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Da un’idea di cinquant’anni fa

Cartoline dal Premio Tenco 2022

Da mercoledì 19 a sabato 22 ottobre

Quando un'idea si trasforma in un rituale che rapisce una comunità intera, ha centrato un punto profondo. Con il passare del tempo, la comunità cambia modi di vivere e di pensare perché cambia la società che la ospita. L'idea, invece, rimane sempre la stessa. Se la comunità è capace di farla collimare col suo tempo o si interroga sulle sue possibilità di aderenza, quella è un'idea fortunata.
Questa è un’idea di cinquant'anni fa. Eppure. 
Eppure è ancora un puntello di riflessione per chi vive di musica. Nonostante la burrasca che ogni anno attraversa, tra chi guarda dall'alto, chi dallo specchietto retrovisore e chi ci entra con tutte le scarpe per osservare e, quando serve (e serve), criticare. Criticare non per distruggere con rassegnazione ma per operare una ri-costruzione.

 

Il Premio Tenco ha chiuso il suo sipario per la 45° volta. L'ottobrata sanremese ha svestito una quattro giorni densa di appuntamenti centrali e laterali, che hanno coperto tutti i lati della città: il Teatro Ariston, il Teatro del Casinò, la sede del Club in riva al mare, la Chiesa di Santa Brigida alla Pigna, in cima al cuore storico della città. L'edizione 2022 ha anche celebrato le nozze d'oro del Club con la storia, e lo ha fatto nel modo più sentimentale possibile, senza perdere di vista l'obiettivo principale: veicolare e tastare il polso a quella forma magica che è la canzone d’autore.

Partiamo, un po' egocentricamente, dal mezzo. Da ciò che poteva essere e non è stato. ‘Un'idea di cinquant'anni fa’ è il titolo della tavola rotonda (senza tavolo e senza cerchio) andata in scena il 21 ottobre al Teatro del Casinò di Sanremo. Fausto Pellegrini, giornalista di RaiNews24, ha condotto ottimamente un incontro animato dagli aneddoti e dalle riflessioni di Gino Castaldo (in collegamento), Dori Ghezzi, Giancarlo Governi (Premio Tenco operatore culturale), Sergio Secondiano Sacchi, Stefano Senardi, Antonio Silva e Ditonellapiaga (Targa Tenco opera prima). Cosa è stato? Una retrospettiva gustosa sulla storia del Club e del Premio ma, soprattutto, sul personaggio quasi mitologico attorno al quale ha ruotato tutta la rassegna, Amilcare Rambaldi. Il generatore di quell'idea diventata rituale. Cosa poteva essere? Un'occasione per lanciare in maniera più corposa spunti sullo stato dell'arte proprio a cinquant'anni dalla nascita di quell'idea, di quella volontà di «cercare anche nella musica leggera dignità artistica e poetico realismo», concetto chiave ben espresso nei primi punti dello statuto con cui nasceva il Club. Soprattutto dopo un'edizione, la 2021, che si era barcamenata in modo un po' confusionario tra gli aggettivi bello e brutto. Un'opportunità per figurarsi un ponte tra un prima e un oggi. Un momento che L'Isola invocava da almeno tre anni e che il Direttivo sembrava avere colto. Eppure. Eppure la sfumatura assunta dall'incontro non ha portato risultati concreti se non la commozione per i video saluti di Guccini, Vecchioni e Paolo Conte, e la sana invidia di quelli che, come chi scrive, hanno molti meno aneddoti a disposizione.

 

Partiamo da qui perché la rassegna ha mostrato un terreno fertile da non far seccare assecondando gli individualismi ma cercando la via meno filosofica possibile per sistemare le briglie. L'auspicio è che, per gli anni a venire, le retrospettive, seppur gustose, vengano bilanciate da momenti di riflessione sul presente, magari diretti da un parterre più omogeneo sia dal punto di vista generazionale sia dal punto di vista dei ruoli degli attori in campo. Anche solo per capire una volta per tutte se, dove e quando il confine di quell'idea diventa, in realtà, un semplice limite di campo visivo, oppure se è una traccia tangibile e definibile.

