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Luca Fol

Io sono meno inglese di thè

“Questo disco mi piace definirlo un viaggio pop avanguardista che guarda al passato, ma solo dallo specchietto retrovisore di un'auto moderna e proiettata verso il futuro”. Così Luca Fol, classe ’94, cantautore e polistrumentista riminese, commenta il suo terzo album Io sono meno inglese di thè, il suo primo lavoro in italiano dopo i due precedenti in inglese. Il disco nasce dalla rielaborazione e contaminazione di diversi linguaggi espressivi ispirati ai suoi ascolti: dai Baustelle a Battiato, dai Bluvertigo ai Beatles, dai Velvet Underground ai Talking Heads, echi dei quali si colgono nelle varie tracce, assemblati però con un’autonoma cifra stilistica che si configura in un raffinato synth-pop con tracce di rock.

Le canzoni di Fol parlano della necessità di preservare la propria integrità morale e della costante ricerca di un equilibrio personale in rapporto alle necessità imposte dal vivere sociale. La conseguente nevrosi, gli inevitabili sbalzi d’umore e i continui tentativi di adattamento all’esistente si traducono musicalmente in un alternarsi di sonorità leggere ad altre più cupe, tra atmosfere pop e distorsioni, sintetizzatori e chitarre che si fanno leggere o più aggressive. L’album è stato concepito, come spiega lo stesso cantautore, nell’estate 2020, in un periodo di grande incertezza, in cui l’andamento della pandemia non consentiva di fare progetti a lunga scadenza e di immaginarsi in una prospettiva futura. Da questa sensazione di precarietà sono nate composizioni con tonalità differenti, inserite in un percorso musicale libero e al tempo stesso unite dal filo conduttore dell’esplorazione di sé e del confronto critico e dialettico con la società, le convenzioni, le contraddizioni e le ipocrisie dell’essere umano.

Il disco si apre con Poeta, un brano electro-rock che esalta la sensibilità superiore dell’artista rispetto alla mediocrità di chi lo circonda: “lI vero poeta/ è lui che legge la sensibilità/ di quello che parla/ anche del nulla/ e poi tace /La vera saggezza/ è lei che sputa fuori la verità/ ma dal silenzio/ non dall'eccesso del parlare”. Allo stesso tempo, però, il “poeta” non vuole assumere il ruolo di maître à penser. La tematica del brano seguente, L'educazione, è affine: in esso, infatti, l’io lirico invita l’interlocutore a superare i pregiudizi e a fare i conti con la complessità dell’esistente. Dal punto di vista musicale, il pezzo è diviso in due momenti: la prima parte, più minimale, viene poi stravolta dall'entrata in scena di chitarre e drum machine. Segue Oro Bianco, con sonorità elettroniche che rievocano Battiato ed un testo un po’ surreale alla maniera dell’ultimo Battisti: la canzone esprime apprezzamento verso la poliedricità dell'essere umano e costituisce un elogio all’imperfezione. La difficoltà nel vedere riconosciuta dalla società la propria individuale peculiarità viene gridata a gran voce in Aspettare che, anche se scritta prima dell'inizio della pandemia, sembra voler raccontare, intessuta di trame sonore noise e psichedeliche, il senso di claustrofobia causato dal lockdown. Tonalità differenti in Brenso magnifico (il vocabolo sta per sta per “figo”, “ganzo” nello slang bolognese), una ballad synth pop con un jingle elettronico che rievoca gli anni Ottanta - periodo che per il cantautore costituisce un indubbio punto di riferimento - che narra in maniera molto personale un amore idilliaco, profondo, nascosto. Inverosimile nasce invece da un anelito al riscatto dalle sofferenze quotidiane che sfociano in una sorta di crisi d'identità: lo stesso autore lo ha definito “un conflitto tra trascendenza e immanenza”. Si prosegue con Inetto, che rappresenta la punta dark-wave del disco e rimanda alle atmosfere di Subsonica e Bluvertigo. Sonorità claustrofobiche e distorte ci conducono in un viaggio delirante negli anfratti della psiche, lungo i meandri dell’ansia e del senso di inadeguatezza nei confronti di un partner destabilizzante. Una boccata d’aria, a contrasto con il brano precedente, si respira in La tua esigenza, ballata che apre un varco di malinconia e di speranza, rievocando l’adolescenza e il desiderio di riconciliarsi con il proprio passato. Piccole Ossessioni, caratterizzata dalle chitarre un po’ punk, racconta invece la necessità di convivere con i nostri difetti e con le ossessioni quotidiane che ci rendono nevrotici e al tempo stesso unici. Spirale, traccia più ariosa e pop, allude ad un rapporto affettivo che possa diventare un “centro di gravità permanente” per il protagonista. Arriviamo alla conclusione dell’ascolto con la title track Io sono meno inglese di thè, il pezzo forse più cantautorale, con il quale, non a caso, Fol si è classificato terzo alla ventesima edizione del Premio Fabrizio De André. L’argomento del brano è la crescita personale, la rinascita ad una nuova identità, ed in questo modo il cerchio si chiude: attraverso l’autoanalisi, a volte amara e spietata, a volte ironica, ma sempre consapevole, Fol si interroga in maniera lucida sul ruolo dell’artista, ma anche sulla propria posizione individuale, nella società contemporanea. Il terzo lavoro del cantautore riminese colpisce l’ascoltatore per la complessità dei testi taglienti, sempre in bilico tra l’inquietudine interiore e l’aspirazione al raggiungimento di un equilibrio con l’esterno, e per le sonorità elettroniche raffinate e mai banali.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Antonio Patanè e Luca Fol
  • Anno: 2022
  • Durata: 38:29
  • Etichetta: Libellula Music

Elenco delle tracce

01. Poeta
02. L’educazione
03. Oro bianco
04. Aspettare
05. Brenso magnifico
06. Inverosimile
07. Inetto
08. La tua esigenza
09. Piccole ossessioni
10. Spirale
11. Io sono meno inglese di thè

Brani migliori

  1. Oro bianco
  2. Inetto
  3. Io sono meno inglese di thè

Musicisti

Luca Fol: voce, chitarra, synth – Francesco Paci: chitarra – Lorenzo Degli Esposti: basso – Giulio Serafini: batteria – Antonio Patanè: programmazione, synth, drum machine, editing