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'Ennio', il docu-film di Tornatore sul maestro Morricone, è un elogio alla bellezza

Più che un film un documento sulla vita di Morricone

Dopo un'anteprima a fine gennaio, "Ennio" è ora nelle sale di tutta Italia

Mi sono messa da sola in un guaio.
Non amo particolarmente il cinema, lo confesso, ma amo profondamente la musica. Ed 'Ennio', docufilm capolavoro di Giuseppe Tornatore, non poteva non essere visto, anche se credo che il verbo più giusto, in realtà, sia vissuto.

Mi sono commossa dall’inizio alla fine. Ho sorriso qualche volta, è vero, ma ho soprattutto pianto. E non solo per le musiche in grado di strapparmi il cuore - il tema di C’era una volta il West è per me da sempre devastante, tanto è meraviglioso - ma anche per la dedizione, la perseveranza, l’infinito che, pur nato dal cuore di un solo, minuto uomo, è riuscito e per sempre riuscirà a zittire il mondo.

Ho iniziato dicendo che mi sono cacciata in un guaio perché non ho idea di come farne una sintesi, cosa raccontare, come farlo, da che parte iniziare. So solo che voglio farlo, punto. E questo perché sono della scuola di pensiero che “La musica va ascoltata, non raccontata”.
Però ci proviamo.

Iniziamo col dire che la sala era praticamente vuota. E non certo per il Covid. Fra un ‘Me contro Te’ e uno ‘Spider-Man’, perché mai si dovrebbero buttare via tre ore di tempo per rimanere sbalorditi di fronte all’immensità della mente di un immortale? Un dolore sottile che non ha una logica precisa, solo una sensazione di sconforto che non passa. Ma via, un bel respiro e andiamo avanti.

 

Ennio Morricone non voleva fare il musicista. Chissà come sarebbe stata la sua vita se il padre, trombettista, non avesse obbligato il figlio a intraprendere quella carriera. Chissà dove sarebbe ora il ricordo di Ennio se quello stesso padre, visti gli scarsissimi risultati del figlio, non l’avesse messo sotto ancor più duramente, per far sì che potesse mantenere la famiglia con la musica, in caso di necessità. E quel momento arrivò davvero, quando il padre, concertista di professione, si ammalò e il giovane Ennio dovette farlo “guadagnavo utilizzando la tromba, e per me era umiliante” (questa la frase che egli stesso pronuncia parlando di quell’esperienza). Mai mi sarei aspettata parole del genere pronunciate da un Morricone che credevo tutto d’un pezzo e che invece a stento trattiene le lacrime quando fa riemergere i ricordi.

È uno dei tanti momenti in cui il docu-film ti blocca sulla poltrona e hai solo voglia di abbracciarlo e ringraziarlo per ogni gesto, ogni spartito, ogni melodia, per una vita che ha regalato bellezza. E ognuno qui ci metta i ricordi che vuole. Ma nella pellicola, Tornatore è bravo a calibrare gioie e dolori, a sottolineare gli alti e i bassi della sua vicenda artistica. Per esempio, è un artista che ha dovuto attendere ottantasette anni prima di ottenere un Oscar; ha dovuto abituarsi all’idea di essere candidato all’ambìto riconoscimento nella consapevolezza che ogni volta non sarebbe andato a lui; ha dovuto andare contro la sua stessa famiglia, la sua epoca, i suoi insegnanti e contro tante, troppe porte chiuse in faccia, pur di raggiungere vette di cui nemmeno lui contemplava l’esistenza.

 

Ma non è mai andato contro sé stesso. Mai. Ha continuato a perseverare, mosso e smosso dall’incrollabile fede nei confronti di quella Musica che, da devoto, era certo arrivasse direttamente da Dio come dono prezioso che lui non avrebbe mai potuto sprecare.

Quello stesso Ennio Morricone che noi ora veneriamo come un dio sceso in terra è stato in un certo senso deriso dai suoi colleghi, troppo attenti a conservare con ostinata testardaggine la vecchia polvere incancrenita su credenze ormai morte da tempo. Irriso dai puristi della composizione classica, veniva tacciato di immoralità musicale quando iniziava a portare la musica classica ‘fuori’ dai contesti canonici per usarla, modellarla, plasmarla e piegarla, se serviva, alla stesura di arrangiamenti che, riascoltati oggi, chiamarli innovativi è riduttivo. Aggiungiamoci che all’inizio questo lo fece di nascosto. E sì, signori, Ennio Morricone per lunghi anni fu considerato un traditore della Musica, pensate un po’. Perché i precursori, i visionari e chi è già oltre sono sempre destinati a dover fare i conti con pregiudizi antichi come il mondo. Cambiano le variabili, ma le tristi costanti rimangono ahimè sempre le stesse.

