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Una, cento, mille metafore chiamate Franco Battiato (ovvero “la luce si unisce allo spazio in una cosa sola”)

Battiato e il pullmino di Baggio

Due anni senza diventano assenza

Sono due anni esatti che Franco Battiato non è più tra noi. Due anni pieni di omaggi, libri, video, conferenze, concerti. Una figura che rimarrà certo tra le più influenti e carismatiche della musica e della cultura italiana. Rosario Pantaleo, profondo conoscitore dell’artista siciliano, ha scritto per L’Isola un suo ricordo che parte proprio da un “suo” ricordo e leggendo capirete quale. Da quell’incontro fugace propiziato da amici comuni, il racconto diventa poi cronaca, riassunto di una vita e di una carriera unica che ha consegnato Battiato nel gotha degli artisti più amati del nostro patrimonio musicale.

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Il mio primo ‘incontro’ con Franco Battiato fu di natura…automobilistica. Già, perché alla fine degli anni ’60 lui, con il suo furgoncino Volkswagen con il quale trasportava musicisti e strumenti, veniva spesso nella via in cui abitavo (Via Mar Nero, a Baggio, popolare quartiere di Milano). Accompagnava a casa da prove o serate il batterista che all’epoca suonava con il suo gruppo, Franco Bianchi, (o passava a prenderlo per prove e serate…) che in quella via abitava. Leggere il nome “Franco Battiato” sulle fiancate di quel furgone mi incuriosì, e così riuscii ad ascoltare anche un paio di sue canzoni: La torre e, soprattutto È l’Amore, che non mi dispiacquero, anzi, mi incuriosirono non poco. Poi grazie ad un mio compagno di seconda superiore, venni a conoscenza del suo primo album, quel Fetus che tanto scandalo provocò con la sua copertina che, ovviamente, non poteva passare inosservata. Infatti, la gestione dell’immagine venne affidata a quel genio della comunicazione che fu Gianni Sassi. Al mio compagno di classe l’album non piaceva per cui, dopo avermelo prestato, me lo regalò. Ricordo che mi disse che “quel Battiato” non sarebbe andato molto lontano. Capita a tutti di sbagliare... D’altra parte erano anni in cui nascevano artisti e gruppi che magari duravano lo spazio di un paio di album e poi sparivano dalla scena (oggi il film non è cambiato, anzi, uno può sparire dopo un singolo…). Ascoltai più volte l’album e rimasi affascinato dalla sua originalità, non avendo nulla a che fare con le classiche sonorità di musica leggera o rock che imperavano in quegli anni.

 

Alla fine dello stesso anno uscì il secondo LP, Pollution, che si propose come un altro album “a progetto”. Provvidi al suo acquisto utilizzando i soldi delle mance domenicali e anche di questo lavoro, pur nei miei limiti critici, non potei che apprezzare ed ammirare l’originalità di suoni e testi (ai quali, come nell’album precedente, collaborò Sergio Albergoni (con Gianni Sassi fondatore della società di comunicazione Al.Sa.). In seguito ‘incontrai’ Battiato in vari concerti, in teatri oppure all’aperto, ed ogni volta rimanevo stupito dalla sua capacità di tenere la scena ipnotizzando il pubblico anche grazie all’utilizzo del suo magico e innovativo strumento che gli faceva compagnia. Si trattava del VCS3, acronimo di Voltage Controlled for Studio (with 3 oscillators), acquistato e fatto arrivare da Londra. Uno strumento che lo aveva proiettato a pieno titolo nel mondo dell’avanguardia musicale italiana. Poi arrivò il 26 Marzo del 1973 e Battiato arrivò/ritornò a Baggio per un concerto nel teatro dell’oratorio di Via Mar Nero. Già, ancora lì…Fu il suo saluto musicale all’amico Franco Bianchi; un saluto che riempì il teatro di giovani appassionati, narrando un set musicale incredibile. Ad accompagnarlo alla batteria (oltre che il fidato Bianchi) c’era il bravo Gianfranco D’Adda, al basso Gianni Mocchetti, alla chitarra elettrica Mario ‘Ellepi’ Dalla Stella, alle tastiere Roberto Cacciapaglia (che tra tutti, è quello che poi ha intrapreso una splendida carriera solista, qui nella foto prima di un suo concerto in qualche teatro in giro per il mondo).

