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Vincenzo Zitello

Mostri e prodigi

Affermare che Vincenzo Zitello sia un musicista molto richiesto in sala di incisione è cosa ovvia e scontata. La lista delle sue collaborazioni è davvero lunga, documentata e ben referenziata. Meno scontata è la sua produzione in solo che ha visto, negli ultimi anni, una vera escalation.
Due album negli anni ’80, tre negli anni ’90, tre negli anni Duemila, quattro nel decennio successivo ed ora arriva il primo degli anni ’20 che, certamente, non rimarrà solo per molto tempo.

Di Zitello è nota, in particolare, la perizia nel suono dell’arpa celtica e dell’arpa bardica meno noto è il fatto che la sua arte strumentale si riversa su molteplici strumenti e che anche in questo album questa sua poliedricità si è manifestata. Dai più conosciuti strumenti facenti parte della “cultura” europea a quelli di provenienza etnica internazionale, a dimostrazione del fatto che l’artista modenese è un musicista a 360° e che il suo comporre e suonare è frutto di una visione sonora molto ampia e ricca di sfumature. Ovviamente il suo strumento principe rimane l’arpa (anzi, le arpe), suonata sempre con un trasporto ed una passione davvero invidiabili dopo oltre quarantacinque anni di esperienze in ogni dove, circostanza, occasione, sala di incisione o palco che sia. Incredibilmente fiducioso nel mondo della discografia Zitello propone un altro lavoro a tema e fa apparire, sulla tavolozza dei suoi dipinti sonori, otto splendidi bozzetti che evocano miti antichi ed ancestrali. Mostri e prodigi, con la bella copertina di Andrea Bottoli (ispirata a un dipinto di Edward Burne-Jones, ‘A sea nymph’), è una sorta di sguardo alla cultura del passato con molta nostalgia, ma al contempo privo di retorica e animato solo del desiderio di non dimenticare.
Proviamo allora ad entrare meglio nei brani di questo album.

 

Partiamo con La Sirena, che pare spuntare dal mare con arpa celtica e lama sonora a rendere magica l’atmosfera sognante e quasi eterea che viene evocata dalle note. L’immagine che ci si presenta alla mente è intensa e vivida, figlia di una sorta di luce e purezza sonora. Il suono dell’arpa potrebbe essere immaginato scaturire da un pianoforte tanto è delicato e morbido. La Sirena pare voglia parlare ma è come imprigionata dai legami delle note che ne avvinghiano il cuore. Tanta la dimensione di nostalgico languore che si dipana dalle note di questo brano, delicato e ricco di poesia. Segue Il Basilisco, che accoglie l’ascoltatore con il suono sincopato dell’arpa celtica e si immerge, poi, nei suoni delle corde di violino, viola e violoncello in una sorta di abbraccio di impronta quasi andina. Anche in questo brano emerge una sorta di nostalgico sguardo ad un passato mitico che è ben interpretato dal suono della tromba in B bemolle. La musica pare voglia afferrare lo sguardo di chi ascolta per condurlo di fronte ad un mare fatto di consapevolezza e coscienza di sé. E il tutto si muove in una sorta di levità che non conosce inizio né fine.

L’Unicorno è un brano che vede le tabla come colonna portante su cui si appoggia il suono dell’arpa celtica, supportata dagli archi che stendono, con mitezza, le loro note sul tappeto musicale che dà corpo al brano. Il suono dell’arpa è brillante ma moderato, senza smanie da protagonista, alla ricerca di una primazia sugli altri strumenti con la volontà di essere una sorta di amalgama in cui valorizzare i suoni di tutti gli altri strumenti. Siamo ormai a metà disco e incontriamo La Fenice, dove l’incipit è segnato da un passaggio di arpa celtica, archi e organetto diatonico in sottofondo, mentre le tabla si arrampicano sulle scale prodotte dalle sue note. L’organetto diatonico si muove invece con discrezione quasi a fare da tappeto al suono dell’arpa che inonda di luce immaginata lo spartito del brano a cui si aggiunge un tenue suono di contrabbasso e il delicato passaggio del theremin, il tutto confluisce in un mix capace di dare il giusto senso di stupore nell’immaginare lo sguardo di chi dovesse incontrare, chissà, una Fenice...  