Riavvolgiamo il nastro senza rigor di cronaca.
Dopo il prologo del mercoledì, in cui Morgan ha inghiottito e ammaliato 900 studenti liguri raccontando ‘Le canzoni su cui è nato il Tenco’, le tre serate dell'Ariston hanno visto alternarsi ospiti di vario genere ma anche di varia natura e generazione. Da Madame, classe 2002 (qui sotto nella foto), cresciuta ascoltando De André, a Giancarlo Governi, classe 1939, padre di un'altra idea, quella di portare nel 1976 il Tenco in televisione (sua anche la ferma volontà nel convincere Rambaldi a far esibire uno sconosciuto Roberto Benigni). Da Ditonellapiaga, classe 1997, a Giorgio Conte, classe 1941. Un orizzonte ampio, largo. Per alcuni troppo largo, per altri quantomeno storto. Durante la tavola rotonda è emerso che il ponte tra un prima e un dopo è lo stato delle cose. Forse non basta. Perché se le idee nascono e vengono concretizzate, il modo conta sempre. Forse è necessaria un'analisi più o meno profonda per comprenderlo, quello stato. E più che le cose, forse, il confine di quell'idea, benché si cerchi di rivendicare la riga più profonda o quella più vera, lo segna solo il rapporto tra l'arte e il tempo. 

 

Con una latenza di un anno, Madame ha ritirato le Targhe per il miglior esordio e per la miglior canzone del 2021, e le è stata affidata la rituale sigla della prima serata, Lontano lontano. Lo spauracchio di esibizioni stonate divenute celebri e il peso addossato su di lei da chi non la ritiene aderente alla definizione hanno probabilmente caricato il momento di alta tensione, smorzata però con signorìa già delle prime note. Piano e voce, senza effetti, Francesca Calearo, in arte Madame, ha interpretato il brano di Tenco senza strafare, certo, ma dando grande personalità al canto. Poi è tornata nel suo e ha dimostrato una forza scenica fuori dal comune. Corpo, voce, stile, estetica, immaginario. Rimane comunque nell'aria la certezza, almeno per chi scrive, che quella Targa a “Voce” sia stata un eccesso di entusiasmo da parte dei giurati, che avrebbero potuto cogliere un treno diverso.

Il treno guidato da Pino Marino, che si è confermato un artista necessario. Sia in conferenza stampa, sia sul palco dell'Ariston, il cantautore romano ha lanciato un grido politico, quindi umano, già racchiuso nel capolavoro “Tilt” e rappresentato in modo fiammeggiante dalla sua Calcutta. La necessità di una grammatica comportamentale che l'uomo ha perduto e che l'arte sembra non essere più in grado di offrire. L'orto col filo spinato che gli artisti tendono a costruire anziché farsi promotori di una reazione. Il prurito inutile di chi insegue il consenso invece di generarlo. Il limite posto tra il nostro sguardo e quello degli altri. Il caos ideologico e l'appiattimento culturale che ne consegue. Una sonora e sacrosanta sveglia. Una volta si diceva che di De André non ne nascono più. Per quanto vero sia l'assunto, oggi si può dire, senza essere tacciati di fanatismo, che finché ci sono artisti come Pino Marino (qui sotto nella foto), allora la scia dei grandi non è solo un miracolo da ammirare ma una folgore da seguire.

 

Se tutti avessero un briciolo dell'ironia e dell'autoironia di Giorgio Conte e Fabio Concato, entrambi Premio Tenco 2022, il mondo sarebbe un posto migliore. Il primo, ridendo e scherzando su spinose e bizzarre questioni di parentela, ha regalato al pubblico una commovente versione di Le déserteur, cantata accompagnandosi con un carillon. Il secondo ha investito il teatro col suo sorriso jazz, passeggiando per la sala durante la sua Domenica bestiale, e battendo pure il reflusso gastrico. Peccato che il suo set sia durato meno di quanto ci si potesse aspettare o si potesse desiderare. Un po’ amara la gestione del cambio palco che, tra l'impaccio di Morgan e la molestia di un pubblico spazientito, non ha dato alcuna chance di bis (qui sotto Concato in uno scatto di Renzo Chiesa mentre 'condivide' con la platea Domenica Bestiale).

 

Complice anche il tempo forse dilatato all'eccesso dell'esibizione di Claudio Baglioni, Premio Tenco più chiacchierato di questa edizione. L'Isola, in un articolo del direttore Francesco Paracchini sul premio assegnato a Mogol lo scorso anno (qui il link per leggerlo) aveva in qualche modo previsto o annusato il riconoscimento. Il cantautore romano si è presentato nella formazione con cui vivrà l'imminente tour di più di 70 date: da solo. Seduto al pianoforte, ha messo in scaletta brani dal forte valore musical-letterario (Avrai, I vecchi, Mille giorni di me e di te, per dirne alcuni), eppure c'è stato tempo (un tempo che forse non c'era) anche per un medley delle sue hit. Chi scrive, sapendo di dirla grossa, avrebbe volentieri barattato metà di Questo piccolo grande amore con Rosalina.

