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Chitarristi e chitarrismi

Viaggio sul pianeta-chitarra, popolato di specialisti – e specialismi, per stare al nostro titolo – che a volte finiscono per distogliere l’orecchio (soprattutto il cervello) dalla sostanza delle cose, della musica. Vediamo come scongiurare (se possibile) tale rischio. 
 

La chitarra è un po’ un pianeta a sé, con un’utenza alquanto specialistica, “chitarrofili” (per lo più chitarristi a loro volta) che ne seguono le vicende con occhio non di rado trasversale (fra i vari generi). Ciò accade a maggior ragione nel jazz, di cui la sei corde (a differenza di rock e blues, per esempio) non è di fatto mai stata strumento-guida, come i vari fiati, piano, basso o batteria. I mostri sacri, per carità, non sono mancati né mancano (Django e Charlie Christian, Jim Hall e McLaughlin, ecc.), ma quanti di loro, onestamente, hanno detto parole-chiave nell’evoluzione dell’idioma jazzistico? Pochi, pochissimi. E capita, allora, che i più, fra i suddetti “chitarrofili”, guardino magari (oltre tutto con occhio spesso fin troppo tecnico) più a Joe Pass che a Lee Konitz, a Barney Kessel che a Mingus, tanto per dire, smarrendo una visione globale – quindi corretta – dell’evoluzione di cui sopra.
Ciò non toglie che, oggi come ieri, ci siano svariati chitarristi che perseguono una loro strada in grado di trascendere la dimensione meramente strumentale. Due dei più illustri di casa nostra sono usciti di recente con i loro nuovi lavori, oltre tutto utilizzando organici identici – quartetti con sax, basso e batteria – sia pure lungo itinerari ben distinti. Come distinte sono del resto le loro personalità. Il primo è Roberto Cecchetto (nella foto di Luca D’Agostino), che in Mantra (Parco della Musica) si avvale dei servigi, fra gli altri, di un musicista del peso di Francesco Bearzatti, il cui sax tenore incide subito nell’avvio viscerale, pieno, teso del disco. E’ questa – vibrante, anche nervosa, virulenta – la pelle più alta del lavoro, altrove non immune da momenti meno ispirati, talora lievemente prolissi. Ottimo, sia quel che sia, il livello complessivo (tutti i brani sono di Cecchetto, che si alterna fra acustica ed elettrica, mentre Bearzatti svaria qua e là sul clarinetto).
 

Più sull’asse chitarra (spesso sovraincisa su varie piste)/basso/batteria si muove invece Visionary (Splasch) di Lanfranco Malaguti, in cui del resto il sax (tenore e baritono) di Renzo De Rossi entra solo in alcuni dei sette brani, nati di fatto all’impronta, dall’empatia istantanea generatasi fra i musicisti. Ciò non deve far pensare a un lavoro abborracciato o causale: l’estetica di Malaguti, al contrario, è come sempre ferrea, rigorosissima. Semplicemente, rispetto a lavori precedenti, qui si respira una maggiore libertà, possibile proprio là dove preesista un forte substrato, un’idea chiara, capaci di far da collante alle invenzioni collettive.
Perdendo per strada uno, a turno, dei tasselli del quartetto, altri due album ci consentono di perlustrare oltre il pianeta-chitarra. Il primo è un cd a firma collettiva, RAJ Trio (Parco della Musica), che degli organici precedenti conserva sax tenore (Marcello Allulli), chitarra (elettrica e acustica, più elettronica: Antonio Jasevoli) e batteria/percussioni (Michele Rabbia), perdendo quindi il contrabbasso. L’impatto iniziale è notevole, fremente (Gio’s Walk), poi, poco per volta, qualcosa pare come incepparsi, le situazioni tendono a ripetersi, a farsi un po’ pleonastiche. I migliori – come già nel cd di Cecchetto – appaiono i brani più vivaci, persino turbolenti, spesso fulminei. Pur da un’ottica mai banale, quindi, il lavoro finisce per lasciare dietro di sé soprattutto l’inappagamento per ciò che avrebbe potuto essere (viste le premesse) ed è stato solo in parte.
 

Sempre in trio, stavolta senza batteria, procede The Night of the Storytellers (Isola dei Suoni), ultima fatica del sassofonista (più soprano che tenore, nel suo caso) sardo Enzo Favata, col conterraneo Marcello Peghin alla chitarra a dieci corde (nella foto di Sara Deidda) e il moscovita Yuri Goloubev al contrabbasso. Vi domina una cantabilità aperta, evocativa, a tratti malinconica. La linea è un po’ quella dei sopranisti (soprattutto) storytellers, come recita il titolo, inclini alla memoria folklorica (nordica, in primis, da Garbarek allo stesso Surman, fino a McCandless, Winter, ecc.), con l’eloquio che si fa più voluminoso, rapsodico al tenore (un brano, Lovely Maria, ha tratti quasi ayleriani). Prelibato e sempre perfettamente simmetrico l’intrecciarsi di corde fra Peghin e Goloubev, con impasti anche timbrici (e dinamici) sempre preziosi.
Cantabilità, perfetto equilibrio formale, intarsi e geometrie impeccabili caratterizzano ancor più La Touche Manouche (Saint Louis), in cui il chitarrista Salvatore Russo incrocia lo strumento col collega tzigano (olandese) Stochelo Rosenberg nel segno del comune amore per Django Reinhardt, la cui longa manus è stata in grado di instaurare una scuola assai vitale. Svariando dal trio col solo contrabbasso, al quartetto con una terza chitarra (ritmica) o batteria, fino al quintetto con entrambe (l’ultimo brano, ma nel secondo, Bossa Med, compare anche il cajon), e fra temi originali a icone reinhardtiane, i due confezionano un album ammirevole e godibilissimo, pur lungo itinerari certo non nuovi né particolarmente originali. Il modo in cui la musica sgorga – imperiosa quanto lieve, fluidissima – è però praticamente perfetto.
Ancora multichitarristico, entro un sestetto di taglio cameristico forte anche della viola di Paolo Botti e del clarinetto basso di Simone Mauri, è infine RossOnirico (Dodicilune) di Raffaele Matta (l’altro chitarrista è Gianni Salinetti), che parte bene (Nero Fatato), non lesinando altri buoni episodi, legati per lo più all’estro proprio di Botti e Mauri (quest’ultimo fa virare qua e là la musica verso lidi che possono ricordare lo Sclavis, o lo stesso Portal, più linearmente descrittivi), ma andando qua e là a impelagarsi (troppo esile, spesso, proprio il tessuto chitarristico) in situazioni per così dire “limbiche”, un po’ schematiche, quasi dimesse. Un po’ più di corpo libera, in qualche modo, gli episodi finali, per un disco comunque non banale.
 

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