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Note d’Autore: l’omaggio a ...

di Andrea Direnzo Tanti suoi brani sono hit planetarie, molti altri fanno parte della memoria collettiva musicale del nostro Paese. L’elenco sarebbe davvero lungo e finirebbe per togliere spazio ...

Dopo la serata dei duetti di venerdì, ieri la finale. Vincono Mahmood e Blanco

Cinque giorni che valgono un anno intero

Al secondo posto Elisa e al terzo Gianni Morandi


 

La vittoria di Sanremo 2022 va a Brividi, brano portato in gara da Mahmood e Blanco.
A breve tutta la cronaca della finale.
Qui sotto, invece, il commento alla serata dei "duetti" di venerdì

La 72ª edizione del Festival di Sanremo si avvia al gran finale e dopo le prime tre serate di gara, arriva la quarta, dove ogni protagonista sceglie un "compagno di viaggio" con cui esibirsi in un brano storico (nazionale o internazionale). Quello con le cover è sempre un appuntamento centrale, perché non solo riduce la distanza con la finale, ma soprattutto permette di ascoltare gli artisti in una veste diversa, offrendoci una possibilità di giudizio ulteriore. Dar loro una nuova veste, una voce diversa, spesso lontana dagli standard iniziali e originari, serve anche a far conoscere questi brani alle generazioni ‘nuove’ che guardano il Festival (sì, perchè è inutile nasconderlo, sono ormai un po’ di anni che la presenza in gara di artisti molto conosciuti dai giovani e giovanissimi ha fatto sì che si ampliasse la platea di ascoltatori). In questa edizione la scelta dei brani ha riguardato il repertorio internazionale e italiano degli anni 60-70-80-90. Proviamo quindi a riassumere come sono andate le esibizioni, senza mettere “voti” o classifiche, semplicemente facendo cronaca e seguendo l’ordine cronologico di esibizione.

 

Noemi, accompagnandosi al piano ha portato sul palco (You Make Me Feel Like) A Natural Woman un brano che – come ha ricordato giustamente Amadeus – è entrato nella leggenda, cantato dalla regina della black music: Aretha Franklin. Diretta dal maestro Andrea Rodini, è risultata sicura nonostante sia stata la prima ad esibirsi. Grintosa e dalla voce come sempre graffiante, ha scelto anche un vestito ben adatto alla sua anima soul.

Una delle canzoni che nel repertorio di Fabrizio De André, ha maggiormente rappresentato la denuncia sociale e quella sua particolare attenzione agli ultimi è Nella mia ora di libertà, contenuta nell’album ‘Storia di un impiegato’, pubblicato nel 1973. A portarla sul palco di Sanremo, in una veste particolare, il cantautore Giovanni Truppi con Vinicio Capossela e Mauro Pagani. Prima di tutto apriamo una piccola parentesi fashion: a Giovanni Truppi piacciono le canottiere. Smessa quella nera delle prime serate ne ha indossata una rossa fiammante, con uno stemma a forma di cuore rosso/nero che ricordava i simboli dell’Anarchia, così come rosso era il grande fiocco al collo di Vinicio Capossela. Accanto a loro un elegante Mauro Pagani, che li ha accompagnati suonando l’armonica a bocca e con un piccolo richiamo rosso nel taschino... Il risultato finale ci ha mostrato una cover ben interpretata, lontana dagli standard comuni e originali, in linea con lo stile dei due interpreti che ben si completano stilisticamente. Truppi sapeva benissimo che portare un brano più conosciuto di De André lo avrebbe aiutato di più, ma la scelta era precisa, utilizzare quel palco per portare un messaggio forte come forti sono le tematiche di quel brano, di quell’album.

 

Il terzo cantante ad uscire sul palco è stato Yuman, accompagnato da Rita Marcotulli al pianoforte. La sua scelta ha riguardato uno dei crooner più talentuosi della storia della musica americana: Frank Sinatra con My Way. Seppure un po’ piatta e monotona l’esecuzione nella prima parte, al di sotto delle capacità vocali di questo ragazzo dalla voce interessante, Yuman si riscatta nella seconda, meritandosi almeno la sufficienza. Anche qualcosa in più, per il coraggio della scelta. Non è facile confrontarsi con un “mostro sacro” della musica internazionale come “The Voice” e uscirne vivi.

