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Carlo Valente

Metri quadrati

Nella sua estrema carnalità e nelle sue tensioni cosmiche, l’uomo rappresenta e rinnega il principio fisico sugli opposti. Si dondola in uno spazio che può essere piccolo o indefinito, in un tempo infinito o atomico, nel tentativo di digerire la propria unità in una realtà frammentata. Per respirare nello spazio bianco che divide gli opposti «ci vuole la ricchezza d’esperienza del realismo e la profondità di sensi del simbolismo», come scriveva Pavese. Su questa mistura poetica si poggia Metri quadrati, il nuovo disco di Carlo Valente, uscito il 6 marzo per l’etichetta TotoSound.

Il racconto si condensa nel momento in cui un’estrema e coatta contrazione dello spazio ha generato un’insostenibile dilatazione del tempo. L’anno pneumatico della pandemia, del coprifuoco e del lockdown ha trasformato gli opposti in cariche perse e ferme nel vuoto. Un pendolo bloccato con cui convivere e a cui aggrapparsi per potersi salvare. Nei suoi ‘metri quadrati’ il cantautore reatino ha ricreato un muscolo sconfinato, la cui misura sta proprio nel pulsare di ossimori, dicotomie e antinomie.

Le canzoni viaggiano su una continua polarizzazione semantica, tematica ed estetica. A partire da quella di apertura Mentre qualcuno nasce a Belgrado, giocata sul contatto tra particolare e universale e sull’opposizione tra un gesto quotidiano come comprare il pane e ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere perché nel mondo che crolla vincono le disuguaglianze. Un messaggio calzante per la pandemia e ancora infelicemente valido. Quel bambino potrebbe (non) nascere a Teheran, ad Aleppo, a Kabul. Noi continuiamo a comprare il pane, e in mezzo c’è il vuoto.

 

L’immaginario dell’album viene fortificato da elementi paesaggistici. La composizione nuda e cruda traspira la contrapposizione primaria tra campagna e città, tra dentro e fuori, tra lo spazio piccolo di una camera rustica e il paesaggio aperto delle montagne reatine, tra le poche case arroccate e la roccia verticale, tra i campi da calcio in terra e l’asfalto, ma anche tra canzoni notturne e altre più solari e aperte. A questa serie di suggestioni si aggiunge lo scenario guerreggiante e quasi decadente della copertina del disco.

Il manifesto è la title track, che risuda tutta l’inquietudine e la nevrotica sofferenza per quella stasi in pochi metri quadrati. Valente porta a galla un tema secolare da sant’Agostino in giù: il rapporto tra l’uomo e il tempo che, a proposito di dicotomie, «si ferma se lo lasci passare e mai se gli tieni le mani». Accesa da un fervido dialogo tra chitarra e basso e da passaggi armonici arrembanti, la canzone riflette anche una sorta di laica insofferenza per il dovere di scrivere sempre qualcosa. In questo tempo da horror vacui nessuno pensa mai alla fatica delle penne e delle tastiere ma, soprattutto, alla salvezza che generano le parole scelte bene.

Nella parte finale della canzone regna la polarizzazione tra i pirati e i marinai, che tornano nell’incipit di Due righe per dare il largo a un saliscendi emotivo che celebra l’amore finito, sfrondandolo da miele e melanconia. L’amore, tema perenne del disco, è «trionfo e rovine», e l’unico modo per prendere coscienza della sua realtà è concepirne la fine, tirare la proverbiale riga. Anzi, tirarne due.

 

Il disco traduce una dimensione intima che diventa quasi privata in Botero, in cui il cantato di Valente si fa denso sussurro. La fotocopia di ‘Picnic in the mountains’ del pittore colombiano è il pretesto per muoversi lentamente sul cotto di casa e negli anfratti di una quotidianità allungata e piena di ricordi. I due amanti non sono più all’aperto ma rimangono dentro, in mezzo ai divani e alla carne che «profuma di tempera e cera, di caffè colombiano macinato a dovere».

