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Ligabue

Dedicato a noi

Diciamolo subito, se esiste un avverbio inclusivo e circolare, tanto da poter sintetizzare e definire in una sola parola l’ultimo lavoro discografico di Luciano Ligabue, ecco, quell’avverbio non può essere che la parola ‘insieme’. Si, perché Dedicato a noi è un distillato di undici brani scelti da un mazzo di trenta titoli, un disco che ha un tempo, un luogo, un contesto e un filo conduttore, e non perché ogni brano sia un pezzo di una storia complessiva da raccontare, ma perché ciascuno offre una visione laterale, un’inquadratura, un punto d’incontro su uno stato d’animo ricorrente.

Lo sguardo dell’artista di Correggio (definirlo cantautore sarebbe riduttivo, visto anche le esperienze con cinema e letteratura in cui si è cimentato) spazia nelle criticità del presente, afflitto da guerre, pandemie, cambiamenti climatici, per constatare che tutti noi viviamo una maggiore fragilità sociale, tra egoismi, tensioni e paure, rispetto alle quali ciascuno oppone il proprio modo di salvarsi la vita. E in Dedicato a noi, Ligabue dipana questo grumo di sensazioni non positive rinserrandosi fra i suoi affetti, affidandosi alla memoria, accendendo di nuovo, testardamente, un moto di speranza e un senso di appartenenza. È un disco per sé e per la sua ‘gente’ che lo apprezza e lo segue da decenni, che si esplicita in quel “noi” che rappresenta un crocevia di valori condivisi, speranze, dubbi e convinzioni.  

 

Non può sfuggire quindi il passaggio di testimone con Made in Italy, l’album del 2018, un concept immerso in un presente tumultuoso e raccontato con la voce di Riko, un cinquantenne a cui la vita non ha sorriso, anche un possibile alter ego di Luciano Riccardo Ligabue se solo non avesse avuto successo con la musica. Quella era una storia individuale, la parte per il tutto. In Dedicato a noi, invece, le storie sono declinate al plurale e il cambio di marcia lo si apprezza anche dal modo di “vestire” i brani, concepiti per essere sbandierati, urlati negli stadi dalla generazione che l’ha condotto fin qui, e anche, perché no, da chi, più giovane, iniziasse adesso. Ai concerti, d’altra parte, è pieno di ragazzi, di padri e figli, e un motivo, a ben vedere, ci sarà.

Sento già l’obiezione che accompagna da sempre i lavori di Ligabue. Che c’è di nuovo? Non suona sempre uguale? Non si ripete?  La risposta è democristiana. Diciamo “sì”, perché il sound, gli accordi, il bpm di Ligabue sono senza tempo, perché c’è sempre questo rock padano che sembra salir su da una sala prove di una cantina di periferia, con testi che spesso sono crudi, duri, diretti, una poetica dal linguaggio corrente che non è dolce stil novo ma più Cecco Angiolieri, appena mitigata dall’ingrigirsi dei capelli. Ma a seguire arriva anche un secco “no”, perché il tempo che passa e l’immersione nel presente una levigata l’hanno data, le tematiche sono più profonde, lo sguardo all’indietro ricorrente, la riflessione sottrae spazi alla trasgressione, e forse non è più così vero che “non è tempo per noi”. Forse è giunto il tempo di prendersi le responsabilità, iniziando a tirare qualche somma, a costruire una canzone senza tempo, come se il tempo rimanesse fermo qui.

Già dalla prima traccia, Così come sei, si avverte il senso di compiutezza, di quadratura del cerchio: il brano è il sequel, sostanzialmente a lieto fine, di quel Salviamoci la pelle che apriva l’album “Lambrusco coltelli rose e pop corn” dell’ormai lontano 1991. I protagonisti, (lui e lei hanno quel destino/scritto da altri, altre vite fa) si sono alla fine salvati, hanno vissuto, si sono ritrovati. Insieme.  Il tema del ritorno è ripreso anche nella successiva La parola amore (“arrivi tu ed il nastro riparte/ da dove si era spezzato”), in cui si sovrappongono i piani del passato e del presente nel riannodarsi di una relazione importante. La visione di lei che si avvicina come attraversando il tempo (“arrivi tu come sai arrivare/e non ci sono parole”) è di impatto cinematografico, e d'altronde come ricordavamo prima Ligabue si disimpegna bene anche nella settima arte. La metà della mela è una riuscitissima canzone d’amore, per nulla banale, narrata con la consapevolezza del tempo che passa, dal suo inizio (“su due binari paralleli/tenuti dalle traversine/ci siam sentiti meno soli/davvero io e te”) al reciproco trasformarsi (“conti ancora le stelle/canti ancora De André/della vita com’era e la vita com’è”), a questo presente con l’amore che fa ancora effetto. Ligabue non è mai da solo in quest’album. È così che ci si salva, e anche in Musica e parole, il brano più dissacrante degli undici, il ritornello è un manifesto: “siamo ancora insieme/musica e parole”.

