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Roberto Giordi

Roberto Michelangelo Giordi, un soffio di eleganza.

La musica sa spesso intrecciarsi con la letteratura. Entrambe possono raccontare storie, narrazioni che catturano e trascinano in altre vite, altri luoghi… Ma c’è un potere forse ancora più forte del raccontare, ed è quello dell’evocare: questo misterioso saper rendere presenti e vive emozioni singolari, atmosfere lontane, esperienze sconosciute. Questa forza dell’evocazione, tanto letteraria quanto musicale, si ritrova nel nuovo disco di Roberto Michelangelo Giordi, Il soffio, uscito lo scorso gennaio per Odd Times Record e che si avvale della produzione artistica di Gigi De Rienzo, una garanzia nel panorama della musica d’autore italiana.
Giordi è al suo terzo disco, dopo Con il mio nome e Gli amanti di Magritte, e conferma la sua crescita tanto letteraria quanto sonora. Il soffio è un album di eleganza rara, che sa unire in maniera esemplare introspezione e comunicazione: i dodici brani, incentrati sul tema del ricordo e della memoria, parlano dell’anima dell’autore, e sanno però coinvolgere potentemente quella dell’ascoltatore. Una certa raffinatezza caratterizza anche le sonorità del disco, poco riconducibile ad un 'genere' ben definitito, ma che di certo si nutre della tradizione italiana, miscelandola sapientemente con il jazz e con echi di musica etnica.
Consapevolezza e cura sono caratteristiche imprescindibili per realizzare un buon disco, e certo non mancano a Giordi, con il quale abbiamo avuto occasione di parlare del suo lavoro.

Il tuo è un disco molto colto, ricco di riferimenti letterari. Qual è il tuo rapporto con la letteratura e in che modo influenza la tua musica?
Credo che dietro una bella canzone ci sia sempre un pensiero ben strutturato. La narrativa, la poesia e l’esperienza del viaggio sono fondamentali ai fini della scrittura di una buona composizione letteraria e musicale. Nel mio disco è presente un chiaro omaggio ad Hemingway e al suo più celebre racconto. Abbiamo rubato qualcosa anche a Dante e a Leopardi, tanto per tenerci buoni gli italianisti.

Molti testi del disco sono scritti da Alessandro Hellmann, un autore poetico e con una particolare attenzione e cura nei confronti della parola. Tu hai più volte affermato di riconoscerti pienamente nei suoi testi. Come si sviluppa il rapporto creativo tra voi due? Come nascono i testi e le musiche?
Hellmann è un autore colto, ma senza spocchia. Si esprime in maniera popolare e al contempo raffinata. Ci confrontiamo spesso sui nostri ideali etici ed estetici e pensiamo entrambi che il nostro paese abbia un urgente bisogno di valorizzare la cultura popolare, ma non quella che celebra il consumismo di massa. Siamo entrambi convinti che la canzone italiana debba ritrovare le tracce della sua origine prendendo al contempo consapevolezza di ritrovarsi a fare i conti con un mondo ormai globalizzato. Ad ogni modo si può partire dalla musica o dal testo, non c’è mai una regola fissa. Ogni canzone ha una storia tutta sua.

L’album è ricco di suggestioni filosofiche. In particolare mi sembra toccare in numerosi punti le riflessioni proprie del buddismo zen. Ti senti vicino a questo tipo di spiritualità e pratica? In che modo la trasferisci all’interno della tua musica?
Mi sento molto vicino alla filosofia orientale e soprattutto alle teorie bizzarre della fisica quantistica. Entrambe pongono l’attenzione sui temi dello spazio, del tempo e della coscienza. Tutte le canzoni di questo disco parlano il linguaggio della coscienza, dove il passato, il presente e il futuro, coesistono in un unico medesimo istante.

La Natura è certamente la grande protagonista di questo disco. La canti come madre, come riparo, come arché nel senso di origine e fine di tutto, ciò da cui tutto si genera e in cui tutto ritorna.
Mi piace decantare la natura. Posso apparire “antico”, “superato”, forse qualcuno mi racconta così. Be’, io credo che se ritornassimo a un nuovo classicismo forse nascerebbero anche delle nuove avanguardie. E poi tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con la Natura, anche la coscienza è parte di essa ma spesso ce lo dimentichiamo.

Ne La Grande Fuga dici esplicitamente, riferendoti al modello economico attuale, “non si può crescere per sempre”. Un messaggio etico profondo e attuale, che veicoli attraverso il tuo lavoro, e che certamente si ritrova anche nel tuo modo di cantare la Natura e la Vita.
Ho deciso di aprire l’album con questa canzone proprio per sottolineare il mio desiderio di fuga dal mondo contemporaneo, dove persino il valore delle persone viene misurato sulla percentuale del consumo che si riesce a produrre, dove a fare notizia è il grottesco e nient’altro che il grottesco. Meglio una sana fuga nei meandri della coscienza! Un isolamento senz’altro più sano! Sono ormai dieci anni che ho rottamato il televisore! Oggi mi sento felicemente alienato.


Dal punto di vista musicale è un disco molto vario, nutrito da suggestioni diverse ma non riconducibile a “modelli”. Quali sono i tuoi “maestri” e in che modo trovi la tua strada muovendoti tra essi?
Ho sempre ascoltato qualsiasi genere di musica e mi piace cantare anche in diverse lingue. Sento costantemente il bisogno di confrontarmi con l’altro da me. Mi piacciono i suoni del mondo, di qualsiasi area di provenienza, purché siano suoni non plastificati. Amo molto quella che oggi viene definita “musica classica”, preferendone però il filone dell’impressionismo francese; il jazz; la musica del mediterraneo; la bossa nova; le avanguardie del Novecento; i bravi cantautori italiani e quelli francesi… e poi Chet, Chet Baker!

Hai girato interamente da solo il video de Il soffio (www.youtube.com/watch). Ti diletti con le nuove tecnologie? Vorresti spendere anche qualche parola a proposito della bellissima ambientazione del video?
Mi sono trovato davanti alla necessità di dover girare un videoclip senza avere una troupe al seguito ed ero in partenza per il sud della Tunisia. Ho sempre avuto la passione di trasformare le mie idee in immagini e quindi ho deciso di trasformare il mio telefono in macchina da presa; mi sono ripreso nel deserto del grande Sud, sul lago salato e in tantissimi altri luoghi di sconfinata bellezza. L’idea era quella di comparire nel video da solo, solo io e la natura. Volevo proprio dare l’idea dell’uomo che cerca e ritrova il senso della vita attraverso il contatto con la terra. Tornato a Napoli ho deciso di completare l’opera inserendo nella sceneggiatura quattro volti che rappresentano i quattro elementi (l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco).


Giordi ha presentato il suo nuovo lavoro in due fortunati live a Roma e Napoli, e il 27 febbraio canterà al Jazz Caffè Marianiello di Piano di Sorrento. A breve comincerà un tour nel centro e nord Italia, un viaggio nella sua musica accompagnato dal pubblico.



Tracklist del disco:
1. La grande fuga
2. Il vecchio e il mare
3. Occhi grandi
4. Il soffio (feat. Annalisa Madonna)
5. L'attimo
6. L'amore nell'era glaciale (feat. Amelie)
7. polvere di stelle
8. Il temporale (feat. Thieuf)
9. D'amore Mariù
10. The fairies' song
11. La rosa
12. Niente da decidere

 

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