W il Maestro Peppe Vessicchio che è finalmente riuscito a tornare a Sanremo, dopo il forzato stop dei primi giorni. Ma non ha diretto come ha fatto negli ultimi due decenni, è uscito insieme a Le Vibrazioni, si è seduto al pianoforte diventando parte integrante della performance. Il brano scelto era Live and Let Die (di Paul McCartney) una delle canzoni più famose tra quelle dedicate alla storia cinematografica di James Bond. Un pezzo che ha girato bene. Francesco Sarcina era molto più carico e rilassato rispetto alle sere di gara precedenti, aiutato e supportato anche dalla presenza e dall’energia di Sophie and the Giants e dall’orchestra, che hanno impreziosito e arricchito l’esibizione.

Che dire di A muso duro, di Pierangelo Bertoli, se non che è un pezzo meravigliosamente emozionante, sempre. Un manifesto di denuncia, con elementi per certi versi ancora molto attuali. Al di là della resa sul palco di ieri sera, è bello pensare che un giovane come Sangiovanni scelga e interpreti un brano così profondo, lontano dai suoi standard e dal suo mondo, portandolo (si spera) alla conoscenza dei giovanissimi. Se poi ad accompagnarlo c’è un’artista fuoriclasse come Fiorella Mannoia, ça va sans dire. Sangiovanni e Fiorella Mannoia sono l’esempio di come possano convivere due generazioni musicali, insieme. Che l’età anagrafica si annulla quando si condivide la medesima spinta emozionale. La famosa “unicità” di cui - nella serata di giovedì - Drusilla Foer ci ha dato una grande lezione, che forse tutti ancora dobbiamo interiorizzare e imparare bene. L’emozione espressa da questo brano, però è arrivata, ed è questo ciò che conta alla fine.

Emma e Francesca Michielin sono salite insieme sul palco per interpretare Baby One More Time di Britney Spears. Una scelta forse non azzeccatissima, perché per quanto loro siano graziose e originali anche nel look, il pezzo convinceva poco. Mancava forse un po’ di quel pepe di quella “teenager scatenata” che rappresentava con il suo genere pop Britney Spears negli anni’90, che all’epoca divenne, con questo brano, l’idolo di milioni di ragazzine in tutto il mondo. Diciamo che l’esibizione di Emma e Francesca Michielin nel complesso è andata bene, ma non benissimo.

 

Gianni Morandi e Jovanotti diretti dal maestro Mousse T, si sono invece scatenati e hanno aperto le danze. Due che hanno sempre una gran voglia di far “baracca” e dopo due anni come quelli che abbiamo tutti trascorso, l’energia da sfogare è tanta. Hanno offerto un momento ricco di allegria e spensieratezza alla serata, con un medley di quattro canzoni tra le più note provenienti dai loro reciproci repertori uniti.  Il pubblico presente nel teatro Ariston non ha esitato a lasciarsi travolgere da questa onda vibrazionale e si è alzato dalle poltrone per ballare. Un momento che ha reso l’atmosfera simile a quella di una festa e ha fatto guadagnare anche la seconda posizione in classifica a Gianni Morandi, che per dirla con le parole del brano in gara sembra che stia davvero “andando forte”.

Elisa ha un potere: riesce a emozionare perché lei per prima si emoziona, ogni volta. Il suo modo di porsi, con grazia e delicatezza nei confronti della musica, è sempre caratterizzato da un avere e un darsi. Elena D’Amario, la ballerina che la accompagnava durante la cover What a Feeling di Irene Cara (tratta dalla colonna sonora del film ‘Flashdance’) ci ha fatto volare anche indietro nel tempo, riportandoci a rievocare quelle immagini che hanno fatto sognare e innamorare tanti adolescenti, ora cinquantenni.

L’istrionico Achille Lauro nella scorsa edizione del Festival di Sanremo, nella serata dedicata ai duetti, salì sul palco con Annalisa per reinterpretare il brano Gli uomini non cambiano, scritto per Mia Martini da Giancarlo Bigazzi, Marco Falagiani e Giuseppe "Beppe" Dati. Fu un momento ricco di emozione, particolarmente rimasto impresso nella memoria, anche per quel restare “un passo indietro” rispetto alla collega; un segno di rispetto per una categoria particolarmente soggetta a troppi soprusi e violenze. Nell’edizione di quest’anno Loredana Bertè – sorella di Mia Martini – lo ha affiancato per reinterpretare il brano Sei bellissima. La Bertè di grinta ne ha da vendere ancora molta e ad Achille Lauro non resta che inchinarsi davanti a lei, in segno di rispetto. Lauro, come sempre mette più cuore che voce e in questa interpretazione termina teatralmente, con un biglietto che contiene una dedica per Loredana Berté, letto da Amadeus. Il primo piano sui suoi occhi è rivelatore e lo rende più nudo - umanamente - di quanto lo fosse davvero in termini di look, durante la prima sera di gara.