 

Il set fu basato soprattutto su brani dei due album citati, accompagnati da inediti che avrebbero fatto parte del successivo album Sulle corde di Aries (a mio avviso uno dei dieci album migliori della discografia italiana). Di quel giorno, oltre alla grande performance, luci stroboscopiche incluse, ricordo la grande cortesia di ‘questo signore’, alto, asciutto e con una folta capigliatura, che rendeva manifesta la differenza di un artista quando si trova sopra e fuori dal palco. Sopra iconoclasta e devastante, fuori tranquillo, disponibile e allegro. Pensai che quel musicista (che, tra l’altro, avevo incrociato tempo prima in Stazione Centrale e riconosciuto “a causa” del suo abbigliamento “non ordinario…”) sarebbe diventato un grande artista. Forse l’ascolto costante dei suoi due album, forse l’adrenalina post concerto, forse l’averlo visto all’opera in altri contesti, oppure osservando come riusciva a catturare l’attenzione del pubblico…non so che cosa mi portò a concepire quel pensiero, ma quella fu la mia “interpretazione” di quel musicista e, una volta tanto nella vita, il tempo mi dette ragione.

Ma non fu un percorso semplice, né rapido, né stabile e la sua genialità necessitò di tempo per essere riconosciuta. Con il terzo album Franco Battiato divenne ‘Battiato’, cioè non solo un musicista bensì una sorta di entità che sondava il mondo della musica, e non solo, attraverso un suono mai sentito in precedenza. La sua proposta artistica era non solo un ricco ed originale esperimento sonoro, ma anche una ricerca del senso di sé, delle ragioni dell’esistenza; nella ricerca, in una semplice nota, andava alla ricerca della dimensione del ‘Tutto’. “Sulle corde di Aries” si manifestò come un album rivoluzionario nelle sue sonorità e propose Battiato all’attenzione di un ambiente particolare: quello della sperimentazione spinta, reale, profonda, tecnica, anche fastidiosa. Una sperimentazione che seguiva un percorso non casuale ma pianificato. Venne a contatto con il grande compositore tedesco contemporaneo KarlHeinz Stockhausen (qui sotto nella foto), che apprezzò il percorso di questo giovane artista italiano e a cui diede consigli importanti sulla necessità di imparare bene la notazione musicale al fine di sostenere, nel tempo, una carriera solida e proficua.

 

E l’artista siciliano seguì il consiglio del Maestro teutonico, non prima, però, di aver dato alle stampe un altro album spiazzante quale fu Click, dove il suono è ancora più penetrante e diffuso rispetto alle liriche presenti in un solo brano. Con questo album si chiuse un cerchio e l’ultimo brano, Ethika fon Etika, lanciava chiari messaggi su quello che avrebbe potuto essere il viaggio che l’artista avrebbe intrapreso in futuro. Nel frattempo, si preparavano le premesse per i suoi nuovi (non) concerti, con le provocazioni volute e lanciate al pubblico come i momenti di riflessione sul senso e sui contenuti della musica ed il ruolo dell’artista nella società. Fu, quello, il tempo del suono mono-nota tratto dall’organo, dalla tastiera, dall’harmonium, dal VCS3. Un suono che si creava e manteneva fisso nel corso dell’esibizione, con lievi modifiche che, ovviamente, disturbavano quasi tutte le platee davanti alle quali l’artista si esibiva. Oppure c’erano i (non) concerti veri e propri in cui l’artista si presentava sul palco informando il pubblico che non avrebbe suonato ma sarebbe stato disponibile ad un dibattito con i presenti. Provocazioni sonore in stile quasi dadaiste, genuina necessità di scoprirsi rispetto al pubblico e di scoprire, nel pubblico, quale fosse il suo livello di sopportazione? Necessità di liberarsi di un fardello di notorietà che stava crescendo, bisogno di raggiungere le profondità del Sé per raccogliere le forze e scoprire quale la via migliore per giungere al disvelamento di vie e strade nuove? Artistiche o di personalità…Non lo sapremo mai. Ma questo non è importante, perché ogni passo messo in campo è stato sempre immaginato e realizzato nell’alveo del genuino bisogno di riconoscersi, onesto e sincero con il proprio pubblico, ma con la consapevolezza di aver intrapreso un percorso unico, personale, anche commercialmente pericoloso se vogliamo, ma certamente affascinante e coraggioso. Almeno per quei tempi.

