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Francesco Forni

Roma blues

Se alla fine dell’anno ci ritroveremo a dire che sono arrivati da Roma alcuni dei dischi più interessanti del 2009 il merito sarà anche di Francesco Forni. Con il suo Tempi meravigliosi ha confermato come la Capitale stia dando i natali ad una nuova generazione di cantautori – la terza dopo quella di Venditti-De Gregori e Silvestri-Fabi – da tenere d’occhio sia per la qualità della proposta sia per il taglio fortemente sociale e politico (in senso positivo e soprattutto costruttivo) di alcuni loro progetti, in primis quello del Collettivo Angelo Mai. Di questo e tanto altro parliamo col diretto interessato.


Nonostante la spiegazione contenuta nella presentazione al disco (“i tempi in cui sei senza filtri e senza protezioni. Tutto è più intenso, ti innamori ogni mezz’ora, sei più fragile, ma anche più vicino a te stesso”), continuo a non capire come possano essere questi “Tempi meravigliosi”. Nel senso: capisco l’intensità del vivere una precarietà anche sul piano sentimentale-emotivo, ma la “gioia disperata” di cui parli nella title-track non sarebbe meglio se fosse “gioia” e basta, quindi non disperata?

Sarebbe meglio sì… ma non sono questi i tempi di gioia spensierata, almeno non quelli di cui parlo. Il concetto di “felicità isolata” ancora lo stanno cercando nei migliori laboratori, ma sembra che debba sempre essere accompagnata da una controparte altrettanto intensa. Quello di cui parlo è appunto una di queste formule particolarmente “riuscite” che ti permette di commuovere anche per il trailer di un film. Certo non è una condizione “comoda”, ma neanche così frequente.

Ti chiedo questa cosa perché di rimando mi viene anche da chiederti se alla luce del risultato (mi riferisco al disco) non sei in qualche modo pentito di esserti messo a cantare solo cinque anni fa. Insomma, non era meglio cominciare prima?
Mi  interessa da sempre e ho sempre scritto e cantato. Ma non ero contento dei risultati. Nel 2003 ho subìto un intervento al setto nasale e ai turbinati. Questo ha liberato il respiro e modificato totalmente la percezione della mia voce. Ho iniziato a lavorarci e ad ottenere i primi risultati interessanti. Da cinque anni semplicemente non mi definisco chitarrista o compositore prima che cantautore.

“Tempi meravigliosi” è un disco incentrato sul blues, sia nelle sonorità che nella scrittura. Nel presentare il brano Non adesso dici che per te è una sfida riguardo al fatto “che si può scrivere un blues in una lingua diversa dall’afroamericano”. A parte che volevo che spiegassi come mai non hai scritto “inglese” ma “afroamericano” (scelta che dimostra una certa cognizione di causa sulla materia), alla fine sei stato soddisfatto del risultato? E nello scrivere il pezzo sei partito da dei modelli di cantautori italiani fortemente influenzati dal blues? Penso a Cesare Basile o a Pino Daniele (su cui però bisognerebbe fare delle specificazioni)…
Il blues come genere decodificato e spiegato dalla cultura bianca anglosassone è una forma musicale ormai standard di battute, ritmiche, progressioni e posizioni chitarristiche su cui “improvvisare”. Il “blues” come componente emotiva, come scrittura e come possibilità di “trasmissione” lo trovi nella cultura afroamericana e in molte altre culture musicali “popolari”, dalle strutture semplici ma dall’espressività imprescindibilmente legata alla “necessità” e ad un movente che viene dal “profondo” dell’essere. Non adesso è blues soprattutto nella forma, il legante del disco intero è invece il blues nell’essenza. Pino Daniele sicuramente è stato un punto di riferimento in una nella fase fondamentale dell’ascolto, parlo di circa vent’anni fa, Cesare Basile è un artista che apprezzo moltissimo, sicuramente uno dei miei preferiti ora in Italia, e sicuramente abbiamo molti punti di riferimento in comune.