 

A proposito di cambi palco, chissà cosa è passato per la testa a Erica Mou (qui nella foto di Raffaella Vismara) quando ha saputo che sarebbe uscita proprio dopo Baglioni. Dopo quel medley. Eppure. Eppure la cantautrice pugliese ha presentato i brani del suo ultimo disco “Nature” con personalità, proponendo soluzioni musicali affascinanti e lasciando al pubblico una performance incentrata anche su temi di furente attualità, come il rapporto uomo-donna in Animals.

Se le idee da sole non bastano e hanno bisogno di un veicolo, la canzone d'autore ne ha avuto uno imprescindibile. Le interpreti come Alice. Nel suo set di omaggio ai grandi autori con cui ha collaborato lo spazio più grande, commisurato all'altitudine del genio, se l'è preso Franco Battiato. Alice (anche lei Premio Tenco 2022) ha proposto un set piano e voce, accompagnata da Carlo Guaitoli. In abito nero, statuaria di fronte al microfono. Che classe. Non diciamo nulla di nuovo, è chiaro, ma ogni volta che si esibisce si consolida quel significato.  

 

Durante quella tavola rotonda a cui facevamo riferimento, si è fatto breve cenno alla storia un po' maschilista della canzone d'autore. Vero, e indice di almeno due cose: la conferma che l'arte e la sua concretizzazione vanno al pari con la società, e una mancanza, forse anche da parte della critica, nel valorizzare l'altra parte della schiera per bilanciare le occlusioni del mercato. Non è chiaro se si tratti di una banalizzazione dell'immagine, ma forse bisognerebbe pensare con più pragmatismo al ruolo che le interpreti e gli interpreti hanno nel mondo della musica e, soprattutto, della canzone d'autore. Perché non è quasi mai solo una questione di bel canto ma, spesso, di affinità elettive, di ricerca, di traduzione e di trasporto di un immaginario.

In questo senso due testimonianze diverse, se non opposte, sono arrivate da Simona Molinari e Olden. La prima, Targa Tenco come miglior interprete per l’album “Petali”, ha messo in mostra un modo di unire al pop raffinatezza ed eleganza, senza tralasciare la matrice jazz negli arrangiamenti. Il secondo, finalista nella stessa categoria, ha infuocato le cene del dopo-Tenco a suon di rock 'n' roll e ha portato sul palco, in tinte punk-rock, gli inediti di Gianni Siviero, un autore che è passato quasi subito dietro i riflettori ma che, invece, era fra i più apprezzati proprio da Amilcare Rambaldi.

 

Ci si arrovella spesso su dove sia il confine, ma cosa c’è dentro? Per la giuria delle Targhe 2022 ci sono Marracash (qui in alto nella foto di Raffaella Vismara) miglior album in assoluto, e Ditonellapiaga, migliore opera prima. Il rapper siculo milanese, in abito di velluto scuro, nella serata del giovedì ha definito il riconoscimento per “Noi, loro, gli altri” un punto di arrivo per la sua carriera. Un punto che collima con il percorso personale e artistico di Fabio Bartolo Rizzo, ‘Marra’ per i fan, accolto da un chiassoso manipolo di giovani e non, considerando che dopo quindici anni di carriera non può certo essere considerato un artista amato solo dagli adolescenti. Al centro del suo set Cosplayer, canzone-manifesto dell'intero album. Meno convincente la scelta dei brani di Ditonellapiaga, arrivata al Tenco probabilmente ignara delle critiche furenti che hanno accompagnato la scelta della giuria. Ha proposto al pubblico e agli addetti ai lavori anche Chimica, brano con cui ha sfondato al Festival, e Repito, brano di lampante matrice latino-dance che poteva sinceramente evitare in quel contesto. La cantautrice romana si è mossa con invidiabile disinvoltura, ma la sensazione è che all'interno del suo “Camouflage” ci fossero brani più interessanti.