 

Ad inframmezzare la serata dei duetti, ospiti e (molta) pubblicità. Tra i momenti più riusciti ricordiamo il dialogo composto da titoli e frasi di canzoni con cui i due innamorati - interpretati dall’attrice foggiana Maria Chiara Giannetta e dal genovese Maurizio Lastrico attore comico e cabarettista - si confrontano in un duello all’ultima citazione su brani famosi, un ulteriore tributo alla storia della musica. In questo caso non solo del Festival.  Un copione frutto di una autorialità geniale e divertente. Uno dei momenti in cui forse siamo riusciti a ridere e a divertirci davvero tutti, e ad allenare l’ascolto, senza divisioni.

Riprendendo la nostra cronaca, parliamo del giovane Matteo Romano – viso dolce e sguardo pulito - riesce a portarsi a casa un buon risultato confrontandosi con una canzone come Your Song di Elton John, grazie alla presenza e soprattutto al supporto, fatto anche di quegli sguardi amorevoli che Malika Ayane gli riserva, quando lo vede un po’ cedere all’emozione. Sanremo non è come Tik Tok (per fortuna!).

 

Che emozione (ri)vedere Gianluca Grignani sul palco del Festival e risentire dalla sua voce La mia storia tra le dita. Una canzone che riapre il vaso dei ricordi, di quel lontano Sanremo Giovani del 1994. Chiamato e scelto da Irama per accompagnarlo in questo confronto, quel che ne esce sono tre minuti di buona musica, forse dall’esito non brillantissimo, anche se non possiamo non rimarcare che alla fine sembra che si siano divertiti, tra arie rock’n’roll, corse tra il pubblico e un pizzico di estroso anticonformismo. Per tutto il resto, le chiacchiere meglio che restino a zero, facciamo più bella figura tutti e magari impariamo a riflettere un po’ di più prima di parlare.

Ditonellapiaga ha fascino e carisma. Si muove bene e tiene il palco con disinvoltura ed eleganza. Insieme a Donatella Rettore, interpreta Nessuno mi può giudicare, di Caterina Caselli. Esibizione che tuttavia, non sembra stupire e incantare. A differenza del brano che le vede assieme in gara, forse manca quell’intesa e complicità.

Canzone (scritta da Don Backy e Detto Mariano) è la scelta di Iva Zanicchi per la serata dei tributi, che in questo caso diventa anche un omaggio a una collega e amica, scomparsa lo scorso anno. Un brano che arrivò terzo al Festival di Sanremo nel 1968 e che “l’aquila di Ligonchio” dedica alla “pantera di Goro” Maria Ilva Biolcati, in arte Milva, che la affianca in un duetto in forma virtuale, durante l’esibizione. Forza, carattere e bravura sono doti che Iva Zanicchi artisticamente ancora possiede. Del tutto meritata l’ennesima standing ovation che il pubblico le tributa a fine esibizione.


Dalle atmosfere cartoon di Love me Licia, evocate dai costumi indossati durante le prime due sere di gara, a quelle cinematografiche retrò di Barbarella. La Rappresentante di Lista con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra cantano Be My Baby (pezzo storico delle The Ronettes) in chiave dance-elettronica. Interessante versione, bravi. Tutti e cinque.

Massimo Ranieri è stato immenso nella seconda serata con il brano in gara, ricco di poesia, Al di là del mare, regalandoci un momento di emozione sincera. Per la serata dei duetti sceglie Nek, con cui però sembra non scattare la giusta alchimia, mentre insieme cantano un brano dalla bellezza senza tempo come Anna verrà di Pino Daniele. Gli universi sonori dei due artisti sono distanti l’uno dall’altro e creare un amalgama in poco tempo non era facile. Nel complesso però il pezzo regge, anche se manca il pathos. Peccato.

Sarà che i tormentoni funzionano meglio nella stagione estiva. Poco da dire sul medley di Ana Mena, che sceglie come ‘compagno di viaggio’ Rocco Hunt (operazione scontata, visti i recenti trascorsi discografici) per rivisitare successi come Il Mondo di Jimmy Fontana, Figli delle Stelle di Alan Sorrenti e Se mi lasci non vale di Julio Iglesias. Tutto sembra risultare poco convincente, forse perché sono canzoni che, tutto sommato, fanno parte della tradizione e non sempre è facile piegare e contaminare questo tipo di canzoni con atmosfere rap di sottofondo.

