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Con un piede (e mezzo) nel passato

Voci, trombe, grossi organici e dischi al femminile rappresentano i principali fils rouges di una carrellata quanto mai composita e numerosa attraverso cui sondiamo il recupero, la rilettura (pescando a piene mani anche da repertori extrajazzistici), l’adesione a idiomi ampiamente storicizzati.

Nel refrain della sua canzone-manifesto, A muso duro, Pierangelo Bertoli (che intanto ricordiamo a dieci anni dalla morte) si colloca, emblematicamente, “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. In questo nostro odierno sopralluogo, noi raccogliamo solo il primo dei due input, accentuandolo anzi di un ulteriore mezzo piede. Perché? Semplicemente perché nel jazz di oggi, molto spesso, lo sguardo all’indietro prevale decisamente su quello in avanti. Affermarlo implica un’automatica stigmatizzazione del fenomeno? Non necessariamente: come sempre è questione di risultati, di intelligenza, creatività e inserimento di elementi personali.

Prendiamo per esempio l’ultimo cd di Ada Montellanico, Suono di donna (Incipit), in cui la cantante romana attinge a un repertorio tutto coniugato al femminile, saltando a piè pari un bel po’ di steccati. Ci sono infatti brani di Carla Bley, Maria Schneider, Björk (il trittico migliore), Joni Mitchell, Carmen Consoli, Carole King, eccetera, tutti arrangiati dal trombettista Giovanni Falzone per un sestetto con clarone, chitarra, batteria e basso sia a corde che a fiato (cioè tuba). Fra le vette c’è anche un’evocativa versione per sole voce e tromba di Bird Alone di Abbey Lincoln, tema che curiosamente ritroviamo in un altro album coniugato al femminile, El Porcino Organic – Bye Joe (Sweet Alps) della baritonista (nonché cantante a sua volta) altoatesina Helga Plankensteiner. Rilettura decisamente più ritmico/soul-danzante, come un po’ tutto il cd, che si chiude con un altro remake, del Mio canto libero battistiano (bell’arrangiamento), anche se prevalgono decisamente gli originals, il tutto nel trattamento di un quartetto con organo (tastiere, più in generale), trombone e batteria.

Organo e trombone tornano in Mountains, Love & Humour (Artesuono) dell’Adriatics Orchestra di Daniele D'Agaro, quattro diverse live sessions per un totale di quattordici elementi coinvolti (nove sempre presenti), fra cui tre olandesi DOC quali Sean Bergin (in realtà sudafricano, scomparso di recente), Han Bennink e Wolter Wierbos. Ed ecco qui, abbinando brani originali e non, una prima sicura quadratura del cerchio: dove l’improvvisazione, anche spinta, l’incrocio fra vecchio e nuovo, trova un equilibrio assolutamente invidiabile.

Andrà a questo punto rivelato che al trombone (e non solo), con la Plankensteiner come con D’Agaro (furlàn, lui), c’è quel Mauro Ottolini che ha dato di recente alle stampe uno dei cd (doppio, nello specifico) di cui più si parla ultimamente, Bix Factor (Parco della Musica), titolo del tutto in linea col personaggio, per un lavoro che coinvolge dodici elementi, i Sousaphonix (foto in alto), con voci (da due a quattro), tromba, ance, chitarra, ecc. Ci sono anche l’oggettista (ben noto ai caposseliani, come del resto il batterista Zeno De Rossi e lo stesso Ottolini) Vincenzo Vasi e il multistrumentista a corde Paolo Botti, di cui riparleremo. Il doppio cd, comunque, rilegge con estrema arguzia e grande attenzione al dettaglio un repertorio che va da Stravinsky a Morton, da Tiger Rag a Handy e Carmichael, al Bix Beiderbecke evocato nel titolo, in una sorta di drammaturgia virtuale che il corposo booklet e altri elementi tratteggiano con chiarezza. Musica ottimamente suonata, ideata e costruita, che riporta in qualche misura alla mente il Paolo Conte di Razmataz.