La Chimera prende vita con il suono dell’arpa bardica ed in sottofondo si ascolta ed apprezza il suono del salterio, in tonalità basso e soprano. La tromba in B bemolle è morbida, soffusa e sembra voglia inondare di luce ogni tassello sonoro necessario alla buona riuscita del brano, intriso di sonorità scaturite da una miriade di strumenti dalle più disparate provenienze che rendono intensi e “profumati” i suoni proposti. Il brano che incontriamo ora è Il Grifone, dove è ancora l’arpa bardica a segnare l’atmosfera, un suono che sembra arrampicarsi in una dimensione capace di creare i presupposti di una scorribanda nel tempo e nelle aree del mondo celtico. Anche in questo caso si evidenzia l’abbondanza degli strumenti utilizzati per costruire un brano che ricorda Alan Stivell (maestro di Zitello) in versione anni ’70. Particolarmente efficace ed evocativo il suono delicato dell’ocarina, quello morbido della lama sonora e lo struggente affacciarsi del canto della piva emiliana. Ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora il bisogno di evidenziarlo, di come Zitello riesca a tenere insieme culture musicali differenti. 

Il Centauro è la penultima traccia di “Mostri e Prodigi” e rappresenta un altro magico sguardo verso l’orizzonte del mito, con il suono brillante dell’arpa bardica supportato da un flusso sonoro di grande bellezza che vede la presenza dell’ocarina, degli archi, del clarinetto in B bemolle ed altri strumenti di varia natura e fascino (da apprezzare il suono quasi nascosto, ma ammaliante, dell’organo Hammond B3). L’incedere delle note, e del suono nella sua interezza, rappresenta una sorta di cammino verso una meta sconosciuta, anelata ma non ancora raggiunta. Il Drago è l’ultima porta che si chiude per questo viaggio alla riscoperta di alcune figure mitiche. Un brano che vede – nuovamente - la presenza di innumerevoli strumenti che servono a creare una dimensione sonora variegata e multiforme, quasi tutti suonati personalmente da Zitello stesso oppure affidati ad altri musicisti ma sempre con l’obbiettivo di rendere manifeste sonorità altrimenti sconosciute eppure ricche di fascino e bellezza. 

È un album di notevole spessore artistico “Mostri e prodigi”, che va ascoltato più volte per rendersi conto della bellezza e della capacità che hanno queste dieci tracce di tenere alta l’attenzione all’ascolto. Lo sviluppo dei brani proposti, considerando l’utilizzo di un vasto e variegato numero di strumenti, è il segnale di una forza compositiva che anziché ridursi con il trascorrere del tempo riesce a dare ancora ampia dimostrazione di classe compositiva e qualità interpretativa. Inoltre, da voci attendibili, già si parla di un nuovo album in fase di composizione…e se davvero ciò rispondesse al vero…chapeau!


 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Vincenzo Zitello
  • Anno: 2021
  • Durata: 43:12
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. La Sirena

02. Il Basilisco

03. L’Unicorno

04. La Fenice

05. La Chimera

06. Il Grifone

07. Il Centauro

08. Il Drago

Brani migliori

  1. La Sirena
  2. La Chimera
  3. La Fenice

Musicisti

Vincenzo Zitello: arpa celtica, arpa bardica, violino, viola, violoncello, contrabbasso, viola da gamba tenore, salterio basso, salterio soprano, santoor, autoharp, lama sonora, bawu, dizi, ulusi, tin e low whistle, ocarina, clarinetto B bemolle, theremin, clarinetto in Do - Federico Sanesi: sonagli, bohdran, tabla, zarb, gunguru, cymbals, timpano orchestrale - Arthuan Rebis: bodhran, nickelharpa, tar drum, shaker, esraj, riq - Claudio Rossi: violino, guilele, mandolino americano, lap dobron - Laura Garampazzi: tromba, tromba B bemolle - Riccardo Tesi: organetto diatonico - Giada Colagrande: tar drum - Maurizio Serafini: piva emiliana - Alfio Costa: hammond B3  -  Luciano Monceri: morin khuur