Ad ogni modo, se suddividere i periodi artistici di Battiato, insieme ai vari mondi da lui attraversati, può essere un utile esercizio per rendere più facile collocarne la sua carriera in un ambito definito nel tempo, è bene chiarire che il suo non è stato un percorso con differenti modalità di espressione, ma una costante ricerca interiore che si è affinata, nel tempo, grazie agli incontri di cui l’artista ha fatto esperienza. Incontri da cui sono scaturite idee per i suoi lavori ma, soprattutto, al di fuori del fatto artistico questi incontri lo hanno orientato nella sua vita personale, in particolare quella rappresentata dalla vita spirituale. In varie occasioni gli è stata affibbiata l’etichetta di “mistico” ma lui, mistico, non lo era. O meglio, aveva una sua mistica personalissima e non dogmatica, mutuata da incontri, letture, meditazioni, speculazioni filosofiche, rapporto con la natura, sguardo sull’infinito. E la musica, il suono, la nota, i pieni, i vuoti, le parole, le allitterazioni, i presunti non-sense, tutto era propedeutico alla sua ricerca interiore. Più che un mistico Battiato (qui sotto in una splendida foto di Roberto Masotti) era un eterno ricercatore del senso dell’esistenza, del suo “transito terrestre”. Che poi questa ricerca si unisse al successo commerciale, era certamente gradito ma non ricercato, era un mezzo e non un fine. Se c’è stato un artista non-commerciale - “a prescindere” - questo lo si può tranquillamente riconoscere e ritrovare nelle scelte di Battiato che appariva al pubblico, a parte i concerti, solo quando doveva promuovere un nuovo album, ma con una punta di sottile fastidio, quasi che quella fosse una condizione subita e non parte integrante del suo lavoro, di cui aveva un’alta considerazione al punto che la messa “del prodotto sul banco vendita” avrebbe potuto sminuire. Altri avrebbero fatto di tutto per apparire. E infatti molti lo hanno fatto. Lui no. In questo lo si sarebbe potuto considerare un folle, un outsider oppure, appunto, un uomo alla ricerca del suo altrove.

 

Se si cercano sue interviste in Rete, è facile imbattersi in chiacchierate nelle quali ‘il fatto musicale’ era importante ma non la parte centrale del raccontarsi, quasi che prima del musicista venisse l’uomo, quasi che la musica fosse un mezzo e non un fine. Il mezzo, come dicevamo prima, per elevarsi ed affinare sempre più la sua ricerca e forza interiore. Un bisogno di essere sé stesso in uno spazio professionale dove l’immagine è parte integrante (ed importante) dell’essere artista, esposto, quindi, alle maree del successo e dell’insuccesso. Dell’acclamazione come della critica feroce. Ma a lui, lo abbiamo poi compreso bene, l’esteriorità non interessava. A lui interessava scandagliare l’interiorità e la forza “rivoluzionaria” nascosta nel mondo spirituale dove il dogma è ininfluente e la religiosità non è conflittuale. Non amava le convenzioni e le strutture ma, come abbiamo letto ed ascoltato, era estasiato dai mistici e dalla loro capacità di discernere il mistero della vita e della morte. In varie immagini di documentari ed interviste, colte in particolare nella sua dimora di Milo, non era infrequente imbattersi nelle immagini di scaffali pieni di libri, segno della sua curiosità che, una volta soddisfatta, si trasformava in parole e musica, diventava arte e pensiero, melodia e profondità d’animo. Questi probabilmente i veri “segnali di vita” che raccoglieva da ciò che stava a lui intorno e che poi sintetizzava diffondendoli con le sue opere. Cercare di capire fino in fondo questo ‘fenomeno’ musicale, culturale, di vita, è sempre stato un intento arduo, difficile, probabilmente impossibile perché molto del suo essere è noto solo alle persone a lui più care. Certamente i famigliari, ma anche quei musicisti, quei collaboratori, quegli amici che nel tempo hanno saputo essere in linea con la sua modalità di interpretare la realtà del vivere e dell’essere. Quella realtà fatta di quotidiano, di professione, della ricerca dell’infinito, del bisogno di una eternità probabilmente intravista ma sempre da mettere a fuoco anche con l’aiuto ed il sostegno delle persone più care e vicine.

 

L’arte del musicista, le sue ragioni, la sua capacità di penetrare il mistero con alcuni brani, con alcuni album, con alcuni passaggi musicali indimenticabili nel panorama musicale italiano (e non solo), rappresentano, in maniera non formale, il segno che la musica può essere una via per elevarsi e per raggiungere una dimensione di maggiore intensità emozionale trovando, nelle vibrazioni dei suoni, la chiave per aprire le porte dell’infinito. Forse anche solo per un istante, per un attimo, per una fugace apparizione ma, nonostante la limitatezza sensoriale e temporale, rimane la percezione indelebile del senso di eterno e di immenso che consola e lenisce ogni dolore e difficoltà umana. Se ci si sofferma sui brani di maggiore slancio mistico ci si accorge di come il velo dell’infinito e del mistero si può allargare davanti agli occhi di chi ascolta, al cuore, all’animo che non si arrende alla materialità e che, pur ricordando la grandezza e la sacralità del corpo, appare evidente che quello che maggiormente conta, importa e vale è lo Spirito. Quell’immaterialità inafferrabile che collega la terra al cielo. Come avviene nella danza dei Dervisci Rotanti… (nella foto in alto un quadro a loro dedicato, opera di Süphan Barzani, pseudonimo di Battiato pittore)                                                  

