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Buon compleanno, Lucio!

Figura centrale della musica italiana, oggi avrebbe compiuto 79 anni

L'eredità di Lucio, a cavallo delle stelle, tra Ferrara e la luna

 

Contare i giorni come fossero stelle, dal momento in cui la luce si è spenta e in un batter di ciglia ci ha portato via Dalla, è fare operazione matematica. 10 anni divisi in giorni, sono 3652,5 dì, tirati con la riga a partire dal 1 marzo del 2012, quando improvvisamente, intorno all’ora di pranzo, abbiamo iniziato a camminare in un buio creativo e in un silenzio innaturale. Ma contare 79 anni da quel 4 marzo 1943, capovolgendo la tristezza e immaginando un percorso che all’incontrario va, come il treno dei desideri di Azzurro, ci lascia respirare di nuovo, segnando ogni anno di questo omino buffo e geniale come un regalo inestimabile. Un compleanno reso famoso da una canzone manifesto, una data segnata a fuoco per partire a sognare insieme a quel nome che tutti noi ci portiamo addosso: Lucio.

E in questi tre giorni, che per un destino beffardo intercorrono tra la sua morte e la sua nascita, ci siamo chiesti cosa dire che non sia stato già detto, quale chiave di lettura poter usare per colmare la distanza lunghissima di dieci anni orfani e quali elementi scegliere tra i tanti, per inquadrare l’eredità di un ipertrofico, irrequieto, genio. Cosa ci manca di più di Lucio? E cosa è rimasto di indelebile, irripetibile, tanto da sperare in una beatificazione, in un Nobel, in una statua equestre in qualche piazza, accanto a Garibaldi? Tanto, tantissimo, ma la potenza di una citazione è stata illuminante, per poter scegliere di dare il passo alle parole, citazione affidata proprio a Sergio Bardotti, che di parole e con le parole ha intrecciato ghirlande nella musica italiana: «I suoi versi, lunghi come un respiro». Se si potesse immaginare le canzoni di Dalla tessute in trame per fare una coperta enorme, nelle pieghe resterebbero impigliati proprio questi lunghissimi istanti di apnea cantata in cui una marea di parole scandite alla perfezione senza perdere mai un grammo di fiato, raccontano storie meravigliose, tenendo il ritmo tra pianoforte e labbra, non lasciando a chi ascolta nemmeno un attimo libero per staccare l’attenzione e dare retta al citofono che squilla o al sugo che bolle sul fuoco. No, si resta avvinti, ipnotizzati da una giostra vorticosa che in modo dirompente penetra nel cervello, nel cuore, nelle vene di chi ascolta. E se non vi è la parola a riempire tutti gli spazi possibili, articolata in metriche diaboliche e scalene, ci pensano i vocalizzi dalliani a inzeppare, quelli unici e irriproducibili da chiunque, perché sputati fuori da uno strumento vivente, fatto di carne, di peli e di follia. L’incipit di Com’è profondo il mare non lascia scampo a nessuno, Corso Buenos Aires è interamente un flusso di coscienza che parla e canta e si agita esattamente seguendo il ritmo della situazione che narra.

 

Nelle canzoni di Lucio si corre spesso, si prendono treni, ci si perde nel traffico, si passa da periferie ululanti a flipper impazziti a biciclette da corsa, e si trattiene il respiro, quello che lui tira all’inverosimile senza stancarsi mai, ma che poi placa restituendo a quella corsa la calma di una luna come una palla e di un cielo come un biliardo. Luna, stelle, cielo, oceano, vita, notte fanno da contraltare ai treni, alle macchine da corsa, ai coltelli, alle pistole puntate contro, ai denti di ferro, in una specie di geometria simmetrica fatta di parole chiave. Come una sottile verità sparsa per grani in tutte le canzoni, in cui a vocabolo ricorrente corrisponde un campanello, una mollica di Pollicino. Come una luna da seguire sempre seguendo la via, guardando il cielo (di fumo e di gesso) che inizia dove finisce la terra, sulla quale si muovono, icastici, personaggi dagli epiteti in stile omerico. Tutti insieme, a comporre un immenso quadro a parete larga, ognuno con i suoi mezzi: Meri Luis, la ragazza dalle grandi tette che tutte le sere alle sette e un quarto aspettava l’autobus guardando in alto, Anna bellosguardo e Marco cuore in allarme, Futura, che fa rima con paura e miniatura, Sonny Boy che ha disegnato sulle braccia la mappa delle stelle e tra Ferrara e la luna raccoglie chi si è perduto, Nuvolari, 50 kg d’ossa, mani come artigli, muscoli eccezionali, bruno di colore, che corre nel sole e 3+3 per lui fa sempre 7.

 

La lista potrebbe continuare ancora, lunghissima, perdendosi tra una casa in riva al mare, un torero con una torta in mano, una stella e un coyote, un cantante Patrizio e il suo pornocomizio, dei linotipisti e un Ulisse coperto di sale. La mano di Roversi (qui in alto in una foto di repertorio), che parlava una lingua meravigliosa, e che ha composto alcuni di questi pezzi, ha forgiato quella di Dalla lasciata poi sola, dal triplete vincente (“Com’è profondo il mare”, “Lucio Dalla” e “Dalla”) in poi, libera e fluente nella sua vena fantastica e mai fuori da ogni nostro tic o nevrosi. Tutti ci siamo trovati a mordere al cinema fotografie di chi ci ha mollato, ognuno di noi ha danzato su una tavola tra due montagne in una notte fredda e scura, chiunque può dire di essere stato ucciso quindici volte per quindici anni la sera di Natale, ma nessuno lo ha saputo dire e raccontare come Lucio. Che di lune ne ha contate addirittura sette, che di notte ne ha cantata una, ma la cui poesia raccoglie tutte quelle da qui all’eternità, che di cielo ha detto e ha scritto. Che ha pensato, parlando d’amore, in uno dei tanti pezzi, di scrivere in estrema sintesi la verità più dolce che ad un amato si possa dire: se non ti avessi, uscirei fuori a comprarti.

 

Tirando le somme di una carrellata al galoppo delle stelle, Dalla ci ha lasciato un modo, tutto suo, di scrivere della vita, scarnificando il dettaglio, facendolo diventare protagonista e lampo. Un modo di uno che guarda e sente e non ha mai paura di dire la verità del cuore. Quel cuore che aveva tanto tango da unire il cielo con la terra. Chiudendo tutti i cerchi.

 

http://www.luciodalla.it/

 


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