E a proposito di blues: ci racconti come ti sei avvicinato a questa musica bellissima? Con quali ascolti e che cosa ti dà a livello umano, emozionale… L’omaggio ad Hendrix è un ascolto dichiarato ed anche una dichiarazione di attualità, immagino…
Ho avuto per anni un trio e facevamo esclusivamente Jimi Hendrix. Non la considero una tribute band, il nostro era un omaggio alla maniera di approcciare di quegli anni. Le musiche e le canzoni venivano trattate come standard, canovacci da reinterpretare ogni volta… nessun concerto uguale all’altro. Il secondo disco di Hendrix “Axis: bold as love” potrebbe uscire domani ed essere considerato ancora avanti. Ogni canzone è stata punto di riferimento per innumerevoli artisti e musicisti ed è stata una porta per nuovi stili. È un disco secondo me non ancora eguagliato, paragonabile forse solo a qualcosa dei Beatles come innovazione, sperimentazione, cura delle canzoni e degli arrangiamenti. Così dovrebbe essere il “pop”…da classifica per intenderci.

Ma blues a parte, in “Tempi meravigliosi” ci sono anche altre influenze, come la musica brasiliana in Fortuna, “un blues cantato tra ballerine con le chiappe sode”. Anche qui c’è dietro un innamoramento per la bossa, il samba ecc… o è stata una cosa più umorale, insomma una derivazione del clima malinconico-saudade del pezzo?
La seconda che hai detto, anche se una passione per i vari Caetano Veloso, Gilberto Gil, Joao Gilberto, Irio De Paula la porto dentro.

Se poi dovessi dare al disco una collocazione temporale direi che è un lavoro piuttosto notturno. Ci sono atmosfere da club in orario di chiusura di Un giorno qualunque, quelle fantasmatiche di Altri vestiti. E’ la notte che ti ispira o che ti fa scrivere i brani?
È accaduto con Fortuna… tutto in una notte, il testo in pochi minuti senza fermarmi. Sembra sempre la cosa più giusta quando inizi e finisci un pezzo in poco tempo.

A “Tempi meravigliosi” hanno collaborato quasi tutti gli artisti che fanno parte del Collettivo Angelo Mai. Ci vuoi parlare di questa esperienza?
Tutto è accaduto nel teatro dell’“Angelo Mai”, un meraviglioso posto occupato, anzi “liberato dalle ortiche e dall’abbandono” come dice Pino Marino. Nei due anni trascorsi di attività musicali, teatrali, artistiche, umane, gastronomiche, etiliche, politiche l’Angelo Mai ha ospitato un gran numero di artisti e accolto un gran numero di spettatori. Ci siamo ritrovati spesso a suonare in feste fino all’alba con migliaia di persone e alternarci sul palco in totale sintonia e collaborazione con lo spirito di contribuire a qualcosa di simile alle grandi aggregazioni degli anni settanta. Una parte di questi artisti e musicisti si è guardata negli occhi e ha avuto voglia di fermare l’aria che si stava respirando. Cosi in tre giorni di registrazioni e riprese rigorosamente live è uscito fuori il disco “vol 1” del Collettivo ed è iniziato il nostro percorso di concerti: un’opportunità per tutti noi di scambio, di confronto e di collaborazione.

Nel tuo percorso però oltre al Collettivo Angelo Mai ci sono anche esperienze da musicista per il teatro. Tra queste la partecipazione allo spettacolo tratto da “Gomorra”, che continua tutt’oggi. Per concludere volevo chiederti che idea ti sei fatto sulla polemica riguardo la presunta cattiva pubblicità che l’opera di Saviano farebbe all’Italia.
Non credo ci sia stato bisogno di aspettare il libro di Roberto per fare cattiva pubblicità all’Italia: tra i temi trattati anche in “Gomorra”, la politica del nostro governo e tutto o quasi ciò che l’Italia esporta in questo momento storico, credo che il nostro pPese ce la stia facendo da sola a farsi una brutta immagine. Ho letto tanti articoli suoi e visto tante interviste, ho scritto la musica per la versione teatrale di “Gomorra” durante la quale ho avuto modo di conoscerlo di persona. Difendo e sostengo il suo operato, il suo coraggio, il suo sacrificio e non ci sono se o ma quando il messaggio è così forte.

(16/06/2009)

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