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Mosche

Senza ali

Gran disco questo del gruppo Mosche.
Potrebbe già essere questo il succo della nostra recensione. Aggiungiamoci però che si tratta del loro primo lavoro, per cui la frase completa è che Senza ali è un gran bel disco d’esordio.
I protagonisti sono tre musicisti romani che confezionano una decina di brani di facile presa, laddove questo termine non deve essere visto come accezione negativa ma piuttosto come una grande capacità di empatia che conquista anche ad un ascolto veloce. Brani che si prestano bene ad essere associati ad un video, ricchi come sono di immagini e di una ritmica incalzante.

Alessandro Melis (chitarre e voce), Carlo Cruciani (basso) e Luca Zamberti (batteria), tutti e tre dotati tecnicamente (e nel disco si sente, pur senza cadere nell’autocompiacimento fine a se stesso), creano un amalgama fortemente personale e quel che colpisce al primo ascolto è un suono già ben definito, con una voce - quella di Alessandro - di assoluto rilievo. Da sottolineare anche il lavoro sugli arrangiamenti, un mix di singole idee messe in uno shaker che alla fine restituisce un cocktail servito con tre cannucce, dove ognuno ha messo del suo e ora gode del lavoro dell’altro; grinta e raffinatezza a creare un feeling che è difficile ritrovare nei dischi d’esordio, specie quando sono in gran parte autoprodotti. In questo senso vale la pena segnalare l’ottimo lavoro di Maurizio Lollobrigida, che ha prodotto e registrato il disco tra Acilia (studio The Lab) e Roma (Officine Zero). E se l’impatto sonoro è quello che colpisce al primo ascolto, già dal secondo cominciano ad entrarti sotto pelle anche i testi.

Quasi sempre, quando si ha l’urgenza di portare in musica riflessioni e incazzature varie (i motivi e le occasioni non mancano di certo…), la stesura di un testo è uno degli snodi su cui molti artisti/gruppi si incagliano. Con una scelta “cantautorale” classica, per esempio, o quella di un poprock sdolcinato, ci si aiuta con melodie e dinamiche disegnate per appoggiarsi o adeguarsi al testo, agevolando non poco questo compito. Ma spesso questo avviene a discapito della parte musicale, che a quel punto diventa solo un colore, un modo creativo (chi più chi meno) finalizzato solo a far risaltare frasi, concetti, emozioni o indignazioni su cui si vuole porre attenzione.

Di contro, specialmente nei gruppi, la voglia di dare energia, ritmo, unito alla ricerca di arrangiamenti che mettano in risalto soprattutto tecnica e virtuosismi, mette quasi sempre in un angolo la cura del testo, che a quel punto diventa una ricerca fonetica su parole o frasi che “stiano bene” su quel determinato riff o, nel peggiore dei casi, ci si rifugia in meri slogan che non riescono a raccontare poco o nulla in maniera compiuta.

In questo senso una “terza via”, capace di unire il meglio di questi due approcci, è la soluzione migliore quando si vuole far musica portando anche un pensiero critico nei testi.
Facile a dirsi, certo, ma non facile a farsi.
Il progetto Mosche si muove in questo terreno spinoso e a nostro avviso il tentativo riesce. Qui si va dritti al cuore dell’ascoltatore (nove inediti più una cover, Il mare d’inverno di Ruggeri) e quel che arriva è un suono, un suono rock. Ma attenzione, non siamo nel territorio di un rock dal sapore vintage, qui la voglia è quella di portare in studio – e nei live – un rock, un pop-rock “moderno”, perché il pedigree di cosa vuol dire fare rock crediamo non ce l’abbia nessuno. Argomento delicatissimo questo, su cui si può discutere per giorni, specie con tutti quelli che credono di avere la ricetta giusta (oltre che la verità n tasca).
Ma senza fare troppa filosofia, il “rock” dovrebbe essere un modo di approcciare la musica, non un “genere”. Non contiene in sé codici preconfezionati a cui bisogna sottostare o scale chitarristiche da inserire per forza nei brani. Essere “rock” vuol dire diventare testimoni del proprio tempo e usare la musica per farsi portavoce di una voglia di cambiamento (qui usate pure gli argomenti che volete, il senso non cambia, sia che si parli della necessità di un cambiamento socio-politico, culturale o musicale).

Sia chiaro, stiamo facendo un discorso generale e nessuno sta dicendo che il progetto Mosche abbia trovato la quadratura del cerchio. Gli riconosciamo però una voglia di tendere verso quella sospirata “terza via. Certamente qualcosa da rivedere va messa in conto, per esempio c’è da limare una foga eccessiva che in taluni brani prende il sopravvento, o il modo di portare live questi brani (in questo senso la scelta di utilizzare maschere di scena così vistose e spiazzanti potrebbe precludergli qualche live in più, ma parliamo di dettagli).

Prima di chiudere un’ultima cosa. Stavamo dimenticando di dire che i testi sono cantati in italiano. Il che, manco a dirlo, rende tutto più complesso e rischioso. Ma i tre ragazzi romani, come funamboli, restano sul filo e vanno dritti per la loro strada.
Un disco che lancia un sasso nello stagno della musica italiana.
Il fatto poi che sia un disco d’esordio rende quel sasso ancora più dirompente.


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In dettaglio

  • Anno: 2016
  • Etichetta: Sunflower Records

Elenco delle tracce

01. Mi hai...
02. Il tempo se ne frega
03. Stella
04. Mi assento
05. Mille occhi
06. La rapina
07. Padre
08. Talent
09. Il mare d’inverno (cover)
10. Vedi Sara!

Brani migliori

  1. Mille occhi
  2. Il tempo se ne frega
  3. Mi assento

Musicisti

Alessandro Melis:chitarre, voce  -  Carlo Cruciani: basso  -  Luca Zamberti:batteria