 

Il brano Dedicato a noi, che dà il titolo all’album, è un piccolo gioiello, una somma di volti, di storie e di immagini, un affresco plurale suggestivo e toccante. Il pezzo inizia con una delicata frase di piano, e via via prende un piglio più aggressivo, fino al momento in cui Luciano quasi urla, all’interno della riflessione generale, un pensiero specifico e commosso su Luciano Ghezzi, bassista dei ClanDestino (storico gruppo dei primi album del Liga) morto qualche tempo fa. Il testo dà la cifra della maturazione artistica di Ligabue, che adopera le parole con maestrìa e misura: “questo lampo che fa ancora luce/e spezza sempre un po’ la voce/tanto prima o poi saremo giovani”. Il testo è talmente indovinato e struggente che è vivamente consigliato un duplice ascolto, dapprima focalizzando la melodia, e poi distaccandosene un po’, gustando ad una ad una le parole. Lo so che di solito non funziona, ma stavolta sì, funziona eccome, perché Ligabue ha cose da dire e sa come cantarcele.

Ma il brano più bello, a parere di chi vi scrive, è Una canzone senza tempo, l’antitesi della pur magnifica Lasciarsi un giorno a Roma di Niccolò Fabi, perché qui la situazione si inverte, e Roma, la città che non finisce, fa da quinta ad un incontro, nello stesso ristorante in cui lui e lei sono già stati molti anni fa. Tutto sembra uguale, come sospeso nel tempo, eppure il tempo ha fatto il suo lavoro "mentre dici come cambiano le cose/in quell’attimo sei già cambiata tu". Una storia senza tempo puoi ambientarla solo a Roma, "come se il tempo rimanesse fermo qui/nella città che non finisce/c’è qualche bacio che guarisce/e non c’è niente che sia meglio di così".
Autentica e riflessiva, Chissà se Dio si sente solo è una canzone sulle nostre paure, in cui non è difficile riconoscersi. Ed è curioso come si possa soffrire di una circostanza e anche del suo contrario: paura di essere visti e di non essere visti mai/paura di essere figli solo di una manciata di like/di essersi persi troppo, di non riuscire a perdersi più/di fare del male, farti del male senza deciderlo tu. Una delle magie praticate da Ligabue è quella di trarre suggestioni ed emozioni da incontri apparentemente comuni e banali, come quello fra due diciottenni di periferia che si danno appuntamento in un centro commerciale dove, tra reciproche insicurezze e nervosismi, nasce dal nulla una storia d’amore. Parliamo di Stanotte più che mai, brano che da questo punto di vista è un saggio di composizione, perché nulla in apparenza lavora per creare l’alchimia eppure la canzone viene giù con quell’arroganza spontanea, quel romantico realismo, quella cifra artistica che è propria dei più grandi. E, alla fine, “lui le passa un dito sopra i tagli/si guarda bene da chiederle perché/lei lo abbraccia come fosse un figlio/e prendono il giorno che viene così com'è”.

L’ultima traccia del disco, Riderai, è il primo singolo estratto dall’album per le radio e la diffusione in rete (clicca qui per il video). È uno sguardo al passato, che chiude l’album con un incitamento che deriva dal buon senso, minimizzando quelli che soltanto ieri sembravano fatti tragici, e di cui oggi puoi anche sorriderne, perché in fondo, crolla il muro/su cui sbattevi/e hai visto cos’era?/soltanto un pensiero.

 

Sorvoliamo per brevità sulla qualità, peraltro eccelsa, delle esecuzioni musicali, sulla grafica della copertina (un cuore pulsante attorniato da mille volti e colori) e sulle belle foto del libretto. D’altro canto Ligabue dispone dei mezzi tecnici e materiali per fare le cose per bene, ed il risultato lo conferma. Prodotto dall’artista insieme a Fabrizio Barbacci e Niccolò Bossini, il disco sta riscuotendo il successo che merita, coadiuvato da un lungo tour tuttora in corso, con molte date e parecchi sold out. La leggenda continua, ha un’anima rock e la voce graffiante. Ha ancora senso scrivere e pubblicare un album, caro Luciano, lo si legge negli occhi di chi viene ai tuoi concerti. Ed anche in quelli di Francesca, che tu non sai chi è, ma lei si. E lei pensa, eccoti qua.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Fabrizio Barbacci e Luciano Ligabue Co-produzione: Niccolò Bossini
  • Anno: 2023
  • Durata: 39:58
  • Etichetta: Warner Music Italia

Elenco delle tracce

01. Così come sei

02. La parola “amore”

03. La metà della mela

04. Dedicato a noi

05. Musica e parole

06. Una canzone senza tempo

07. Quel tanto che basta

08. Niente piano B

09. Chissà se dio si sente solo

10. Stanotte più che mai

11. Riderai

Brani migliori

  1. La metà della mela
  2. Una canzone senza tempo
  3. Chissà se Dio si sente solo