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Il Peso del Corpo

Aspettarsi

Il peso del corpo è un’evidente anomalia, una bestemmia nel panorama italiano.

L’ensemble bergamasco che ruota attorno alla figura di Andrea Arnoldi, un artista di quelli veri -se capite quello che intendiamo dire- da quasi 15 anni, pur tra diverse mutazioni di organico, fa scandalosamente uscire musica splendida, che se ne impippa di mode e modelli, per dar sfogo a una libertà espressiva davvero impressionante. Tra le cose di cui beatamente si impippa c’è anche il senso pratico della gestione del live: in alcune occasioni questo collettivo aperto è arrivato a 18 elementi sul palco (anche se normalmente girano in 5-6) e voi capite che qualunque ragioniere impiegato nel settore musicale vi direbbe che è una pazzia, se non sei Renato Zero.

L’ascolto dei loro lavori (recuperate almeno Le cose vanno usate, le persone vanno amate del 2014 e Metamorfosi del 2019) riconcilia con il presente, e potrebbero essere usati, quei CD, come arma contundente da usare contro i polverosi nostalgici di una canzone d’autore classica (parlo dei mostri sacri degli anni ’60 e ’70) che rischia, sia pure incolpevolmente, di farsi altare. Sarebbe bello, pensavo, che chi è rimasto fermo a De André, Dalla, Guccini ed eletta schiera (che, certo, amiamo anche noi, ci mancherebbe), inveendo come i vecchietti dei Muppets su tutto ciò che è venuto dopo, un giorno o l’altro si rivolgesse a questi monoliti con le parole che Diogene il Cane rivolse ad Alessandro Magno che gli aveva appena detto “Chiedimi tutto quello che vuoi”, cioè: “Spòstati, ché mi togli il sole.”

Quella de Il peso del corpo è qualcosa che potremmo definire, a maggior ragione per questo recente lavoro, canzone d’arte da camera, come poteva concepirla, una volta, un Robert Wyatt o, restando sul nostro, gli Stormy Six di Un biglietto del tram (parliamo di attitudine, di gusto, di senso dell’avventura, più che di reali richiami). Eppure, se in casa loro, a smentire l’adagio, sono profeti, destinatari di un piccolo grande culto (qualche anno orsono alcuni musicisti dell’area gli hanno dedicato un sentito disco-tributo), altrove sono patrimonio per pochi, e questa è un’ingiustizia che grida vendetta agli dèi.

Questo Aspettarsi, che bel titolo, sposta ancora un po’ più in là la sfida al cielo del combo bergamasco. Musica d’arte da camera, dicevamo, per l’uso frequente di strumenti come violoncello, violino, sax, contrabbasso, pianoforte, fagotto, che dialogano con gli attrezzi più tipici del rock. Oh, facciamo a capirci: io lo so che ora potreste pensare “ecco un altro gruppo buono per le rassegne estive degli assessorati alla cultura progressisti (parlandone da vivi)”, ma non ci siamo proprio, amici: qua non c’è nulla di calligrafico, di accondiscendente. La loro è una musica che vuole talmente bene all’ascoltatore da non cullarlo con le solite ninne nanne, innervata com’è da soluzioni che lo delocalizzano, lo costringono a un ascolto attento, a una disposizione alla sorpresa. Potrà essere una dissonanza sullo sfondo, una figura ritmica che improvvisamente sceglie il disparo (vedi l’iniziale Celesta, un brano dalla pelle cangiante), un nastro al contrario, un’inaspettata deviazione armonico/melodica, un effetto disturbante, le voci di Ingeborg Bachmann e Paul Celan provenienti da chissà quale altrove.

In un contesto altamente personale, come quello che abbiamo cercato di delineare, qua e là affiorano inserti che richiamano ad altre esperienze musicali, che sembrano affondare in quei ’90 avventurosi ed eccitanti che probabilmente sono stati la tetta musicale cui si sono svezzati Andrea Arnoldi e i suoi sodali. Per esempio, in Escapologia a un certo punto sembra di sentire il flow del buon vecchio Frankie Hi-NRG (quello all’altezza di Quelli che benpensano, tanto per dare il lat long del caso), oppure, in Sciarada ecco spuntare un recitativo alla Massimo Volume. Altrove, per esempio nella breve Bobo sembra far capolino Ettore Giuradei, con le sue allucinate nenie.

Aspettarsi è un lavoro (per inciso, ottimamente suonato ed arrangiato) che esce senza proclami, senza presentazione pubblica, senza, al momento, un tour di supporto. Semplicemente esiste, si aspetta e ci aspetta. Al momento è disponibile solo in streaming, sulle maggiori piattaforme (se volete sostenerli, potete acquistarlo su Bandcamp, c’è anche un brano in più con Naïf), ed è un peccato che un prodotto così artisticamente solido debba vagare fantasmaticamente per il web, idea pirandelliana in cerca di un (peso del) corpo in cui consustanziarsi, ma tant’è. Ah, o voi volenterosi organizzatori di concerti: il disco esce in Creative Commons, vale a dire che potete chiamarli risparmiando sulla SIAE, che niente non è.

Tanto per cercare il pelo dell’uovo nella lana caprina, in qualche episodio il cantato, sempre tenue nel suo porgersi, in sede di mixaggio resta un po’ indietro rispetto alla musica, ma qui sta a voi stabilire se ciò sia un difetto o meno.

Infine, togliamoci il dente e passiamo all’indispensabile rubrica “Canzoni da segnalare” per la quale annotiamo Animalia, dove compare anche la voce di Fiorenza Saugher, che forse per il neofita può essere un buon punto di partenza per inoltrarsi in questo album, la desertica Sciarada, le già citate Escapologia e Celesta, poi Iceberg per batteria e orchestra, la tomwaitsiana Nicaragua e tante altre che, ne siamo certi, vi faranno zampillare dal cuore un caldo sentimento di riconoscenza per questi ragazzi che, a dispetto di tutto, ma veramente tutto, continuano a mettere al mondo siffatta bellezza.

 

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Il peso del corpo
  • Anno: 2023
  • Durata: 35:00
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. Celesta

02. Animalia

03. Escapologia

04. Lei

05. Sciarada

06. Dialogo

07. Iceberg

08. Lui

09. Bobo

10. Nicaragua

11. Notturno

Brani migliori

  1. Animalia
  2. Iceberg
  3. Escapologia

Musicisti

Andrea Arnoldi (voce, chitarre, pianoforte, reverse, looper, sintetizzatore, vocoder, percussioni, bicchieri, crackers, lavatrice, campionatore, tape recording di “Lei” e “Lui”, batteria in “Dialogo”) -  Leonardo Gatti (violoncelli, fischi, octaver, delay, reverse, western), Roberto Frassini (moneta, contrabbasso, basso elettrico) - Sebastiano Ruggeri (batteria, percussioni) - Daniela Fantoni (violini) - Mattia Sonzogni (sassofoni) - Jodi Pedrali (sintetizzatori in “Celesta”  e “Dialogo”) -  Fiorenza Suagher (voce in “Animalia” e cori in “Celesta” ed “Escapologia”) - Sara Zonato (voce in “Dialogo” e cori in “Celesta” ed  “Escapologia”) - Giada Dente (cori in “Celesta” ed “Escapologia”) - Andrea Manzoni (chitarra classica in “Iceberg”) - Dario Casati (basso elettrico in “Iceberg”) - Alberto Zanini (chitarre elettriche e looper in “Sciarada”) - Roger Rota (fagotto in “Dialogo”) - Daniele Nava (chitarra acustica in “Lei” e “Lui”).