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Amelie

Il Profumo delle Ere di Amelie

Il 31 Ottobre dello scorso anno Amelie Paola Memeo ha pubblicato il suo secondo disco, Il Profumo di un'Era, venuto alla luce dopo una lunga gestazione dal primo Ep omonimo del 2010. Presentato ufficialmente in un live al Blues House di Milano, alla prima settimana di uscita risulta già tra gli album più venduti su Itunes: nei vari brani che compongono l'album è possibile rinvenire atmosfere che spaziano dal rock al pop d'autore, dal noir all'elettronica, lasciando spazio anche per spunti orchestrali.
Ciò che emerge ad ogni nuovo ascolto è sicuramente il percorso interiore che ha portato l'interprete al compimento di questo lavoro, che costituisce un punto di arrivo ma anche di un nuovo inizio e di una nuova consapevolezza. Ne abbiamo parlato con lei.  

 Vorrei cominciare dalle parole che compongono il titolo dell’album e la titletrack. Un’era per definizione consiste in un periodo piuttosto lungo caratterizzato da avvenimenti di grande importanza. In questo senso il Profumo di un’Era può intendersi il tanto sospirato approdo al compimento di un progetto che ha avuto una lunga gestazione. Ma anche gli odori e i sapori degli affetti più cari: “Era l’immagine di un mondo che scompare, quella del salotto buono di mia madre…” E quindi Era come verbo coniugato al passato, come qualcosa che abbiamo perso e proviamo a ritrovare nel ricordo e nell’eredità spirituale che ci è stata lasciata. E ancora, i profumi della Toscana, uno dei luoghi che ha fatto da culla al tuo disco.
Queste alcune delle chiavi di lettura che ho estrapolato dal titolo e dall’ascolto. Vuoi dirci qualcosa a tal proposito?

Sono stati anni importanti: intensi, ricchi di riflessioni, lacrime, sorrisi, momenti divertenti e conviviali, anni in cui penso di aver preso una diversa coscienza di me stessa e di tutto quello che mi sta intorno. È come se avessi imparato a comprendere il giusto valore di molte cose che prima vedevo in modo diverso e forse un po' annebbiato. Ho voluto crescere e prendere atto che per farlo dovevo ripartire quasi da “Zero” (nonostante le soddisfazioni raccolte proprio nel periodo pre disco). Avevo bisogno quasi di una rinascita. In tutti i sensi. Sono stati due anni in cui osservare me stessa più da vicino ha fatto da filtro ad una riflessione più ampia relativa alla società odierna in tutte le sue sfumature, cercando di raccontare ciò che costituisce l'”umano”, inteso come essere sia spirituale che sociale. Da qui il desiderio di affrontare tematiche che caratterizzano non solo la mia “era” personale e privata ma anche l'“era” passata, attuale e futura della mia generazione (tentando di raccontarne ricordi, illusioni e speranze). Come hai giustamente sottolineato tu il termine “Era” può essere inteso come passato del verbo essere (in terza persona) e allo stesso tempo può riferirsi ad un periodo lungo in cui sono accaduti avvenimenti importanti. In questa mia “Era” ho viaggiato moltissimo tra Lombardia e Toscana. A Milano lavoravo nel mio studio sui suoni, sulla musica, sulla composizione (dando poi vita agli arrangiamenti insieme a Giovanni Rosina); in Toscana invece lavoravo con Fabio Papalini, l'autore con cui ho collaborato per i testi e con cui ho trascorso momenti bellissimi che hanno fatto nascere una amicizia veramente preziosa. Ho voluto raccontare la mia “Era” e quella della mia generazione attraverso il piccolo ed umile filtro del mio personale vissuto.

