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Anomalie

Beate solitudini e abbinamenti anche un po’ bizzarri: nel jazz ormai da parecchio tempo non ci si scandalizza certo più per queste cose (almeno non si dovrebbe). Noi ci spendiamo su la puntata di fine anno.

Chiudendo l’anno, puntiamo i riflettori su una serie di album per motivi diversi anomali, spesso eccentrici rispetto ai tracciati jazzistici comunemente intesi. Non che la cosa sia una novità per questo spazio, semmai il contrario, tuttavia oggi le stravaganze (nella comune eccellenza dei risultati) sono quanto mai all’ordine del giorno.

Cosa c’è di più singolare, per esempio (specie in Italia), di un CD di sola fisarmonica? È quanto ci offre Solo (Bonsaï Music) del ventottenne accordeonista (come direbbero i francesi) campano Carmine Ioanna (foto sopra), in realtà affiancato in un brano da Francesco Bearzatti al clarinetto e in due dal corregionale Luca Aquino alla tromba. Nove i pezzi complessivi, tutti di Ioanna tranne Feels So Good di Chuck Mangione e A Paris di Francis Lemarque (il secondo con Aquino). L’approccio di Ioanna allo strumento ricorda qua e là Antonello Salis (con minore impeto), anche nel periodico ricorso alla voce e al fischio per doppiare le note del mantice. Ottimo lavoro, ricco di personalità e temperamento.

A sua volta solitario è Acoustic Dream (fingerpicking.net), in cui le chitarre (acustica, elettrica, ecc.) di Maurizio Brunod attraversano temi originali e pagine dei Beatles (Norwegian Wood), Bruno Martino (Estate), Rava, Golson, Gillespie e altri – con dediche a colleghi di strumento quali l’argentino Quique Sinesi, il brasiliano Egberto Gismonti, Ralph Towner e il compianto Jim Hall, scomparso giusto un anno fa – il tutto nel segno del buon gusto che ben conosciamo al musicista piemontese, sempre felicemente in bilico fra “chitarrismi” vari, classico e country, fingerpicking e jazz, fino a un rock estremamente educato con più o meno marcate venature progressive. Una sicurezza.

Per lo più dal patrimonio popolare, benché di tutt’altra natura, attinge anche, in Ura (Finisterre), il duo composto dalla cantante salentina Maria Mazzotta e dal violoncellista albanese (ma a sua volta pugliese d’adozione) Redi Hasa (li vediamo nella foto in homepage). Il materiale interpretato, accanto a brani originali, proviene da Montenegro, Romania, Tracia, Campania, Bulgaria e Albania, ma le rielaborazioni a cui viene sottoposto ne ribaltano largamente il portato-base, soprattutto gli sviluppi. Il cello di Hasa, in particolare, generosamente sovrainciso (né mancano neppure gli interventi elettronici, i loop), è un’autentica girandola di umori e colori, ottimamente spalleggiato dalla voce. Un disco ora incalzante, energetico, ora più sottilmente evocativo e danzante. Una gran bel sentire.

Un altro strumento ad arco, il violino, sta al centro di un bellissimo album, diversissimo dai precedenti, Are You Ready? (Rudi), in cui Emanuele Parrini dirige un sestetto con due fiati (Piero Bittolo Bon e Pasquale Innarella, singolarmente diviso fra sax tenore e corno francese), vibrafono (Pasquale Mirra), contrabbasso (Silvia Bolognesi) e batteria (Tiziano Tononi), in pratica una all stars, che ospita qua e là una o anche due voci. Qui il contesto è schiettamente jazzistico, con temi originali (tre) abbinati a penne tutte di chiara marca new thing (Shepp, Rudd, Tchicai). Il risultato è un lavoro composito, ricchissimo sotto ogni profilo (timbrico, ritmico, dinamico…). Sarà per la presenza del vibrafono abbinato a sax alto e clarinetto basso, ma viene in mente in più frangenti (specificatamente la titletrack e il conclusivo Blues P #2) il Dolphy di “Out To Lunch”, anche per un certo fare cameristico (il grande Eric ha lambito pure questa sponda). Veramente un signor disco, con un Parrini, in particolare, sempre inappuntabile anche sotto il profilo strumentale.

Chiudiamo con due quartetti la cui anomalia sta nella loro stessa conformazione. Il primo, Dan Kinzelman’s Ghost, protagonista di Stonebreaker (Parco della Musica), affianca le ance del leader, trentaduenne del Wisconsin da tempo di stanza in Umbria, e dei perugini Manuele Morbidini e Rossano Emili, con la tromba (e corno) del senese Mirco Rubegni (episodicamente tutti si dedicano anche alle percussioni). Quasi per intero di Kinzelman il repertorio, per un album di grande interesse, sostanza e originalità, ora più aereo, cameristico, ora attraversato da fremiti ritmici più palpabili, senza disdegnare segmenti più folklorico-pastorali o epico-liturgici. Un gioiellino.

Il secondo quartetto cui accennavamo, e con cui chiudiamo il cerchio, è la Brass Bang! (foto sopra), di cui si è fatto di recente un gran parlare, visto che riunisce quattro pezzi da novanta quali i nostri Paolo Fresu, trombe varie, e Gianluca Petrella, trombone, e gli americani Steven Bernstein, pure lui alle trombe (la sua specialità è quella a coulisse), e Marcus Rojas, tuba. L’album omonimo, uscito in novembre per la Tŭk dello stesso Fresu, consta di ben diciotto brani, tra brevi (anche sotto il minuto) e più ampi, delle firme più diverse: ovviamente i quattro ottoni (brass, appunto) protagonisti del disco, ma anche Ellington e Rolling Stones, Haendel e Lester Bowie, Hendrix e Palestrina, fino al Guarda che luna di commiato. Ogni traccia è un piacere per le orecchie, anche se è ovvio che i percorsi espressivi varino da brano a brano (elettronica, percussioni e voce fanno da episodico contorno ai succitati ottoni), fra momenti cameristico-antifonali e autentiche scariche adrenaliniche, sospesi sordinati e gracidanti collettivi, solarità e introspezione. Tonificante.  

Foto di Gaetano Carrozzo (homepage), Giusy Vaccaro (Ioanna) e Mariagrazia Giove (Brass Bang!).     

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