Come stai, Pierdavide?
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Pierdavide Carone

Ripartire dai fondamentali. Pensare al passato per costruire il futuro

Sono lontani i tempi in cui il ventunenne imberbe, e forse ancora ignaro degli spietati meccanismi della discografia, partecipava alla nona edizione di ‘Amici’ di Maria De Filippi. Un battesimo musicale, quello di Pierdavide Carone, che avveniva nelle acque edulcorate del tempio del mainstream. Ma il giovane cantautore romano entrava in scena a modo suo con il singolo “Una canzone pop”, critica ironica e non troppo velata ai cliché della musica commerciale. “In realtà – racconta Carone - Maria De Filippi è una delle poche persone che mi hanno reso libero. Dopo di lei c'è stato solo Lucio”. Dopo Lucio, tuttavia, la carriera ormai lanciata di Pierdavide Carone entrava in stallo. “Nanì e altri racconti”, prodotto da Dalla e pubblicato nel 2012, è infatti l'ultimo album del cantautore prima del suo ritorno discografico nel 2021 con Casa. In mezzo ci sono stati anni di incertezze, dubbi, ed esperienze dolorose. Ma la musica è una compagna fedele, che ti tiene a galla anche quando il mondo, intorno, sembra affondare. Abbiamo incontrato Pierdavide Carone al BRX Studio di Milano, dove insieme al produttore Marco Barusso ha realizzato molti dei brani contenuti nel suo ultimo disco.   

Come stai, Pierdavide?
Fisicamente sto bene... Un po' stanco ma bene. Moralmente non sto né bene né male. Forse perché ho tante cose da fare e quindi ho poco tempo per pensare. Però mi rendo conto che è una fase transitoria, perché prima o poi dovrò concentrarmi per prendere delle decisioni importanti per la mia vita e per la mia carriera. Entrare in un turbinio di cose da fare ti dà anche l'alibi per procrastinare.

Il 2021 è stato un anno importante per te. È uscito il tuo nuovo album “Casa”, un vero e proprio ‘ritorno a casa’ dopo nove anni di assenza e dopo un periodo difficile della tua vita. Immagino che per te sia stata una bella rivincita.
Sì, anche perché era diventato un progetto difficile da realizzare. Molti colleghi lamentano la mancanza di successo o la mancanza di comprensione. Nel mio caso il problema era la mancanza di possibilità, perché a meno che un artista non sia abbiente e possa autofinanziarsi, un disco ha sempre bisogno di qualcuno che creda che meriti di essere pubblicato. Era diventato difficile e surreale. A un certo punto ti sorgono dei dubbi e ti domandi: “Ma di colpo ho smesso di saper scrivere canzoni? Com'è possibile che non riesca a presentare dieci canzoni con cui un discografico qualunque possa dire: Ok, tiriamo fuori il disco?” Diciamo che questo è l'album del sospiro di sollievo.

“Casa” racconta il tuo percorso di crescita e di cambiamenti negli ultimi anni. Un viaggio musicale fatto di emozioni e di ricordi, che ha come fil rouge ‘La casa da cui tutto parte e a cui tutto ritorna’. Ma Casa non è solo un luogo fisico...
In effetti no. Casa è quello a cui sai di poterti aggrappare emotivamente quando vai troppo al largo e capita soprattutto se fai un mestiere nomade come quello del cantante o dell'artista in generale. Tendi sempre ad allontanarti perché hai bisogno di emanciparti dalle tue radici, perché sei curioso delle cose del mondo; però a un certo punto senti il bisogno di guardarti indietro e scopri che forse ti sei allontanato troppo. Come un bambino che conosce il mare e inizia a nuotare spingendosi sempre più in là, fino a quando non trova più il punto di riferimento per tornare a riva. Credo anche che tornare all'origine ti dia modo di evolvere verso qualcos'altro.

Il brano Caramelle, che hai realizzato in collaborazione con i Dear Jack, affronta il delicatissimo tema della pedofilia in modo incisivo, ma con una delicatezza quasi fanciullesca. È stato difficile trovare le parole giuste per raccontare questo tipo di storia?
In realtà no, le parole sono state facili da trovare, perché le parole hanno trovato me, come spesso accade quando scrivo. Semmai la difficoltà è stata quella di decidere se affrontare o meno la pubblicazione di questo brano. Per quanto mi riguarda scrivere canzoni è un processo molto semplice. Vengo ‘trafitto’ dalle parole, che a un certo punto si mescolano fino a diventare qualcosa che ha un senso. A volte quel senso può diventare un senso avverso, come una canzone di odio, e nel momento in cui succede hai due strade: ignori di averla fatta, così come ignori molte cose che scrivi, oppure la tieni. Questa canzone non meritava di essere buttata. Sapevo che era una bella canzone nonostante la tematica brutale.

