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Lusenstock. Ripartire dall’Arte

Alpe Lusentino, Domodossola - 21 agosto 2021 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5 ...

Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi e Ethan Torchio, quattro ragazzi (e come li vuoi chiamare se non così?) che ridisegnano l’immagine dell’Italia musicale nel mondo.

Il ‘raccolto’ dei Måneskin.

Un successo esploso in pochi anni e su cui vale la pena riflettere.

 

Dopo la semina il rigoglioso raccolto. E così, la band romana, si è trovata a dovere fare i conti con complicate semplificazioni relative al loro “richiamo” intercontinentale. Una serie di dispense opinioniste ed opinabili che vanno dall’enfatizzare al denigrare. A prescindere.
Media (social, cartacei, ma mettiamoci anche il gran “lavoro” di amplificazione che fanno i bar e mezzi pubblici, ovvero ogni occasione è buona per parlare di musica e dintorni) con la pretesa di essere medium, ma ben lontani nel tentare di mettere a fuoco il nocciolo della questione. I Måneskin, esplosione e metodologia. Immaginifica? Obbligatorietà: perimetri che vogliono esterni, scatti umorali, superficiali annotazioni, la non-voglia (furbamente ben celata) nel non volere immergersi in nuovi capitoli e scenari. Dove, per molti, tutta la vicenda è frutto di una serie di casualità, manovre chiaro-scure, azzeccati tatticismi. Ma c’è ben altro: una guadagnata forma e sostanza. Måneskin, creativi e cre/attivi, con il loro pensiero/azione contro-integrato. Ma visto il loro livello di produttività, non potevano essere estromessi e lasciati passare, tanto facilmente, dagli addetti ai lavori. Ben diversa la sorte che le varie tipologie di pubblico hanno tributato loro.

 

Una band partita con l’esibirsi per le strade della Capitale, dall’essere musicisti/contabili, dove l’incasso e il guadagno sono “a cappello”, al diventare formazione/azienda. Farsi le ossa, ottenere visibilità, intonando, suonando e inserendo nel loro street/repertorio tarantelle e raggamuffin. All’arrivare ad avere un folto e cazzuto team che indubbiamente il suo lavoro lo sa fare. I Måneskin aggrovigliati su sé stessi e per gli altri. Stati emozionali, rampe di lancio nei talent-show e il music-business che non ha mai fatto sconti a nessuno. Ma grazie alla loro caparbietà, va dato merito che il sapersi districare fra questi fattori va visto e salutato positivamente. Perché fase dopo fase, non sono mai venuti meno nel rimarcare che loro sono quella “cosa lì”. Piaccia o non piaccia.

Poco più che ventenni hanno dimostrato in modo incontrovertibile, ad una schiera di nostalgici fuori tempo massimo - in quanto incollati a ricordi del Novecento e totalmente miopi nei loro tentativi nell’imbastire paragoni con i Led Zeppelin (et similia) – che si sono abbeverati da fonti qualificate e quando scrivono questo humus viene fuori. Lo vogliamo chiamare errore? Non succede la stessa cosa per mille cantautori figli di Faber, il Guccio, l'avvocato di Asti (et similia)? E gli esempi potrebbero continuare nel jazz, nel rap, nella musica popolare, nel blues… Trappole e gabbie (mentali) nostalgiche solo per chi non riesce a guardare oltre. E guai ad addentrarsi nei labirinti dei contesti di ieri e di oggi, perché qui la questione è complessa, complicata ed è pure difficile tentare di agire sotto mentite spoglie, come dei provetti “franchi tiratori”.

 

“Bei tempi andati?” Suona falso perché le contraddizioni ci sono sempre state e pure corpose. Giudicando ed analizzando così, si diventa preda di diversivi dall’innocuo criticare che di fatto elude ciò che è sbocciato naturale e spontaneo nel marasma (non) efficiente dell’attuale quotidianità. I Måneskin, nonostante ciò, hanno saputo attrarre a sé una vasta platea di fan e saputo iniettare una nuova attenzione per la musica rock ad un pubblico giovane, doppiamente giovane. Uno stile musicale che sta rischiando  sempre più di diventare una “nave da crociera” con a bordo ultra 40-50-60enni. Rock In The Casbah cantavano i Clash. Ambiti trap, rap e techno come colonna sonora portante per migliaia di giovani, banlieue (non sono solo parigine) a rischio esplosione sociale e i Måneskin che in modo inequivocabile (e quasi solitario), hanno riportato il verbo rock & roll tra i vagoni della metropolitana che dalle periferie si dirige verso il centro.

