frontiere (foto in alto), in cui si è esibito anche, col suo trio, il chitarrista Luca Perciballi, che ritroviamo ospite di Fumàna (Setola di Maiale), singolare album tutto di modenesi come lui, intestato al Trio Eskimo, in cui al sax alto di Ivan Valentini rispondono due poeti dialettali, Alberto Bertoni ed Enrico Trebbi, generando un cocktail di certo particolare, anche se la parola è forse una presenza eccessiva.

Parola, qui per voce di Steve Piccolo, e ancora chitarra (ma anche, a sorpresa, sax soprano), nelle mani di Elliott Sharp, entrambi americani, dialogano in Blue in Mind (Leo) col vibrafono di Sergio Armaroli, generando una musica sicuramente vitale (voce esclusa, diremmo), ben congegnata, che tuttavia perde un po’ smalto col procedere dei brani, fino alla titletrack finale, lungo pistolotto elettronico (Sharp) francamente tedioso. Album con luci e ombre, quindi.

Un altro chitarrista, il vicentino Giacomo Zanus, firma poi Kora (Aut), in quartetto con piano (e tastiere varie), contrabbasso e batteria, nel segno di una musica quieta, ponderata (ma con significativi crescendo di tensione), qua e là di reminiscenza friselliana, in cui la mano compositiva appare ben evidente.

 

 

Senza chitarra, e su tutt’altri terreni, si svolge l’ottimo Indaco Hanami (Abeat) del Trio Kàla, vale a dire Rita Marcotulli (foto sopra), pianoforte, Ares Tavolazzi, contrabbasso, e Alfredo Golino, batteria. La musica scorre fluida, ariosa, ispirata, con inflessioni non solo jazzistiche che la arricchiscono non poco. Accanto ai pezzi originali, per lo più della Marcotulli, figurano non a caso brani dei Beatles, Randy Newman, Nino Rota e Pino Daniele (due). Un autentico piacere uditivo (e non solo).

Con Pino Daniele ha suonato più volte il grande Gato Barbieri, a cui è dedicato l’altrettanto meritevole Ojos de Gato (Cam Jazz) del pianista Giovanni Guidi alla testa di un’autentica all stars internazionale (sestetto). La musica è viva, a momenti (tipo l’iniziale Revolucion) di tratto anche hadeniano, ottimamente amalgamata e con interventi solistici di sicuro spessore (i fiati sono nelle mani di James Brandon Lewis, sax tenore, e Gianluca Petrella, trombone).

Un’altra dedica, stavolta al clarinettista Tony Scott, siculo-americano (Antonio Sciacca, foto sotto), nel centenario della nascita, contrassegna Portrait of Tony (Parco della Musica) di Francesco Bearzatti, per l’occasione solo al clarinetto (quartetto più ospiti). Il disco parte fin troppo lieve, disinvolto, ma acquista via via spessore, rivelandosi alla fine un tributo che di sicuro Scott (anche per la sua ben nota vanità) avrebbe certo gradito.

A un repertorio “prudente” si rivolge anche (fin dal titolo) Are You Standard? (Caligola), live del 2004 (sic!) a nome di un quartetto che ha nell’altosassofonista Dimitri Grechi Espinoza il suo motore principale (suo l’unico dei sei temi in scaletta non – appunto - standard, il conclusivo In Your Solitude, dieci minuti di alto solo francamente un po’ sovrabbondanti). Gli altri sono Roberto Cecchetto, chitarra, Stefano Onorati, piano, e Alessandro Fabbri, batteria. A dispetto della materia trattata, il lavoro è sufficientemente fresco e originale, fuori da riletture trite e ritrite a vantaggio di una riesplorazione senz’altro apprezzabile.

 

Con due fiati in più (tromba e sax tenore) e un pianoforte in meno, si snoda poi Mania Hotel (Parco della Musica) dell’altro altoista Simone Alessandrini, trentottenne romano al secondo album col suo gruppo Storytellers, brani tutti suoi condotti con mano felice, senza particolari voli pindarici, ma con fermezza, solidità, una visione chiara dei propri intenti, tutti elementi che spiccano in maniera ancor più netta nel nuovo lavoro di Alfio Sgalambro, il notevolissimo The Inner Worlds (Heart Music Project), tredici pezzi in settetto (per la verità quasi sempre scomposto in sottoinsiemi) tutti a sua firma che confermano quanto di buono già ci avevano saputo dire i precedenti album del clarinettista siciliano: una musica elegante e originale, vagamente cameristica ma con nerbo, mai sfibrata, capace di accompagnare chi ascolta in territori mai banali, sposando mirabilmente ricerca e fruibilità. E con questo vi auguriamo buon 2022.

  Foto di Alberto Bazzurro (Gato, Fasoli, Marcotulli).

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