Nel caso di Morricone, dedicarsi al cinema (fondamentale l'incontro e il rapporto con Sergio Leone, qui insieme nella foto) - e ancor prima alle “canzonette”- è stato un affronto a quelle fondamenta che scricchiolano per la troppa soffocante pervicacia con le quali vengono vanamente strette in morse deleterie.

 

Fossimo in una trasmissione di Lubrano, diremmo che la domanda sorge spontanea: e se fosse invidia? No certo, non vogliamo crederci, anche se in molti fu quello il sentimento prevalente. Del resto, quella della volpe e dell’uva è una favola che sempre insegnerà che è molto più facile tirar giù chi è destinato a volare, anziché ingegnarsi a procurarsi un paio di ali.
Ma è una favola dal risvolto ancor più amaro, perché nel film emerge anche tutta la sofferenza di una mente infestata da melodie che s’intrecciavano fra loro, senza che lui potesse far altro se non metterle per iscritto su non si sa più quanti fogli pentagrammati. Solo sul finir della vita, quando Dio ha deciso che la musica avrebbe dovuto lasciare il posto a una sempiterna eco, gli invidiosi hanno deposto le armi, plaudendo a un ometto provato dalla stanchezza e dal peso della responsabilità e riconoscendone l’inarrivabile immensità.

Ennio si sentiva davvero responsabile. Il suo labbro inferiore trema quando, parlando di composizione, racconta quanto sia complicata la sua vita da compositore. “Affidare una colonna sonora a dieci autori diversi – dice a Tornatore - comporta la scrittura di dieci creazioni completamente differenti”. Fra tutte le melodie che potrebbero veder la luce sulla base dell’idea di un regista, il compositore deve avere la lungimiranza di afferrare, in una sorta di etere mistico, l’unica in grado di agghindare al meglio quell’idea.

Ennio Morricone ha fatto di tutto con la musica. Ha composto opere sinfoniche, è riuscito a eliminare le barriere generazionali eternando quelle che all’apparenza sono solo branetti commerciali e si è pure permesso il lusso di ‘sfruttare’ alcuni registi per dar spazio alla sua passione per la sperimentazione. Ma oltre al cinema, alla musica ‘leggera’, ha scritto molto anche per la musica contemporanea, suo grande amore. E questo, nel film, emerge in maniera chiara.

 

Come un bambino che vede per la prima volta un pianoforte e che, quasi fosse un istinto naturale, suona dal primo all’ultimo tutti i tasti, così Morricone ha accarezzato e amato ogni aspetto della musica. Solo che lui, per comporre, spesso non aveva neanche bisogno di toccare i tasti del pianoforte. Lui, il pianoforte, semplicemente lo guardava e prendeva nota mentalmente degli stimoli che gli arrivano, impalpabili ma precisi. Poi appena arrivava davanti al foglio bianco si estraniava e raccoglieva, chissà da dove, quelle note e le trascriveva.

Lo dicevo prima che non sono un’amante, un’esperta di cinema, e credo che non avrò l’occasione per guardare molti dei film (si parla di circa 500 pellicole) di cui Morricone ha composto la colonna sonora. Ma ho la sensazione di non essere l’unica ad aver visto solo una manciata di film tra quelli che Tornatore ha inserito nel documentario. Di quel che sono certa, invece, è che siamo in tanti, tantissimi a conoscere quei brani destinati all’immortalità senza ricordare il titolo del film. Del resto, sono proprio le musiche di Morricone, il film più bello.

La tua musica, Ennio, è talmente immensa da viaggiare su un binario differente, che niente ha a che vedere con le assurde etichette con cui l’uomo tende a catalogare il tutto.
L’unica etichetta è soltanto una, e porta il tuo nome.
Grazie di tutto, Ennio. Di tutto.

https://www.facebook.com/maestroenniomorricone

 

 


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