La Banda dei Quattro non è composta da “replicanti” perché il loro background include pop, rock, jazz, soul. Linea continua, in anni in cui il modo di proporre ed usufruire musica sono totalmente mutati. Come si fa ad ignorare che dalle X copie vendute si è passati alle XY visualizzazioni? E dove è persino impossibile fare paragoni/parallelismi con quegli anni in cui si passò dalla musica d’ascoltare e preferibilmente da non consumare (come consigliò il noto critico musicale) a quella da vedere (l’avvento e il dilagare dei videoclip). Unità di misura che hanno fatto il loro tempo.

A convincere dei Måneskin è il loro sventolare un’insaziabile voglia di esibirsi dal vivo. Il palco è il loro habitat naturale, tutto il resto viene dopo. Se poi Victoria (è stata lei, più degli altri, ad insistere affinché la band fosse cosa vera) tra i suoi punti di riferimento cita Kim Gordon dei Sonic Youth… beh, vai a (non) capire tutte quelle faccine sorridenti e di scherno su “facce da libro” malintenzionate a dirle: “Non sarai mai come Lei, c’è un abisso”. E se le due si dovessero incontrare? Sono certo che qualcosa di bello potrebbe accadere. E funzionerebbe, punto e basta. A Sanremo perché fuori/non/luogo. Saremo (???), ci si tenta, laddove anche Vasco Rossi e Zucchero fecero cilecca. Ma solo per una sera o meglio, solo per la giuria di quella sera! Inversione di tendenza, vittoria, quel “lasciapassare” europeo… Sorrisi e canzoni, conferenze stampa, interviste radiofoniche. I Måneskin sono sempre più “sotto assedio”.

 

Tra la cartellonistica pubblicitaria a Times Square alla bassa marea dei tormentoni estivi. Ebbene, loro cosa decidono di fare? Nientemeno che riportare in auge Beggin, una canzone di Frankie Valli & The Four Seasons, datata ’67. E qui sta la perspicacia di scegliere il “filo rosso” contro l’effimero di una sola stagione. Essere un’entità che sa distinguere e farsi carico. E che al crogiolarsi preferisce il frugare ridefinendo. Ci si avvale anche della loro Look Parade, in grossa quantità sequel della stagione d’oro del Glam-Rock ’70.  La consapevolezza di far parte di un sistema che tra algoritmi e moderatori di contenuti (leggetevi il libro ‘Gli obsoleti’ di Jacopo Franchi, edito da Agenzia X) sa alla quasi perfezione che tra arcaico e tecnologico la sfida è sempre più strategica che tattica. Del resto, basta dare ascolto al loro recente album “Teatro d’ira Vol.1”, una trentina di minuti, otto canzoni (tra cui Coraline), un tre stelle su cinque, per notare da subito che è un work in progress “multikulti” catapultato verso una “lingua franca”. 

I Måneskin sapranno ulteriormente migliorarsi attraverso i loro concerti, perché lo dicevamo prima, quello è il loro habitat naturale. È il luogo dove abilmente sanno dialogare con il pubblico, lo fanno sentire materia viva, attiva e partecipe e dove con disinibizione sanno sguainare l’arma del loro dato anagrafico. Sgambettano adrenalinici, corrono su e giù sul palco, inondano di riff, fanno squadra. Tutto è questione di pelle. Grazie a tirocini vari e a traiettorie diversificate, numeri uno nelle chart internazionali.  Ed ora l’imminente scommessa. Dove lo scoglio da superare è quello di rimanere in vetta ancora a lungo. E qui, la strada più che in discesa è tutta in salita. Per l’ennesima volta. Nel frattempo, godiamoceli i Måneskin (“onda su onda, siamo arrivati qui”) in quanto vivace e salutare espressione della musica da vivere. Adesso ed ora, senza nessuna elucubrazione su quanto – e se – dureranno. Oggi sono una realtà concreta e potenzialmente in crescita. Il resto lasciamolo ai media di cui sopra (bar e mezzi pubblici compresi).

 

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