 Le varie tracce del tuo album sono in qualche modo legate a diversi momenti della vita, a diverse Ere: il passato, la nostra memoria; il futuro, sempre più proiettato verso il virtuale e il presente, che è insieme fonte di delusione e allo stesso tempo riscatto. Che rapporto hai con il tempo? E in questo rapporto che funzione svolge la tua città, Milano? Nei ringraziamenti scrivi: “Grazie Milano: sei la macchina del tempo in cui rifletto il trascorrere dei miei anni”.
Il “tempo” è dominante in questo lavoro, come si può notare anche dalla scelta del titolo dell'album e dalle scelte stilistiche degli arrangiamenti. Il tempo è un concetto che mi affascina fin da bambina. Penso sia qualcosa di indecifrabile e sfuggente ma altrettanto affascinante e ricco di significati misteriosi. Il tempo a volte mi culla e coccola nei ricordi, altre volte mi spaventa per la sua inafferrabilità, altre ancora mi dà forza nel proseguire a sognare. Milano è  la macchina del tempo in cui rifletto il trascorrere dei miei anni. A volte mi rendo conto di invecchiare quando realizzo che la mia città al contrario ringiovanisce. Sulla città l'effetto del tempo è inverso. La città, con il passare del tempo ringiovanisce e si modernizza. L'essere umano, invece, più passa il tempo più scorge “rughe” sul volto. A Milano ci sono quartieri che nel corso di pochi anni hanno cambiato completamente il loro aspetto (basti pensare alla vecchia zona Isola). Ed è curioso come attraverso i segni del tempo sulla mia città (e non solo sul mio corpo) mi sia resa conto del trascorrere dei giorni, settimane, mesi e anni. Anche Milano però ha una sua “umanità”: nonostante i segni del tempo , nella sua essenza conserva aspetti che rimarranno sempre uguali e nei quali posso riconoscere anche la mia identità e storia (le tradizioni, i modi di dire, i monumenti , i principali luoghi di ritrovo). Milano come me ha una sua anima che in quanto tale rimane uguale a se stessa. Il tempo cambia gli aspetti, gli involucri; la sostanza rimane invariata. Osservare Milano per me è come guardarmi allo specchio: vedo i cambiamenti esteriori e i loro diversi effetti, ma dentro sono sempre la stessa. Forse pensandoci bene, come diceva Henry Austin Dobson, “il tempo non passa. Resta. Siamo noi che passiamo”.

Dal booklet si evince come, oltre a Giovanni Rosina, presente da sempre e anche in questo album in veste di arrangiatore e produttore, altri nomi si siano messi al servizio della tua musica e della tua voce con testi di loro fattura. Vogliamo spendere dunque una parola su di loro? Immagino che per creare una giusta sintonia tra testo ed interpretazione in questi casi occorra una profonda condivisione di racconti di storie e pezzi di vita. Quella che a me piace chiamare “Wahlverwandtschaft”, la cosiddetta affinità elettiva, elemento essenziale di tanti connubi artistici ed umani.
Questo disco nasce soprattutto grazie al connubio tra me, Giovanni Rosina e Fabio Papalini. In questi due anni è con loro che ho svolto praticamente il 90% di tutto il lavoro. Sono soprattutto loro ad avermi spinto a comporre musiche, a fare pace con il pianoforte tornando ad essere musicista al 100% (scrivendo appunto 10 brani su 13). Con entrambi c'è stata questa “Wahlverwandtschaft”. Con Fabio ho lavorato tantissimo sui testi condividendo momenti di vacanze/lavoro, nottate nel suo studio toscano (il “bunker”), a parlare di argomenti che potessero incuriosirci, a discutere di quali termini usare e quali aspetti approfondire. Ed io mi sono lasciata guidare dalla sua poeticità e sensibilità letteraria. È stata una specie di terapia. Abbiamo fatto insieme tanti ascolti musicali anche lontanissimi dal mio mondo, per analizzare, studiare e ricercare. Con Giovanni il grande lavoro è stato fatto soprattutto successivamente. Una volta conclusa la fase creativa di pura scrittura e composizione abbiamo lavorato insieme per trovare i giusti abiti sonori ad ogni canzone. Oltre a Giovanni e Fabio ci sono anche collaborazioni più “spot” con persone che stimo moltissimo. Importante è la presenza di Rebi Rivale, cantautrice con cui ho sempre avuto molto feeling umano ed artistico. Il mio desiderio di averla in questo disco è stato molto forte. Messaggi, firmata da Ivan Nossa e Alex Gasparotto, è un brano “preghiera” che si rivolge all'ignoto con la speranza di essere ascoltati; una canzone che mi ha rapita dal primissimo ascolto e momento in cui l'ho interpretata. Andava a toccare corde a me vicine in un momento esistenziale di forte autoanalisi. È stato poi molto interessante svilupparla a livello di arrangiamento per far venire ancora più fuori l'”intimità” insita nel pezzo che sul finale esplode in un urlo quasi drammatico. Polaroid invece, oltre ad essere firmata da Fabio Papalini per il testo, vede la presenza anche di Enrico Zulian. Su questo pezzo il feeling totale è esploso soprattutto dopo aver scoperto la forza della canzone attraverso il lavoro fatto proprio sui suoni. Volevo diventasse un inno sul concetto di verità, una degna conclusione dell'intero disco, anche per il senso forte del messaggio e per la maestosità della melodia. C'è stata anche una collaborazione con Hamid Grandi per il brano Un'altra vita (che risale al 2013). Un altro cameo nel disco è Stefano Ardenghi che ha messo a disposizione la sua forza interpretativa in Zero. Ho tenuto particolarmente a duettare con la sua bella voce per dare il giusto senso al brano. Quella di Ardenghi era la voce maschile perfetta per ricreare un effetto “baustelliano”. 