Nelle testimonianze che hanno riempito tutti i possibili media e social, in tanti (soprattutto da parte di coloro che davvero lo conoscevano, che avevano lavorato con lui oppure che con lui avevano consuetudine) hanno fatto emergere la figura di una persona gentile, cordiale, ironica (amava raccontare barzellette…). Era anche una persona generosa ma non ci teneva a farlo sapere e molti sono coloro che hanno beneficiato di suoi gesti di attenzione. Ma il tutto senza pubblicità, senza enfasi, senza ritorno mediatico. Figlio della Sicilia più vera, aveva forte e connaturato il senso del valore dell’amicizia e lo viveva con grande passione e determinazione. Così come determinato lo è stato nel lavoro e nella ricerca di novità, non accontentandosi dell’ovvio ma arricchendo la sua arte con la consapevolezza che, magari, prediligendo alcune scelte artistiche avrebbe perso in copie vendute ma avrebbe evitato di ripetersi come un banale juke box di successi. Esercizio, quello della ripetizione, che proprio non amava. E così, ad esempio, al disco milionario La voce del padrone (1981) fece seguito L’arca di Noè, che non ricalcava gli stilemi del disco precedente. E, infatti, non replicò quel successo, pur vendendo cifre oggi inimmaginabili.      

 

Milano e Milo…solo un “an” in più (o in meno) per segnare un confine tra due luoghi vitali. Oltre, ovviamente, a Jonia/Riposto, il paese dei natali, dell’infanzia, dell’adolescenza e dei sogni giovanili. Milano, come il luogo dell’avventura, del rischio, della professione, degli incontri che hanno iniziato (e continuato il percorso) di vita e di lavoro (due nomi fra tanti incontri fondamentali: Giorgio Gaber e Giusto Pio, qui in alto nella foto con Battiato). Milano e le sale di incisione, Milano e le case discografiche, i musicisti, Milano e la cultura, Milano e l’esperienza. E poi Milo, come una sorta di Itaca a cui tornare dopo aver combattuto in mille battaglie; Milo come il segno di una casa della memoria a cui è necessario riportare il cuore. Milo come lo sguardo alle proprie radici da custodire con amore, Milo con il cielo terso a rendere evidente la differenza con Milano; Milo con i colori della natura, quelli reali e quelli desiderati. Milano e Milo, un rapporto intessuto dai giorni della vita, intrecciato dai suoni e dai profumi, sublimato dal desiderio di eternità, benedetto dalla memoria di antenati immaginati, mai visti e conosciuti.        

Per tornare alla musica, non si può non ricordare il periodo in cui Battiato ha deliberatamente perseguito le strade della più difficile manifestazione di sé negli album di maggiore asperità formale per il pubblico che lo aveva precedentemente apprezzato. Mademoiselle le Gladiateur (1975), Battiato (1977), Juke Box (1978), L’Egitto prima delle sabbie (1978) sono tutte parti del medesimo puzzle a rappresentare la volontà di entrare nella complessità unendo, alla ricerca, lo stupore della semplicità. In quegli anni era un percorso molto chiaro per l’artista siciliano ma di difficile comprensione per la maggior parte dei fruitori della sua musica. Questa scelta artistica non aiutò la sua carriera in termini di vendite e di notorietà ma, sicuramente, esaudì quella volontà di compenetrare la nota, di ghermirne l’anima per poi domarla e renderla più flessibile, malleabile, finalmente intellegibile per i suoi scopi a venire.

 

Ed è da quel mistero svelato che l’infinito, compreso dalla sua origine “terrena”, sul finire degli anni Settanta è pronto per accogliere gli album della (ri)nascita e del successo: L’era del cinghiale bianco, Patriots, La voce del padrone, L’arca di Noè, album che sono la rappresentazione di una sorta di lavoro unico, unito dalla certezza di aver vinto, con le canzoni in esso contenute, la personale battaglia per la scoperta della “verità”. Dal Nulla si è arrivati al Tutto ma il Tutto è un atto in divenire, non nasce da solo ed entrambe le dimensioni hanno bisogno del sostegno dell’altro per poter esistere ed avere un senso. Da quel momento e nel giro di pochi anni, il ‘successo’, quello vero, è arrivato e ora Battiato, al di là della quantità di album venduti (comunque tanti) e dei concerti proposti (anche in grandi arene ma senza grande trasporto da parte dell’artista, legato più a teatri e luoghi con una loro una definita intimità ed identità) può dirsi soddisfatto (?). Ora il “marchio” Battiato è un elemento di qualità che attrarrà altri artisti che chiederanno suoi contributi per la creazione di brani da inserire nella propria discografia. Gli incontri maggiormente proficui artisticamente avverranno con tre grandi interpreti: l’eclettica Milva, la splendida Giuni Russo, l’intensa Alice. Tre giganti della canzone italiana colme di grande qualità e carisma che riusciranno a rendere al meglio i brani messi a disposizione da un ispirato Battiato (insieme al suo grande compagno di lavoro, quel Giusto Pio che, da insegnante di violino e di notazione musicale, divenne un suo impareggiabile collaboratore).

