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Garbo

Nel Vuoto

Sintetizzare in 36 minuti l’eternità: questo l’ambizioso obiettivo che Garbo si è prefisso in Nel Vuoto, il suo ultimo album. Come ha dichiarato in alcune recenti interviste, il cantautore ha voluto realizzare un’opera “atemporale”: “Se si potesse lanciare un corpo nello spazio alla velocità della luce il tempo si rallenterebbe fino a fermarsi, ad azzerarsi. Non è possibile viaggiare nel tempo con il corpo, ma la mente ha questa facoltà: con le mie canzoni, dunque, posso spostarmi in ogni luogo e in ogni periodo, vale a dire dal passato e dal mio bagaglio di vissuto al presente creativo e inquieto, fino a vedere il futuro”. L’artista, pertanto, si trova in una posizione privilegiata rispetto agli altri individui, poiché i suoi atti creativi vanno al di là dei limiti imposti dalle leggi della fisica e possono annullare cronologia e distanze. Ed anche le sue composizioni si configureranno come slegate dagli stili, dalle mode, dalle tendenze, pur tenendo conto del panorama contemporaneo e delle esperienze maturate nei decenni. Così, se nel 1982 un quasi esordiente Renato Abate dichiarava in uno dei suoi brani più memorabili “Vorrei regnare sulle cose che cambiano”, nel 2023, dopo 16 dischi in studio e 42 anni di carriera, egli esprime con ancor maggiore convinzione l’anelito di immortalità insito in sé e in ogni essere umano.

Ma che cos’è il “vuoto” per Garbo? Vuoto è ciò che è privo di contenuto e che, contrapposto al “pieno”, rimanda all’idea di mancanza. Una persona “vuota”, ad esempio, è amorale e priva di valori. Ma le connotazioni di questo concetto non sono solo negative: esso, infatti, presuppone anche l’assoluta libertà e la possibilità di poter occupare nuovi spazi e territori. E lanciarsi “nel vuoto” è un atto di estremo coraggio, poiché rappresenta un tuffo nell’ignoto. Le otto tracce dell’album sembrano prendere in esame tutti questi aspetti, a partire dalla copertina, in cui il songwriter sembra di procinto di gettarsi al di là di un parapetto, ma in realtà è sospeso, in precario equilibrio, nell’aria – che, è bene ricordarlo, non è vuota, ma è composta di particelle invisibili, allo stesso modo degli spazi interstellari. Le canzoni esprimono dunque una serie di riflessioni sull’idea del vuoto in tutte le sue accezioni e sul bisogno di superare i limiti spazio-temporali, magari anche a bordo di un’astronave, per approdare all’infinito e all’eterno.

Nell’opener Come pietre il songwriter riflette sul “peso” delle parole: esse sono “pietre” quando il loro valore e il loro significato restano inalterati nel tempo, ma nel mondo ipertecnologico che ci circonda possono “evaporare”, divenire volatili, effimere, soggette a manipolazione, mentre “il niente avvolge anche la mente” e “la polvere copre ogni idea”. L’assunto da cui si parte è dunque che si stia assistendo ad una vera e propria “desertificazione culturale” e che il nulla stia avanzando, fagocitando ogni cosa, lasciandosi alle spalle soltanto le macerie della civiltà e, appunto, il vuoto. Il cielo, gli astri e il firmamento divengono così lo scenario in cui cercarsi e perdersi. La title track, dall’arrangiamento arioso ed orchestrale di Roberto Colombo, allude agli inevitabili mutamenti che lo scorrere del tempo porta con sé ed auspica una possibilità di fuga, anche se il rischio è quello di cadere “nel vuoto”. Ti esplode un mondo dentro è poi il brano più rock, con incalzanti riff di chitarra e una sezione ritmica insistente, quasi ossessiva, che ci riporta all’Extra Garbo di fine anni Ottanta. Da qui, tra un chiacchiericcio di sottofondo e un’intro di piano, si scivola verso le considerazioni esistenziali di Sembra, rivisitazione di una precedente versione contenuta nell’album La moda del 2012, dove il confronto con la partner permette all’io lirico di riconoscersi, riflettendosi in lei, nonostante l’impressione “che il cuore sprofondi nel vuoto” e che il mondo, a sua volta, “sprofondi nel niente”, mentre le sonorità si fanno sempre più essenziali.

Qui si chiude, nella versione in vinile, il lato A, che potremmo definire più “pop”, mentre la facciata B assume tonalità “ambient” che ci conducono in un viaggio interstellare. Il richiamo è al David Bowie di “Low”, ed è noto come il Duca Bianco sia sempre stato uno dei punti di riferimento dell’artista lombardo. Ma in questa seconda parte si avverte la sintonia anche con Eugenio Valente, compositore, tastierista e fedele sodale di Garbo, che lo ha accompagnato nelle sue ultime esibizioni dal vivo e che lo scorso anno ha realizzato Seven Years in Space, album che era a sua volta proiettato nel cosmo, permeato da un sound in bilico tra la synth-wave anni Ottanta e scenari più futuribili. Nelle tre tracce, che si dilatano nella durata, la rarefazione sonora aumenta e la densità diminuisce, come se dalla lapidaria incomunicabilità che regna nel mondo, descritta in precedenza, ci si elevasse sempre più verso la volta celeste e i suoi immensi spazi. Si odono, dunque, suoni quasi ultraterreni, echi robotici e voci che galleggiano “nel vuoto” apparente dell’universo e che ripetono, come mantra, frasi che trasmettono un senso di attesa. In To Mars il suono della tastiera ci porta momentaneamente in una dimensione più rassicurante e “umana” per poi fare, finalmente, rotta verso il “pianeta rosso” come unica soluzione alla vacuità del presente, in attesa del Contatto con abitanti di altri sistemi solari, per raggiungere finalmente l’eternità.

Nel Vuoto è un lavoro ispirato, che regge il confronto con i migliori episodi della quarantennale carriera di Garbo. Il cantautore ha ora in programma una serie di presentazioni dell’album, alla quale faranno seguito alcune date live tra l’estate e l’autunno; segnaliamo inoltre che, in occasione del Record Store Day, sarà disponibile una versione in vinile del disco, con una copertina alternativa, in sole 300 copie numerate.


 

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In dettaglio

  • Anno: 2023
  • Etichetta: Incipit Records/Egea Music

Elenco delle tracce

01. Come pietre
02. Nel vuoto
03. Mai più
04. Il mondo esplode
05. Sembra
06. Coscienza
07. To Mars
08. Contatto

Brani migliori

  1. Come pietre
  2. Il mondo esplode
  3. Sembra