Un amore in qualche modo dimensionato che si frappone a quello anonimo di Amore senza titolo e all’esterno cosmico in cui è ambientata Corpi celesti. Nelle trasposizioni semantiche astronomiche, Valente celebra l’epica dell’amore che va oltre sé stesso. Non conta l’intimità del racconto, conta l’universalità del tema che attraversa ancora spazi antinomici: il centro della città e il centro dell’universo, la caduta e l’ascesa.

Nel distico finale Valente diventa interprete e si affida alla scuola romana di ieri e di oggi, il De Gregori di “Buffalo Bill” e Pino Marino.

Disastro aereo sul canale di Sicilia, trasformata sia dal punto di vista musicale sia vocale, è l’atto politico del disco. È anche il contatto con il lavoro precedente, “Tra l’altro” (uscito nel 2017), in particolare con Crociera maraviglia. L’incedere è sempre per contrapposizione. Quella tra il mare di Lampedusa e il cielo sulle coste tunisine, tra le barche frantumate sulla battigia (se ci arrivano) e gli aerei dei soldati che scompaiono nel nulla. L’album è nato nel sottobosco della pandemia ma sembra perfettamente adattabile al contingente: in questi viaggi al contrario che la storia ha già visto in Afghanistan, in Siria o in Iraq, si lega il destino dei migranti, dei soldati e degli uomini.

La chiusa è opera dell’intelligenza di Pino Marino. La vita non vista, in cui il cantautore romano suona il pianoforte, racconta l’uomo che perde i dettagli. Gli impulsi opposti da cui siamo animati, l’incomunicabilità e il possesso violento, la noia e la frenesia, l’angoscia di essere sempre in ritardo oppure in tempo per tutto, l’ansia della velocità e i piedi appiccicati all’asfalto, ci impediscono di agguantare ciò che ci passa davanti e che non vediamo. Un ultimo e definitivo chiasmo: «se tu lo chiedi a me / poi ti risponde lei / ma lei non sai chi è / e tu domandi a me».

In Metri quadrati si trovano soluzioni musicali nuove per l’autore. Gli arrangiamenti, affidati a Stefano Ciuffi ed Edoardo Petretti, forse sbilanciano i suoni verso una preponderanza delle chitarre. La fisarmonica e i fiati del disco precedente hanno lasciato spazio all’elettronica, ai bassi sintetici e alla voce effettata. Carlo Valente si muove liberamente tra folk e pop, e in questo movimento emerge una scrittura meno derivativa rispetto al passato. Segno che, forse, il disco è nato da due precise necessità: quella di cercare un’evoluzione personale, e quella di rendere merito a un’intima urgenza comunicativa. Il risultato è un quadro autentico della poetica del suo autore.

In questo tempo di superficie è necessario non basarsi solo sul visibile, non assecondare i riflessi spesso scialbi della realtà ma, per una volta, andare a fondo a costo di morire. Realismo e simbolismo, chissà se la salvezza passa da qui.

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Stefano Ciuffi, Edoardo Petretti
  • Anno: 2023
  • Durata: 29:02
  • Etichetta: TotoSound

Elenco delle tracce

01. Mentre qualcuno nasce a Belgrado

02. Amore senza titolo

03. Metri quadrati

04. Due righe

05. Botero

06. Corpi celesti

07. Disastro aereo sul canale di Sicilia

08. La vita non vista

Brani migliori

  1. Metri quadrati
  2. Botero

Musicisti

Edoardo Petretti (pianoforte e tastiere);
Stefano Ciuffi (chitarra acustica, chitarra elettrica, chitarre resofoniche, lap steel guitar);
Toto Giornelli (basso elettrico, basso synth);
Francesco De Rubeis (batteria e percussioni);
Pino Marino (pianoforte in
La vita non vista)
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Interpreti: Carlo Valente