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Ernesto Bassignano

Soldati Arlecchini e Pierrot

Scrivere di Ernesto Bassignano, classe 1946, e del suo ultimo album Soldati Arlecchini e Pierrot, è un piacevole viaggio nella macchina del tempo, nelle atmosfere musicali dei primi anni Settanta, un percorso della memoria, un’avventura fra i versi, le parole e la musica di uno dei padri della storica canzone d’autore italiana, e non soltanto. Non soltanto, perché mai come in quest’occasione, il prodotto artistico è tutt’uno con l’artista, e qui siamo al cospetto di un intellettuale raffinato e colto ancor prima che di un musicista, di una mente fervida che ha vestito i panni di cantautore, scenografo, giornalista, pittore, operatore culturale, critico musicale, oltre che intrattenitore nel mitico programma radiofonico ‘Ho perso il trend’, che molti della mia generazione hanno amato e seguito per dieci lunghi anni.

Gavetta musicale al Folkstudio di Roma - era uno dei “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” cantati da Venditti, gli altri due erano De Gregori e Lo Cascio - dieci dischi all’attivo, fervido esponente della canzone di lotta (i lettori molto giovani probabilmente non lo sanno, ma era un genere definito e di un certo successo, con esponenti del calibro di Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Claudio Lolli), politicamente schierato, funzionario del PCI (e questo, ebbe lui modo di scrivere, “mi ha fottuto la carriera”) e poi, dagli anni Ottanta, con il declino della canzone di lotta, giornalista e pittore, mantenendo il piacere, ogni tre o quattro anni,  di sfornare nuovi lavori discografici, senza mai dismettere la chitarra e le feste di piazza.

 

Ma parliamo di questo disco, delle sue atmosfere del Novecento esistenzialista, chiaramente manifeste fin dalla copertina, la quale fa istintivamente tornare in mente, senza poterne motivare le ragioni, la copertina di “Radici” di Guccini, all’esterno, e quella di “Di rabbia e di stelle”, di Vecchioni, nei quarti interni. Il decimo disco, scrive l’autore nelle note del libretto, “come gli altri nove, sicuro mai arrivarono per contratto o disposizione, ma come bisogno essenziale di espressione e comunicazione”.

Soldati Arlecchini e Pierrot dispiega dieci tracce, apparentemente senza un legame fra di esse, un lavoro pensato e realizzato come una raccolta di appunti, di idee e sensazioni, frutto dell’ispirazione ed espressione dell’urgenza di partecipazione e di riscatto, dove l’attualità (tranne che per il brano Il cigno nero, fra l’altro bellissima) cede il passo alla memoria, stemperandosi in brani nei quali l’artista dà voce a poeti e scrittori, in un omaggio globale all’arte, con un occhio al fondale della storia, anche quella tragica e familiare, che ha attraversato i decenni più cupi del Novecento.

Lasciando scorrere le tracce del disco è possibile distinguere un filone evocativo, con omaggi ad artisti senza tempo come Alda Merini (in E Alda lo sa), Amedeo Modigliani (in Modì), Caterina Bueno (in Ben venga maggio), Luis Sepùlveda, e la sua Gabbianella e il gatto (in Favola), accanto a un versante più intimo ed introspettivo, nel quale prevalgono sensazioni, affetti e drammi personali, come i ricordi di una lontana estate al mare (A Furore), o ancora  Lettera a Maria, brano bellissimo e struggente, in cui l’autore impersonifica il suo prozio, Aldo Carpi, scrivere lettere d’amore alla moglie, dal campo di sterminio nazista, lettere che ovviamente nessuno recapiterà, e qui la tragedia familiare incontra la storia e si fa essa stessa storia e memoria (e vedremo venir su dalla valle/non soldati, ma Arlecchini e Pierrot).

L’animo appassionato e militante che ha caratterizzato tanta della sua produzione artistica rispunta nel brano È tempo, che dà conto di un’urgenza affannosa, del passare del tempo, della necessità di metter mano alle cose lasciate a metà, riannodando i fili di un instancabile impegno politico e sociale. Infine, impossibile tralasciare la già citata Il cigno nero, unica concessione all’attualità dei tempi, canzone della clausura collettiva che tutti abbiamo vissuto. Un brano forte, struggente, che ben rappresenta lo straniamento collettivo, le domande senza risposta, il cupo sbigottimento di fronte al “troppo silenzio, a una sirena che grida lontano, a chi ci ha rubato la luna e i falò” (e qui troviamo un'autocitazione nella citazione).

 

Al termine di ripetuti ascolti, resta la sensazione di un disco dai testi incisivi e raffinati, costruito all’antica, cioè suonato senza elettronica e computer, con strumenti veri. A questo si aggiunge una forma di poesia in musica, con arrangiamenti che assecondano la liricità e lo spessore delle parole, disvelando un Bassignano meno cupo e politico, ma più romantico e intimo, che traghetta la sua produzione artistica dagli inni di lotta ad una sorta di affresco civile, denso di riferimenti culturali ed atmosfere che rimandano alla Milano di Giorgio Strehler, Dario Fo, ed Enzo Jannacci. Infine, una nota di merito va spesa per la produzione esecutiva affidata ad Alberto Menenti per Ondamusic.it, in collaborazione con Isola Tobia Label, diretta da Carlo Mercadante, così come non passa inosservato il binomio che ha preso in carico la direzione artistica, Stefano Ciuffi ed Edoardo Petretti, due formidabili musicisti e arrangiatori che negli ultimi anni stanno mettendo la loro "firma" su alcuni dei lavori più riusciti che escono da quella grande fucina che è la città di Roma. Insomma, un team di lavoro che ha saputo creare l’ambiente giusto per lasciare la giusta libertà espressiva a Bassignano ma confezionando un prodotto capace di avvicinare anche nuovi ascoltatatori e soprattuto di muoversi e districarsi nei meandri della comunicazione “moderna”.

Questo nuovo disco di Bax (come affettuosamente viene chiamato da sempre), non porta in grembo brani buoni per chi cerca musica da fruire velocemente o distrattamente, ma ci regala brani che raccontano e confermano i bagliori di un artista colto e maturo che richiedono un pubblico attrezzato e predisposto a corrisponderli. E quando ciò avviene, l’alchimia si compie, dispiegando, sulle ali della suggestione, senso storico, ricordo e partecipazione. Un'ultima postilla. Prima parlavamo di una capacità di essere "attuali" nella comunicazione e negli arrangiamenti, ma ci piacerebbe che qualcosa di "vintage" possa invece prendere il sopravvento nell'ascoltatore: avere il disco fisico tra le mani. 
Avremmo bisogno più spesso di dischi così.

Foto di Tamara Casula 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Stefano Ciuffi ed Edoardo Petretti per Delta House Sound Factory 
  • Anno: 2021
  • Durata: 38:15
  • Etichetta: Ondamusic.it

Elenco delle tracce

01. E Alda lo sa

02. A Furore

03. Modì

04. È tempo

05. Ben venga maggio

06. Favola

07. La canzone di Giovanni

08. Lettera a Maria

09. Il cigno nero

10. Domani è un giorno importante

Brani migliori

  1. Lettera a Maria
  2. Il cigno nero
  3. E Alda lo sa

Musicisti

Edoardo Petretti: pianoforte, tastiere, fisarmonica, percussioni e cori - Stefano Ciuffi: chitarra acustica, chitarra classica, chitarra elettrica, chitarra slide - Marco Zenini: contrabbasso - Angelo Maria Santisi: violoncello - Stefano Tavernese: violino - Silvia Celestini Campanari: Cori