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Bilinguismo in jazz (e oltre)

Estate tempo di festival, e conseguente puntata altoatesina per il nostro Arcipelago Jazz. L’occasione è la recente, ultima edizione della rassegna che a Bolzano (e dintorni) si svolge dall’ormai lontano 1983. Con non pochi cambiamenti in corsa…                                           



Per una volta, invece che una perlustrazione discografica, ne compiamo una territoriale. Geografica, insomma: un festival, fra i tanti che illustrano l’estate del jazz in Italia. In questo caso un’Italia parecchio di confine, in verità, visto che ci occupiamo del Südtirol Jazz Festival Alto Adige (il duplice riferimento logistico/linguistico è d’obbligo, visto il contesto). Nata nell’ormai lontano 1983 ma non poco trasformatasi strada facendo, a lungo centrata solo sul capoluogo, Bolzano, imponendosi come uno dei punti di riferimento (con Clusone, Ruvo e, fuori d’Italia, Mulhouse, Saalfelden, Willisau...) del jazz più avanzato e sperimentale, la rassegna si è data nell’ultimo decennio una pelle decisamente più ecumenica, probabilmente in cerca di quel consenso popolare che magari non arrideva al suo progenitore, il Jazz Summer (invidiabile, per contro, la sua immagine fra musicisti e critici). Non sempre il nuovo corso ha ottenuto il proprio scopo, con proposte certo di non paragonabile rigore e coerenza, ma bisogna ammettere che quest’anno le cose sono marciate nel verso giusto, su entrambi i fronti.

Detto che nelle prime delle dieci giornate (dal 26 giugno al 5 luglio) lungo cui il festival si è sdipanato si sono susseguiti, fra i tanti (oltre cinquanta i concerti complessivi), Stefano Bollani, Paolo Fresu, Uri Caine (gli ultimi due anche in coppia), Hamilton de Holanda, Steve Bernstein, Médéric Collignon, William Parker, Francesco Bearzatti, ecc., siamo qui a riferirvi dell’ultima tranche della kermesse, che per il vostro rubrichista è decollata nel migliore dei modi la sera di venerdì 3 luglio al Museion di Bolzano con la Cosmic Band di Gianluca Petrella (nella foto in alto la front line), ensemble di dieci elementi senza dubbio fra i più vivaci e inventivi dell’attuale scena nazionale. Il dedicatario del progetto è l’indimenticato Sun Ra, della cui Arkestra Petrella e soci raccolgono anche una certa sfrontatezza (peraltro senza prendersi altrettanto sul serio, in ciò molto più europei, memori di illustri precedenti, specie olandesi, ma anche francesi), mischiando suoni in libertà e qualche gag, corpulenza e un sano gusto per l’invenzione a getto continuo, senza remore particolari. A dispetto di un volume in alcune parti della platea quasi intollerabile, una gran bella serata di musica.

La mattina dopo partenza alla volta dei 2150 metri del Rifugio Comici, sopra a Selva di Val Gardena, dove in uno scenario quasi irreale, con alle spalle il gruppo del Sella e di fronte (quindi alle spalle del pubblico) il Sasslong, si è esibito il brasiliano Yamandù Costa (foto sotto), ascoltato il quale viene da chiedersi se sia umanamente possibile suonare la chitarra (nella fattispecie a sette corde) meglio di così, con altrettanta velocità abbinata ad altrettanta pulizia, nonché straordinaria musicalità. Un autentico prodigio.


Di ritorno a Bolzano, ci attendeva per la sera al Teatro Comunale un’altra solo performance, in questo caso nel segno di Brad Mehldau (nessuna foto, qui, essendo la pratica vietatissima persino nei bis; Jarrett docet). Concerto a sua volta magistrale, quello dell’ormai quasi quarantenne pianista di Jacksonville, malgrado qualche lungaggine, qualche arzigogolo che ha qua e là lievemente appesantito il concerto. Che ha avuto ad ogni buon conto amplissimi spazi di straordinario pathos, cadenze trascinanti quanto seducenti (fra i “lirici”, Mehldau è certo uno dei pianisti più ritmici), in un tutto che è apparso ottimamente costruito e bilanciato.

Parecchia strada deve invece ancora compiere il diciassettenne, pluripremiato Alessandro Lanzoni, anche lui pianista, che, in trio con Ares Tavolazzi e Walter Paoli, ha chiuso le ostilità a Bolzano domenica mattina al Messnerhof, offrendo un jazz ancora acerbo, lessicalmente impeccabile quanto parecchio nel solco. L’età, del resto, lo giustifica ampiamente, anche se le cronache jazzistiche sono piene di enfants prodige, che, proprio a causa di una fama e un apprezzamento così precoci, finiscono per rimanerne prigionieri (un nome? Francesco Cafiso), non riuscendo a spiccare mai il volo definitivo. Speriamo non sia il caso del ragazzo fiorentino.

A Bolzano, è capitato anche di imbattersi in un personaggio alquanto singolare, Enrico Merlin, musicista e musicologo, che nel primo ruolo vanta un album senz’altro consigliabile come Looking for… (A Title) (Lol, 2006), in cui, solo con le sue chitarre (ma non mancano certo effetti e manipolazioni varie), perlustra territori personali, sapientemente pensati e strutturati, regalandoci, accanto a pagine proprie di sicura efficacia, una notevole rilettura dell’hendrixiana Little Wing. Fra i numi tutelari di un lavoro del genere, non manca certo il Miles Davis elettrico, al quale non a caso Merlin, qui nelle vesti di musicologo (e a quattro mani con Veniero Rizzardi), dedica un volume tutto centrato sul capolavoro Bitches Brew, inciso giusto quarant’anni fa, volume che uscirà a settembre per Il Saggiatore. Da leggere assolutamente.

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