Torno per un momento a Rebi Rivale, che duetta con te in Che cosa c’è, di cui è anche autrice del testo. Un brano che nasce da un sogno e ruota attorno al concetto di Amicizia. Rebi dice così di te e di questo pezzo: “Amelie è il “rifugio in vista” di Paola Memeo, una persona bella che stimo e che si fa voler bene senza  sforzi. Scrivere per lei, nonostante possa essere in parte distante dal mio progetto, è liberatorio. Mi costringe a fare a meno dei filtri, mi spinge ad essere diretta il più possibile ed è una bella sfida. Che cosa c’è cresce sulle fondamenta di tutto questo, sulla costruzione del senso di Amicizia, sul valore dell’Amicizia, sulla qualità dell’Amicizia. Ci sarà pure una distanza di forma, ma sono certa che sulla sostanza io e Amelie viaggiamo sulla stessa frequenza d’onda e sono questi i punti di incontro importanti. In questo sono poco “rivale” e molto “amelitica”!
Beh, io adoro Rebi Rivale. Oltre ad essere una grande donna è una Artista pura. Io e lei facciamo un genere un po' diverso, ma tra noi esiste una stima profondissima; la concezione che abbiamo di dell'arte “musica” credo sia molto simile. Come dice lei, viaggiamo davvero sulle stesse frequenze. Insieme, pur mantenendo le nostre diversità, riusciamo a trovare un bell'equilibrio che dà vita a canzoni molto particolari in cui sono convinta escano messaggi importanti con uno stile basato su una genuina “semplicità”. Rebi ama la musica, la schiettezza, la passione, l'impegno e la professionalità e sa riconoscere tutti questi aspetti. Non è una cantautrice settoriale, chiusa o limitata: sa aprirsi alla Musica, purché veda in essa purezza. Scrive divinamente i suoi brani ma sa donare anima e cuore anche a chi stima, senza provare mai alcuna “rivalità”. In questo è davvero poco “rivale” e ha una grandissima dote, considerando che spesso nell'ambiente (e non solo) non è sempre facile trovare appoggi sinceri e disinteressati. L'unione ha sempre fatto la forza e insieme a Rebi mi sento sempre molto forte. Io e lei abbiamo una stessa esigenza: fare musica per sentirci vive. Quando le ho mandato Che cosa c'è ha subito accettato l'invito con gioia e curiosità. Ha affrontato una tematica importante, quella dell'amicizia, andando a toccare le corde della fiducia reciproca. Di questi tempi avere qualcuno a cui aggrapparsi (non solo in apparenza e superficialità) è un dono divino. “Che cosa c'è” è una canzone nata in sogno. È arrivata chissà da dove. L'ho fissata, registrata e ho tenuto particolarmente ad arrangiarla in prima persona. Ricordo ancora che al mio risveglio da quel sogno ho pensato : “questa è per Rebi”. Poi quando ho sentito il provino cantato da lei mi si è accesa la lampadina. Adorando la sua voce e la sua forza espressiva le ho proposto di duettare con me. Penso sia stata una bella scelta. Sentire i nostri timbri così differenti mischiarsi su quelle note mi da l'idea di un dialogo basato  veramente sull' amicizia profonda, quel tipo di amicizia dove ogni diversità diventa elemento complementare di fusione e amore.