 

È questo un periodo importante per la discografia italiana, che si ritrovava in un momento di grande trasformazione e poteva contare su un parterre artistico di straordinario talento che contribuì ad elevare il livello di qualità generale. Come per tutti, arriverà anche il momento della pausa, di una nuova trasformazione che per Battiato viene racchiuso in Mondi lontanissimi, un album di transizione, che utilizzerà anche materiale rielaborato da vecchie idee. Quasi una sorta di linea di passaggio. Un prodotto che pur contenendo brani straordinari non pare pensato come lavoro unitario ma piuttosto un lavoro propedeutico al lancio dei tre successivi album, nuovamente spiazzanti, della sua discografia.

Fisiognomica (’88), Come un cammello in una grondaia (’91), Caffè de la Paix (’93) sono tre lavori differenti tra loro ma con un grande afflato spirituale che li accomuna. Il primo è forse l’apice artistico di Battiato, con brani che renderanno l’aggettivo “mistico” assolutamente pertinente nella sua discografia. In questo lavoro tutta la potenza spirituale compressa all’interno di Battiato si fa presente e ne scaturisce un lavoro unitario, delicato e potente al contempo. L’album vedrà la presenza di Nomadi, brano scritto insieme a Juri Camisasca (qui in una foto di repertorio), suo amico di lunga data e anch’egli coinvolto in una forte e intensa dinamica spirituale (Monaco Benedettino prima ed eremita poi). Un brano che rimarrà scolpito nella memoria di tutti gli estimatori di Battiato per la sua levità ed intensità. Una sorta di consapevolezza Yin e Yang, come spesso accaduto nell’ascolto e nella comprensione di molti suoi lavori.

 

Anche "Come un cammello in una grondaia" è un album, a suo modo, ricco di misticismo e non inganni il fatto che la facciata B sia composta da quattro 'lieder' di autori classici dell'Ottocento. Un brano come L'ombra della luce fa il paio con L'oceano di silenzio dell'album precedente ed anche Povera Patria potrebbe essere considerato un brano di natura mistica laddove si intenda il concetto come necessità di credere nella possibilità del cambiamento, "nonostante la primavera tardi ad arrivare". In "Caffè de la Paix", si ritrovano tracce del messaggio iniziatico di George Ivanovic Gurdjieff (più sotto nella foto), verso la cui filosofia Battiato aveva intrapreso passi di motivato interesse spirituale. Nell’album vi è la presenza di un brano cantato in arabo, Fogh in Nakhal, che in maniera efficace manifestava il suo forte interesse per la cultura araba. Un brano, questo, che proprio perché cantato in arabo venne proposto nel concerto che Battiato tenne a Baghdad il 4 dicembre del 1992 (accompagnato dall’orchestra de I Virtuosi Italiani e dall’Orchestra sinfonica nazionale d’Iraq), a favore di una iniziativa umanitaria per i bambini irakeni nel periodo successivo alla prima guerra del Golfo. Ma nonostante le acclamazioni, il successo, la consacrazione mondiale con il concerto tenutosi nella Sala Nervi di Città del Vaticano, alla presenza di Giovanni Paolo II°, il 18 Marzo del 1989 (fu il primo concerto di un artista “di musica leggera” in Vaticano), Battiato rimase se stesso, senza euforie particolari, continua a macinare lavoro, arte, novità, esprimendo ancora una capacità di cambiare prospettive, con lo sguardo sempre proteso verso l’infinito ed approfondendo la sua ricerca spirituale ed artistica, ritenendosi un uomo in cammino e mai arrivato alla meta.  