Reinterpretare Battisti è sempre un azzardo. Nel titolo del brano scelto, c’è quasi un segno premonitore: Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi. Apprezziamo che Michele Bravi ci abbia provato, anche se il risultato non è stato entusiasmante e la sua performance non può dirsi tra le migliori. Commuovente il pensiero dedicato al termine dell’esibizione alla memoria dei nonni, di cui ha mostrato le fedi nuziali che ha portato con sé.

 

Mahmood e Blanco si sono presentati con Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Il rischio di farne una versione svolazzante e troppo “Mahmoodiana” c’era, ma invece hanno puntato tutto su un’eleganza di fondo che ha convinto. Aggiungiamo anche c’è dopo averli visti per la terza volta sul palco, possiamo dire che hanno una grande intesa e la portano nell’interpretazione, trasformandola in emozione. Sono favoriti anche per la vittoria. Non serve dire altro.

Rkomi ha scelto un medley di brani di Vasco Rossi e di esibirsi a torso nudo. Delle due scelte, forse la meno peggio alla fine è la seconda. Purtroppo il risultato è caotico e non entusiasmante (voglio essere generosa). Negli anni’80 c’era Billy Idol, però lui – spiace dirlo così – aveva anche la voce giusta. Dai Rkomi non te la prendere, al Blasco sei piaciuto, e poi grazie almeno per averci portato i Calibro 35 live sul palco di Rai 1.

Cambiare di Alex Baroni sembra un brano nato per essere cantato solo da lui e forse pochi altri, per quello stile inconfondibile della sua voce e per le note spesso inarrivabili. Inoltre, rappresenta uno dei ricordi più preziosi che ci rimandano alla sua prematura scomparsa. Aka7Even non se la cava male con questo confronto, tutto sommato ne esce bene. Merito di Arisa, davvero superlativa la sua performance.

 

La coppia formata da Highsnob e Hu è eccentrica e particolare. Sicuramente ai puristi sarà piaciuta poco o niente la re-interpretazione di Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco, portata in scena con Mr Rain, tuttavia questa coppia ha un “non so che” che spinge a conoscerli meglio. Un lavoro di ascolto della loro produzione per capire cosa c’è dietro all’apparenza e se pur è vero che questa canzone forse non l’hanno eseguita come molti avrebbero voluta sentirla, l’impressione è che l’abbiano parecchio interiorizzata e sono parsi visibilmente emozionati nel finale. Che dite se ci facciamo bastare questo? (e non è poi così poco).

Simpatica e originale la versione de La bambola di Patty Pravo, quella rappata da Dargen D’Amico, anche se forse manca un pizzico di verve in più che poteva farla girare meglio. Dargen ha capito perfettamente come si muove lo show-business dietro e dentro Sanremo e sta godendosi questi cinque giorni. Un bel bagno di popolarità dopo anni passati in controluce.

Per Giusy Ferreri vale un po’ il medesimo discorso fatto per Michele Bravi: grazie per averci (ri)portato le emozioni di un altro bel brano di Lucio Battisti che è Io vivrò senza te e l’occasione è stata anche propizia per rivedere Andy dei Bluvertigo sul palco dell’Ariston, anche se il risultato non è stato poi così entusiasmante.

Uomini soli la toccante canzone dei Pooh (scritta da Valerio Negrini e Stefano D’Orazio, purtroppo scomparso lo scorso anno) è la scelta di Fabrizio Moro. Decide di farla da solo e la reinterpreta alla ‘sua’ maniera, con la sua voce tipicamente graffiante. Tutto qui.

Un’occasione persa per Tananai accompagnato da Rose Chemical, che si sono esibiti per ultimi con il brano A far l’amore comincia tu di Raffaella Carrà. Se togli la gioia a questa canzone, le togli il colore e l’anima. Questo brano è energia pura, è un manifesto e sentirlo così lento, disorienta e perde un bel po’ di appeal. Ragazzi, no dai, portate pazienza, ok essere giovani e alternativi, ma Raffaella era l’immagine vivente della radiosità e non la si può stravolgere così.

La carrellata dei brani presenti nella serata dedicata ai duetti termina qui. La gara è ormai giunta al termine e le luci di Sanremo si spegneranno nuovamente. Cerchiamo di tenere sempre accesi i riflettori sulla musica, critichiamo, confrontiamoci cercando di farlo sempre con doveroso rispetto e ricordando che dietro ad ogni artista c’è sempre e comunque un lavoro e una storia. La musica è una terapia salvifica, una medicina senza limiti di prescrizione e deve tornare centrale anche come mezzo per unire. Sforziamoci di ascoltare attentamente e di guardare oltre, sempre. Buona (buona) musica a tutti.


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