Tanti i temi trattati nel disco e che in parte abbiamo citato: dalla disillusa consapevolezza di una società pressappochista e affamata di mostri da prima pagina alla presa di coscienza che solo dentro di noi c’è la strada giusta da percorrere per sopravvivere a tutto questo e farne una rivoluzione personale. Superando le paure che ci attanagliano, con la forza del passato, degli affetti e dei sogni. Già, la forza dei sogni, quella che ti fa stare con “i piedi per terra e gli occhi al cielo, la ragione è fragile senza un po’ di follia”. Come canti nel brano Col naso all’insù, con il quale hai vinto il Premio Lunezia Nuove Proposte nel 2012.
Se non ci fossero i sogni non esisterebbe né il presente né il futuro e sarebbe dura sopravvivere in una società sempre più fredda e cinica. L'importante è rimanere con i piedi per terra dando però frequenti sguardi al cielo. Senza una “sana follia” non esisterebbe nemmeno la creatività. A volte stare “col naso all'insù” mi aiuta a staccare, a sperare, a sognare e a continuare a credere. Quel brano rappresenta per me qualcosa di molto importante: non solo per la vittoria al Premio Lunezia nel 2012 (uno dei ricordi più belli che conservo ancora oggi), ma anche per aver segnato un punto di fine e di inizio, una sorta di punto “Zero”. Proprio dopo la vittoria del Lunezia con questo brano, sono stata dilaniata dal fortissimo desiderio di dare vita ad un nuovo disco, allontanandomi per certi versi da ciò che avevo fatto nel primo ep (non tanto per negarlo ma per evolverlo, per provare a farlo crescere e portarlo verso direzioni nuove che cominciavano ad attirarmi). Col naso all'insù è stato il “la” per dare vita ad un nuovo percorso, abbandonando timori, paure, inseguendo solo la volontà di mettere a nudo me stessa attraverso la musica.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali? Quelli che ti hanno formata ed influenzata nel tuo percorso artistico, e che hai portato nelle nuove canzoni? E’ evidente per esempio in Mondobit una strizzata d’occhio a Michael Jackson attraverso l’accenno di alcune note della storica Billie Jean.
Michael Jackson per me rappresenta il concetto di musica. Adoro il suo modo di cantare e ho sempre ammirato la versatilità nell'affrontare generi e stili diversissimi. Per me è un maestro, il più grande. Era doveroso fare un “omaggio” a lui in questo disco così rappresentativo della mia anima musicale. In questi due anni poi ci sono stati artisti che ho ascoltato moltissimo e che in qualche modo probabilmente hanno influenzato il mio lavoro. Ho adorato per esempio le sonorità dell'ultimo disco dei Goldfrapp “Tales of us”. Per di più Alison Goldfrapp rimane per me la voce femminile più bella al mondo per la sua qualità timbrica ed espressiva. Come musica straniera ti posso citare i Depeche Mode, i Cure, i Queen, i Beatles, Eva Cassidy, David Bowie. Per quanto riguarda l'Italia amo Battiato, i Baustelle, Niccolò Fabi, i grandi cantautori da Dalla a De Gregori , da De Andrè a Ciampi. Amo anche artisti come Elisa che sanno fare pop italiano raffinato e mai scontato. 