 

Un nuovo capitolo della sua vita e quindi un nuovo indirizzo artistico si manifesterà grazie all’incontro con lo scrittore, poeta, filosofo Manlio Sgalambro. Un costruttore di parole, mentre in precedenza l’incontro importante fu con il costruttore di note, Giusto Pio. Entrambi di età superiore rispetto a quella dell’artista siciliano, entrambi scomparsi prima di lui (Pio nel 2017 e Sgalambro nel 2014). Diversissimi per esperienze, provenienze, cultura, linguaggi, professione ma fortemente in empatia con il loro mentore artistico con il quale rimarranno, nonostante gli anni di lavoro comune, al “Lei” senza mai passare al “tu”, a riprova che la confidenza non è sostanza ma, spesso, un’inutile maschera di conformismo al contrario.  Arriviamo così a L’ombrello e la macchina da cucire (‘95), L’imboscata (’96) e Gommalacca (’98), sono album in cui la presenza del nuovo compagno di viaggio è fondamentale (anche se altri artisti, sia dal punto dei testi che dell’accompagnamento musicale saranno presenti in questi lavori). Tre album diversi tra loro, che pur possedendo un climax che rende immediatamente comprensibile lo stile di Battiato, evidenziano che sia i suoni che i testi sanno aprirsi a nuove possibilità, rendendo l’artista un esempio di ecletticità artistica per le nuove generazioni (e non solo loro…) di musicisti che hanno così la prova che, volendo, è possibile evitare di fare sempre lo stesso album, seppure di successo, per tutta la carriera. Certo, per raggiungere questo intento è necessario possedere talento e apertura verso il nuovo, ma il segreto, forse, è il non sedersi sugli allori valutando l’arte solo in termini di ritorno economico ma riconoscendo ad essa il valore della continua trasformazione. La cura, celeberrima pietra miliare presente ne “L’imboscata”, sarà il brano che probabilmente e maggiormente rimarrà nella memoria di tutti i suoi estimatori. Sia per l’acutezza delle liriche che per la grandezza della musica. Un brano che è impossibile dimenticare.

 

È quindi un tempo nuovo quello di metà anni Novanta che si apre davanti a Battiato. Un tempo in cui troveranno spazio – nel giro di dieci anni - tre album di cover (con qualche inedito) e cioè “Fleurs”, “Fleurs 3”, “Fleurs 2” dove ridipingerà, alla sua maniera, brani noti (e meno noti) della discografia italiana e internazionale. Una sorta di gioco che, però, sarà eseguito con la solita ricerca maniacale per costruire prodotti di qualità a giovamento della fruizione del pubblico.        

Siamo ormai entrati nel nuovo secolo (nel nuovo millennio, se non fosse così enfatico dirlo) e dopo aver dato alle stampe Campi Magnetici nel 2000 (che contiene musiche per balletto) escono Ferro battuto (2001), Dieci stratagemmi (2004), Il vuoto (2007), tre album di inediti. Anche in questo caso, nonostante l’apparenza, si tratta di opere molto differenti tra loro. Sempre presente la scrittura di Sgalambro (insieme a qualche altra presenza autoriale) che rende possibile lo sguardo verso la cultura alta con dotte citazioni che, però, non entrano in maniera impertinente o altezzosa nell’economia degli album, anzi si integrano in maniera precisa all’interno di ciascuno dei lavori proposti, pur nelle inevitabili e cercate differenze. Il livello delle musiche e dei testi rimane sempre di particolare levatura e qualcuno potrebbe obbiettare che sono lavori destinati a un pubblico colto. Ma così non è e, nuovamente, Battiato spiazza tutti coloro che si fermano all’apparenza ed evitano di approfondire il suo lavoro, che non riescono a camminare a fianco della sua crescita e ricerca artistica. Il desiderio è anche quello di portare i suoi estimatori a essere critici e attenti a ciò che non è immediatamente congeniale. È il solito metodo Battiato: spiazzare, mutare, trasformare non lasciare nulla di scontato, operare sempre per migliorare la prospettiva di chi ascolta, non dare troppi punti di riferimento. Non annoiare ma stimolare. Quando appare all’ascolto, per la prima volta, un brano come La porta dello spavento supremo saranno in molti a rimanere perplessi (e anche un po' contrariati) per la presentazione del tema della morte, in maniera così evidente nella costruzione poetica del testo. Ma dopo ripetuti ascolti, ipnotizzati dalla musica, la prospettiva negativa sarà mitigata e il brano compreso nella sua integrità concettuale. È il segnale di raccordo con l’inizio…dopo essere partito da “una cellula” ora si può iniziare a pensare come riuscire ad attraversare, in serenità e consapevolezza, la porta del Bardo…

 

