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Roba di Amilcare (Eredi Rambaldi)

I primi cinquant’anni del Club Tenco

Nostalgia canaglia (non avrai il mio scalpo)

Quella che si è appena conclusa è stata l’edizione del cinquantennale (o cinquantenario) del Club Tenco - qui la copertina creata per l'occasione da Larry Camarda -   Non della rassegna, che è nata due anni dopo, nel 1974 (su tutta quella prima fase potrete leggere l’intervista storica, gemella di queste righe, rilasciataci da Amilcare Rambaldi nel lontano 1986 e che troverete a breve sempre su queste pagine), di cui quella del 2022 era l’edizione n. 45, essendosi perse per strada alcune annate: il 1987, totalmente, il ’92, recuperato in singola serata nell’aprile successivo con la sola consegna delle targhe abbinata a un concerto di Guccini, il 2011, quando la rassegna si svolse ma privata del marchio in segno di denuncia di un abbandono (uno dei tanti) da parte di chi al Tenco dovrebbe dare sempre qualche certezza in più, e il 2020, causa pandemia (anche qui con consegna di targhe, e premi, parte in presenza e parte in remoto, in versione special televisivo).

 

Salvo le prime dieci edizioni, perse per ragioni anagrafiche, chi scrive è stato della partita dal 1984, vivendo in particolare ben undici anni di era-Rambaldi, quella eroica, quella che chi non l’ha vissuta non potrà mai sapere, e noi che c’eravamo, con un pizzico di perfida malizia, affondiamo il dito nella piaga con racconti epici e favolistici. Quanto veri, peraltro, legati alle serate in sé (scorrete i nomi, non fateceli ripetere per l’ennesima volta, in alto mettiamo giusto una foto presa dall'archivio del Tenco per ricordarne un paio...) ma almeno altrettanto ai dopo-Tenco, l’ufficialità non ufficiale, tutto ciò che oggi, purtroppo, oggi che i grossi calibri disertano regolarmente le cene post, appartiene a un’epica leggendaria, fatta di gesti minimi oppure eclatanti: Paolo Conte che si aggira fra i tavoli a salutare i giornalisti, Joni Mitchell che su altri tavoli,

quelli del Méditerranée, si mette a ballare alle quattro di mattina (qui nella foto scattata dal sottoscritto nel 1988, anche un sorridente Antonio Silva al centro), e poi fra quegli stessi tavoli, invece, Mimmo Modugno che, già malato e venuto su per ascoltare suo figlio in rassegna, non si fa pregare a cantare i suoi cavalli di battaglia. E le disfide a colpi di ottave fra Benigni e Riondino (dall'archivio Tenco, qui sotto David con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food). E Guccini, Battiato e Fossati a cantare brani d’opera a cappella. E le “processioni” inscenate da quelli di Bra (Carlin Petrini, Azio, ecc.), con Amilcare nel ruolo della statua del Santo Patrono. E Ligabue che accompagna alla chitarra ancora Guccini per dimostrare la di lui teoria secondo cui ogni canzone in maggiore trasposta in minore diventa una canzone russa (provare per credere). E…

 

Era il Tenco di Amilcare già, che ci ha lasciati giusto all’indomani dell’edizione 1995. Dopo, via via, più ancora del Tenco è cambiato il mondo. E il Tenco con lui, molto semplicemente. Nostalgia? Tanta, ovviamente. Ma anche un clima che permane comunque vitale, dove il piacere della musica ascoltata è a volte sopravanzato da quello di ritrovarsi ogni anno protagonisti (a diverso titolo) di questo rito che ci ammalia e ci induce ogni anno a tornare, magari mugugnando per certe scelte, ma con la certezza di aggiungere comunque un tassello che varrà la pena di aver vissuto. C’è chi ha celiato (forse Baglioni) dicendo che il Tenco è galantuomo. Ci piace andare oltre: chi ha Tenco non aspetti Tenco. Non arriveranno più gli Atahualpa e i Tom Waits, i Jobim e i Caetano, i Trenet e i Carosone, i Nick Cave e i Livaneli, i Serrat e i Costello, e Mercedes Sosa Jane Birkin (qui nella foto scattata dal vostro recensore nel 2003) eccetera eccetera, e neppure i nostri fedelissimi, quelli che al Tenco erano di casa, perché diversi ci hanno lasciato e gli altri chissà… Eppure, nonostante tutto dobbiamo continuare a credere che il Tenco rimane un’entità irripetibile, cui tanti si sono ispirati (e ci sarà pure un motivo). Un’esperienza, come detto, che vale comunque la pena di vivere. Ogni nuovo anno. Confidando che tanti e tanti ce ne possano ancora essere.


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