Il brano di chiusura del disco è Polaroid, una sorta di inno alla verità, che obbliga a mettersi a nudo ed esporsi così a gioie e delusioni. Ma per navigare “a vista e non di schiena”  ci vuole anche stile, ed una certa ironia. “Scattiamo due polaroid del finale, con stile guardiamoci andare via”, così termina il pezzo. Immagina ora di scattare quelle due polaroid, cosa ci vedi dentro?
In una mi vedo bambina, immersa nei girasoli di una collina toscana (per l'esattezza la stessa che ammiravo dalla finestra di casa di Fabio, quando andavo da lui per scrivere e comporre). Nell'altra vedo me adulta, di spalle, osservare il tempo che scorre. Sullo sfondo la mia Milano, nebbiosa e illuminata.

Hai presentato il tuo disco il 9 novembre scorso al Blues House di Milano, con un grande riscontro di pubblico, o forse è meglio dire di “amelitici”, come sei solita nominare coloro che ti seguono con affetto. E con tanti ospiti ed amici ad accompagnarti sul palco. Vuoi ricordare qualcosa di quella serata? Ci sono altre date di live in previsione per promuovere il tuo lavoro?
Il 9 Novembre è stata una data indimenticabile per me. Ero emozionata come se fosse il giorno della mia laurea. Qualche minuto prima di salire sul palco, in camerino, ho rivissuto con la mente tutti i ricordi bellissimi di questi due anni mi sono detta “Ok, adesso è il momento di condividere le emozioni e gli attimi vissuti in prima persona con chi mi è venuto ad ascoltare. È il momento di donarsi, di far vivere la mia era in un tempo che non è più solo il mio”. È venuta tanta gente, soprattutto persone che hanno imparato a scoprire la mia musica grazie al web e grazie alla curiosità che fortunatamente ancora vige nonostante molte restrizioni radiofoniche e discografiche. Soprattutto ho avuto la presenza di colleghi speciali. Dalla presenza energica sul palco di Stefano Ardenghi in “Zero” alla sorpresona di Rebi Rivale su “Che cosa c'è”. Ero convinta che lei non fosse potuta venire per impegni personali (così mi aveva detto). Quando ho provato a chiamarla al telefono davanti al pubblico, me la sono vista spuntare davanti al palco! Non puoi capire la mia faccia! Altro che esorcista! Me l'ha fatta grossa. E l'ho amata ancor più per la sua follia. Inevitabilmente è scattato l'invito sul palco e ci siamo cantate il pezzo con grande intesa. Bellissimo. Tengo a spendere anche due parole sulla mia band (Giovanni Rosina al piano, Marco Trifone alla chitarra acustica, Jorge Machado al basso, Vincenzo Rizzuti alla chitarra elettrica e Daniele Giuliano alla batteria). Sono musicisti davvero splendidi, che mettono a mia disposizione il loro talento per aiutarmi a realizzare i miei concerti nel migliore dei modi. Quella serata per me è stata importante sotto tutti i punti di vista: fare i propri brani dal vivo è la cosa che preferisco in assoluto. Per quello soffro a pensare che in Italia, oggi come oggi, ci siano pochissimi spazi per i progetti inediti live. La mia esperienza live è tanta, sono abituata ad esibirmi da quando avevo 15 anni, ma se penso che avevo molta più possibilità di suonare in formazioni cover mi sale l'orticaria. Con i progetti originali è difficilissimo, ti devi adattare parecchio. Per cui o scegli di suonare poco ma in situazioni meritevoli oppure suoni ovunque. Io per il momento (e lo dico davvero senza snobismo) preferisco suonare meno ma cercare di offrire al mio pubblico esibizioni in posti dove le persone possano davvero godersi il concerto (e dove ci siano le condizioni adatte anche per i musicisti). Ma questo è il mio parere personalissimo. Per quanto riguarda i prossimi appuntamenti live, il 4 aprile sarò in trio con una formazione particolare (piano, voce e chitarra elettrica) al Cicco Simonetta di Milano. I primi di maggio dovrei riuscire ad andare nella mia amata Toscana con la formazione completa (proprio in questi giorni stiamo fissando). Sono in attesa anche di avere risposte dalle Marche per un progetto molto interessante (di cui al momento non posso dire nulla in quanto in fase di definizione).

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