 

Ma dicevamo di Botti e Vasi: il primo fa uscire un album, Slight Imperfection (Caligola), per più versi gemello di “Bix Factor”, visto che anche qui brani originali convivono con cimeli d’epoca (St. James Infirmary, Ain’t Misbehavin, Wild Man Blues…), trattati con spumeggiante devozione da un quintetto in cui spicca (non dappertutto) la voce nera di Betty Gilmore. Vasi, per parte sua, è uno degli undici elementi coinvolti in Senza alibi (Bassasfere) del bolognese Collettivo Bassesfere, di cui – fra solarità e irriverenza, esuberanza e frammentazione, cantabilità e rumorismo, nove originals e il monkiano Oska T¸che vira prontamente in Toska – fanno (storicamente) parte i vari Puglisi, Scardino, Calcagnile, Marraffa, Borghini e Capelli, nonché, a suo tempo, quella Cristina Zavalloni (foto sopra) che ha da poco pubblicato La donna di cristallo (Egea), altro album scopertamente al femminile, con testi (e spesso anche musiche) tutti della cantante, in ottetto (Radar Band) con, fra l’altro, tromba (Fulvio Sigurtà) e vibrafono (che torna, dopo Adriatics e Bassesfere). Territori prossimi alla forma-canzone, anche nel senso di lied di umore mitteleuropeo, per quanto spesso attraversato da un’estroversione palpabile (e tutto sommato non così usuale per la bolognese).

Voce a gogò, ancora, in un altro lavoro assai particolare, Eden (Abeat) del pianista toscano Mauro Grossi, che ha preso un unico brano, Nature Boy di Eden – appunto – Ahbez, visitato da millanta artisti (dal primo, Nat King Cole, a Miles e Coltrane, a David Bowie), e ci ha costruito attorno, con esiti qua e là anche molto gustosi, un intero cd, attraverso una buona dozzina di variazioni. Gli fanno corona una cantante, appunto, Claudia Tellini (a spot), più strumenti vari, fra cui una moltitudine di archi e il vibrafono di Andrea Dulbecco, che torna, sempre su Abeat, nel collettivo Quiet Yesterday, il cui fulcro sembra essere il pianista genovese Dado Moroni, con la tromba di Tom Harrell e il sax tenore di Bob Mintzer a illuminarlo a turno. Temi originali e celebri standard vi convivono, disegnando un album di estremo rispetto del grande ceppo bop, non senza zampate degne di nota (grazie soprattutto ad Harrell, grande poeta).    

C’è la batteria di Stefano Bagnoli, e veramente poco altro, in comune fra “Quiet Yesterday” e Patchwork Project 3 (Anaglyphos) del bassista catanese Nello Toscano, lavoro di indiscutibile respiro progettuale (tutti temi originali, tranne Villa ti amo di Lester Bowie) per un quintetto a due ance, con ospiti, qua e là, i due enfants du pays Francesco Cafiso (sax alto) e Dino Rubino (tromba). Ed è ancora a Toscano, nello specifico come produttore-demiurgo (con tre membri del suo quintetto inseriti nei ranghi), che dobbiamo l’Orchestra Jazz del Mediterraneo, artefice del singolare Vie di fuga (sempre Anaglyphos), titolo emblematico, trattandosi di rielaborazioni da Bach operate con lo zampino (anche sassofonistico) di Maurizio Giammarco, per un album che sa per lo più eludere le secche di tante riletture del repertorio classico.

 

Rivolgersi al passato (anche remoto), quindi, può rivelarsi vincente, a patto di trovare le proprie “vie di fuga” dal manierismo, edonistico e calligrafico, cosa che non vale per gli ultimi due album della nostra carrellata, entrambi ruotanti – per la Schema Rearward – attorno a Fabrizio Bosso (foto qui sopra), specie per il primo, Enchantment – L'incantesimo di Nino Rota, dove il pur ottimo trombettista torinese è affiancato dalla London Symphony Orchestra (arrangiamenti e direzione di Stefano Fonzi). Vi si respira infatti un’aria polverosa, troppo edulcorata, priva di colpi d’ala o spunti originali, anche allorché a sostenere Bosso è un trio jazz il cui batterista è quel Lorenzo Tucci che torna nell’altro cd, Vamos, opera di un sestetto smaccatamente latin in cui l’alter ego di Bosso è Javier Girotto. Ci sarebbe di che gioire, teoricamente, e invece non accade proprio nulla che non si lasci dietro un senso di assoluta futilità. Quel che è più grave anche quando la penna prescelta è quella di un certo Duke Ellington…

 

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