Come scrive Marc Augé, viviamo sempre più sotto il segno di Hermes, dio della porta, dei crocevia e degli incroci. La rassegna ha ampliato le sue geografie, dando spazio ad artisti e a progetti anche più esotici. Le maglie allargate del confine hanno così accolto beatamente il mito popolare del Premio Tenco Gualtiero Bertelli, il pop italo-francofono del Premio Tenco Bénabar (all'anagrafe Bruno Nicolini), il country di Eileen Rose, che sul palco dell'Ariston e a Santa Brigida ha omaggiato i Premi Tenco americani, il rock dell'Illinois di Michael McDermott, altro Premio Tenco, il funk partenope degli ‘A67, Targa Tenco come miglior album in dialetto con “Jastemma”, il tridimensionale “The Gathering” di Ferdinando Arnò, Targa Tenco come miglior album a progetto, e l'ultra-mediterraneo “Voci oltre” di Djelem Do Mar, finalista tra le opere prime. E parlando proprio di quest’album, è un progetto di Sara Marini e Fabia Salvucci, (qui durante la l'esibizione del sabato sera), arrivato in rassegna attraverso il Tenco Ascolta, un altro strumento che potrebbe essere potenziato per fungere in modo più incisivo da processo di scouting.

 

L’orizzonte avrebbe potuto allargarsi ancora se fossero stati presenti anche il Premio Tenco Angelo Branduardi, Elisa (Targa Tenco alla miglior canzone con O forse sei tu, scritta con Davide Petrella), impegnata in un tour europeo, e il rocker russo Jurij Ševčuk, Premio Yorum assente per motivi sostanzialmente politici (qui sotto, un contributo registrato che è stato presentato durante la conferenza stampa mattutina e immortalato da Renzo Chiesa). La canzone è anche un fatto sociale, e quando la società impedisce il suo percorso e la esilia, la società è andata a sbattere.  

 

Il rituale del Tenco include anche la conduzione. Chi pronuncia la prima e l'ultima frase è sempre Antonio Silva, entertainer in bretelle. Da qualche anno, a fasi alterne, gli è stato affiancato Morgan ma, mai come questa volta, l'esito non è stato sempre felice. La conduzione è apparsa meno ordinata, complice pure un sottile fascio di nervi che, verosimilmente, ha attraversato le quinte della rassegna o anche direttamente il palchetto della sede del Club. Morgan è uno da proscenio. E il proscenio se lo è preso più volte durante la rassegna. Presentando in uno dei pomeriggi il suo nuovo libro di poesie ‘Parole d’aMorgan, commentate in versi da Pasquale Panella, libro che ha creato un antipatico battibecco tra l’autore e Sergio Staino poi chiarito o quando sul palco dell’Ariston Morgan ha omaggiato Luigi Tenco, Franco Battiato e Piero Ciampi, o ancora intervenendo nel pomeriggio del giovedì a Santa Brigida (qui sotto una foto di Renzo Chiesa) con il progetto di Alessia Arena e Chiara Riondino “Piero è passato di qui” (d’altronde il passaggio di Ciampi al Tenco rientrava tra gli eventi fondamentali da celebrare).

 

A proposito di idee, le canzoni con cui Morgan ha chiuso le tre serate partono da quella di raccontare i cantautori dal proprio punto di vista. A proposito di concretizzazione, l’ex Bluvertigo ha proposto tre brani lunghi e scomodi, a tratti retorici, incentrati spesso su questioni pruriginose o scabrose come la morte di Tenco, la malattia di Battiato e il denaro per Ciampi. I risultati sono stati molto più felici quando l'omaggio è rimasto giù dal piedistallo, come in occasione di Un malato di cuore, interpretata per ricordare il Vittorio De Scalzi chitarrista in “Non al denaro, non all’amore né al cielo” di De André.

Il sipario sulla 45esima edizione della Rassegna della canzone d'autore si è chiuso, consumando il suo primo rituale completamente post pandemico a suon di rossese dell’Infermeria, riaperta anche se in una locazione meno vistosa. Alla comunità non resta che continuare a vivere il rituale, rinnovando la sua grammatica, interrogandosi sulle sue criticità e cercando l'aderenza. Per non privarsi della fortuna di un'idea. Un'idea di cinquant'anni fa. Eppure.

Eppure, come cantava Pierangelo Bertoli, che il prossimo 5 novembre avrebbe compiuto 80 anni, il vento soffia ancora. E sussurra canzoni tra le foglie. 

 

Per le foto si ringrazia Raffaella Vismara, Mauro Vigorosi, Giuseppe Verrini, Renzo Chiesa e, dove non è stato possibile identificare l’autore, l’archivio del Club Tenco.

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