Sarà Inneres auge del 2009, con tre inediti e rivisitazione di altri brani già noti (oltre che contenere una intensa cover di Inverno di Fabrizio De André) a fare da spartiacque con il seguito della carriera. Uno degli inediti, Inneres auge, appunto, è un’invettiva forte e decisa contro il potere, una sorta di Povera Patria con meno poesia e maggiore forza d’urto. L’invettiva, ovviamente, non sarà gradita da coloro che vi si riconosceranno. Passano tre anni e arriva il momento dell’ultimo album (ma lo avremmo scoperto in seguito, perché nessuno, ovviamente, poteva ipotecare il futuro…). Parliamo di Apriti sesamo, uscito nel 2012, l’ultimo lavoro in cui vi è la collaborazione con Manlio Sgalambro e, inoltre, è l’ultimo vero album con inediti. Un album poco approfondito anche dai fan più datati ma la ricchezza degli spunti, palesi o nascosti, è davvero enorme. Contiene due brani che sono una sorta di ‘segnale d’allarme’: Testamento e Quando ero giovane, due perle di gigantesca bellezza e…malinconia. Quasi una sorta di sguardo verso l’oltre. Meno traumatici di La porta dello spavento supremo, ma altrettanto orientati verso “una nuova e diversa dimensione dell’essere”, proposti con due video totalmente differenti tra loro per ambientazione e tipologia produttiva. Due brani struggenti e pieni di fascino a riprova della grandezza e dell’insaziabilità artistica di Battiato.

 

Qui possiamo dire che si ferma la discografia contenente nuovi brani dell’artista siciliano. In seguito Battiato proporrà l’interessante Joe Patti’s experimental group, con la ripresa di alcuni interventi di musica elettronica di metà degli anni ’70 (insieme ad altri brani rimessi a nuovo con l’aiuto del bravo e fidato tecnico del suono, Pino “Pinaxa” Pischetola, qui in una foto di Bruna Tesseri), per una sorta di ritorno alle origini. Questo prima di dare alle stampe la bella raccolta Anthology – le nostre anime nel 2015 ,con nuove versioni, inediti, cover fino ad arrivare all’ultimo album ufficiale, Torneremo ancora (2019), lavoro sublime con versioni di brani già editi e registrati nel 2017 con il supporto della Royal Philarmonic Orchestra di Londra diretta dal Maestro Carlo Guaitoli. Un solo inedito: l’omonimo titolo dell’album, scritto insieme a Juri Camisasca. Un brano quasi premonitore della “trasformazione/trasmigrazione” e fortemente legato alla credenza della reincarnazione dichiarata da sempre da Battiato. Un brano di straordinaria intensità, supportato da poche note ma che irrompe in maniera straordinaria all’interno di ciascun ascoltatore, ammaliando con la sua grandezza spirituale. Un’intensità ricercata per tutta la vita, nell’arte e nel proprio essere.

Ma in questa lunga cavalcata che ha ripercorso il suo percorso artistico, non è possibile dimenticare opere assolutamente fuori da ogni canone (per chi aveva iniziato con canzoni come La torre, per dire…). Nel tempo, infatti, sono apparse opere colte e complesse come Genesi, Gilgamesh, Messa arcaica, Telesio (oltre a Il cavaliere dell’intelletto, opera ad oggi inedita). Opere controproducenti dal punto di vista economico, ma imprescindibili per la ricerca di infinito da parte del suo autore. Opere che, magari, sono state valutate come pretenziose da parte della critica (e non solo), ma la sua cifra stilistica non ammetteva comparazioni. Battiato lavorava, scriveva, componeva ciò che riteneva fosse opportuno e necessario per la sua crescita artistica ed umana. Mai fatto nulla per compiacere il mercato ma solo, nei limiti delle sue possibilità, quanto necessario per accrescere la sua interiore consapevolezza di come tutti siamo di passaggio su questa terra, in transito come amava dire lui.      

 

Aggiungiamo a questi lavori colonne sonore quali Benvenuto Cellini. Una vita scellerata, Plantage Allee (brani editi di Battiato inseriti nella colonna sonora di un programma della TV olandese) o il già citato Campi magnetici. Ricordiamo gli album pubblicati in lingua spagnola ed inglese e la sequenza di musiche prodotte per il teatro ed il cinema (quasi tutte inedite dal punto di vista della loro pubblicazione ufficiale). Senza dimenticare la sua incursione nel cinema come regista (‘Perduto amor’, Musikanten, Niente è come sembra e documentarista (con il sogno di una produzione sulla figura di Friedrich Handel, purtroppo mai realizzata) a cui va aggiunta anche la sua esperienza come attore, giusto per non farsi mancare nulla, così come è doveroso ricordare il suo prolifico contributo come autore per altri artisti. Lo ricordiamo anche protagonista di una trentina di video musicali (da solo o a supporto di), sempre originali e suggestivi. Per la televisione (RAI Doc) ha ideato e condotto ‘Bitte, keine rèclame’ dove ha intervistato vari soggetti portatori di esperienze particolari nel campo della spiritualità. Per ultimo la sua capacità artistica si è rivolta alla pittura (arte nella quale si riteneva negato) fino a fargli dipingere circa ottanta opere utilizzando lo pseudonimo di Süphan Barzani (in alto un altro dei suoi tanti quadri)

Una vita piena, la sua, interrotta all’età di 76 anni. Una vita di lavoro, tanto lavoro e di grande qualità. Una vita di ricerca ed in ricerca, lo abbiamo ripetuto tante volte, perché questo è davvero il suo marchio di fabbrica. Una vita in cui nulla è stato lasciato al caso ma facente parte di un percorso sempre coerente al fine di raggiungere l’obbiettivo più ambizioso: conoscere sé stesso, comprendere il senso della vita (“ti sei mai chiesto quale funzione hai…?”), trasferire elementi di riflessione e di gioia alle persone che hanno avuto l’opportunità di incontralo nella dimensione artistica, personale, quotidiana. I suoi passi si sono succeduti sempre nell’alveo della volontà di cogliere gli aspetti più profondi dell’essere, utilizzando quei frammenti ritenuti più validi delle varie religioni. Cattolicesimo, Islam (in particolare nella mistica Sufi), Buddhismo…Il tutto non in contrapposizione bensì in una sorta di amalgama, non sincretico, da cui trarre quanto ritenuto più vicino alla propria sensibilità.

Ma davvero, alla fine, c’è chi vuole (o crede di) comprendere “il fenomeno” Battiato? Probabilmente lui non amerebbe sentirsi tale e ambirebbe a che i suoi estimatori possano valutarlo (ed averlo apprezzato) per la sua arte, per la sua volontà di aver cercato di indirizzarli alla consapevolezza che quello che ci circonda è come un velo che la nostra vanità (concetto in cui possiamo inserire tutto ciò che ci rende “schiavi”, dipendenti, incatenati…) ispessisce giorno dopo giorno. Lui, che attraverso l’arte cercava la libertà e la verità, aveva compreso che l’infinito esiste e lo si può trovare sia dentro che fuori di noi. E con questa spaventosa consapevolezza acquisita, spingerci, indurci, avviarci a trovare sguardi migliori ed eterni, per la nostra vita. Oggi che la tecnologia ci permette di recuperare, per chi se ne ricorda, interviste, performance, immagini di un tempo lontano, frammenti di vita dimenticati ai più, si rimane colpiti nell’osservare che, a partire dagli esordi, Battiato era già diverso per approccio, per modo di porsi, per una sorta di presentimento alla predestinazione artistica per un successo non cercato e per un’arte che sentiva di dover esprimere perché creata, cresciuta e vissuta dal e nel profondo del Sè. Credo sia impossibile a qualcuno immaginare che il Battiato di Areknamess, di “L’Egitto prima delle sabbie”, di La cura, di “Genesi” sia lo stesso artista ma, preso da angolazioni differenti, significa che, ancora, in molti non hanno ancora compreso che lui non era un “solo” musicista e basta, bensì persona all’interno della musica, era dentro le note, le vedeva, le abbracciava, le plasmava. Le sentiva vicine e le rendeva vive coinvolgendo e stimolando i musicisti che gli erano intorno. Quei musicisti che, a distanza di anni, ancora portano un ricordo indelebile della loro collaborazione. Perché un grande artista fa espandere la sua arte con letizia e grazia inondando di festa coloro che gli sono vicini. È il carisma dei geni, è la grandezza di coloro che sanno di essere dei ‘primi della classe’ e fanno di tutto per misconoscersi in tale condizione. Franco Battiato artisticamente era un genio, per certi versi inarrivabile, per stile e talento e ci manca, tanto, ma il ricordo della sua musica, della sua arte, della sua persona sarà indelebile e ciascuno porterà con sé il Battiato più congeniale a seconda del tempo in cui è avvenuto “l’incontro”. Magari, per alcuni, iniziando con l’immagine sfocata di un furgone Volkswagen… (lo so, l'avevo già messa, ma è stato così difficile trovarla che vale la pena rivederla)

Rosario Pantaleo  

p.s.
Lo scorso anno (precisamente il 16 maggio) alla Triennale di Milano, grazie all’impegno di Stefano Senardi e Francesco Messina (e con la disponibilità del Presidente di Triennale, Stefano Boeri) si è tenuto un bellissimo incontro per ricordare la figura di Franco Battiato (e, insieme, di Roberto Masotti) dal titolo ‘Citizen Battiato. Gli anni milanesi”. A questo link è possibile leggere della serata che ha visto la presenza di tanti amici del musicista siciliano.

Sempre lo scorso anno è stato presentato il film ‘Franco Battiato. La voce del Padrone’, scritto e prodotto da Stefano Senardi, con la regia di Marco Spagnoli. Un documento delicato e fondamentale per meglio comprendere la figura artistica ed umana del grande musicista. Il docufilm è stato premiato ai Nastri d’Argento 2023, sezione cinema, spettacolo, cultura. A questo link è possibile leggere la relativa recensione.

 

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