 

Nelle tue canzoni emerge una spiccata capacità narrativa Cosa ti ispira? Parti sempre da esperienze personali o sei piuttosto un osservatore attento?
Credo che emotivamente ci sia sempre qualcosa di mio nelle canzoni, persino in quelle che non parlano di me. Tornando a Caramelle, ad esempio, non parla di me, perché fortunatamente non ho vissuto abusi, né direttamente né indirettamente; tuttavia una persona può essere abusata in altri modi, magari meno gravi. Però è l'emotività che mi spinge a raccontare delle storie che non sono necessariamente “me” o che sono altro da me. La ballata dell'ospedale è invece chiaramente autobiografica. Nanì e Caramelle non parlano di me in senso stretto, ma c'è comunque qualcosa di me lì dentro, perché scrivere canzoni, per quel che mi riguarda, è una specie di catarsi. È un po' come andare dallo psicologo.

Durante la pandemia, il tuo singolo Forza e Coraggio! è diventato una sorta di inno di speranza, anche se il brano è nato prima dell'emergenza sanitaria. Ad ascoltarlo sembra un'esortazione verso sé stessi e ben rappresenta la conflittualità che emerge in ognuno di noi nei momenti di sconforto. Tu da dove attingi la tua forza quando sei in difficoltà?
Devo dire che in questi due anni non è stato il Covid il centro dei miei problemi, perché purtroppo ci sono state altre cose che mi hanno colpito: la mia malattia, che fortunatamente ha avuto un esito felice, e poi la malattia di mio padre, che ha avuto un epilogo completamente diverso. Per me è stato un test. Io non avevo mai avuto una vita semplice, però la malattia e la morte sono cose talmente definitive che possono stroncare l'entusiasmo che una persona ha per natura. Nonostante questo mi sono reso conto che sono molto più corazzato di quanto non credessi. Penso che forse chi fa musica o arte in generale è più fortunato rispetto agli altri, perché ha qualcosa a cui aggrapparsi. Non che io non abbia avuto momenti di sconforto, però scrivere le canzoni e poi pubblicarle e rientrare in quel battage aiuta. Creare canzoni, come ho già detto, è un'esperienza catartica che ti pulisce dentro e quando non dà un senso al dolore comunque lo lenisce, perché chi fa arte lo fa in primis per se stesso, poi c'è tutto il resto: la TV, le radio ecc...

La tua identità musicale è sfaccettata e ha radici lontane nell'infanzia e nell'adolescenza. Nel tuo libro ‘I sogni fanno rima’ racconti  “Mentre i miei compagni di scuola si divertivano a spingersi e picchiarsi per dimostrare di essere dei veri duri, io mi rifugiavo nei 45 giri dei Beatles di mio padre. Mi ero persino fatto tagliare i capelli come loro e imitavo John Lennon davanti a uno specchio usando una scopa come microfono”. Quindi tra i Fab Four avevi una predilezione per Lennon?
Da piccolo sì, perché quando sei piccolo l'impatto visivo è più potente di tutto il resto e chiaramente l'iconografia di John Lennon è più forte rispetto a tutte le altre. Oggi però, da adulto, alla luce di tutto il percorso musicale e del mio background, devo dire che empaticamente sono più vicino a George Harrison, lo considero il mio Beatle preferito.

E Paul McCartney?
Paul è un po' come Leonardo da Vinci, lui non è in discussione, non è neanche in gara. Credo che Paul McCartney sia il più grande genio musicale del '900… È come Beethoven. Non empatizzi con lui perché è troppo!

Ma Pierdavide Carone ha anche un'anima rock. So che hai una passione per Ritchie Blackmore e per i Deep Purple...
Vero, perché il mio primo amore è stata la chitarra elettrica. Quando ami la chitarra elettrica e hai 15 anni vuoi fare sprigionare del rumore dal tuo amplificatore e i Deep Purple sono stati definiti il gruppo più rumoroso del mondo. Mi piaceva fare rumore, ma un rumore ʻcontrollatoʼ, perché amavo anche la tecnica. Considero Blackmore un pioniere, perché nell'era delle pentatoniche esasperate lui suonava già come Malmsteen. Era un alieno per il suo tempo.

In seguito ti sei appassionato ai cantautori. Quando si è accesa questa scintilla?
A un certo punto ho scoperto i cantautori. Ho scoperto il gusto della parola e credevo di essere pazzo, perché pensavo: “Com'è possibile che fino a ieri volessi scimmiottare Ritchie Blackmore e adesso leggo Fossati”. Poi invece mi sono reso conto che i miei cantautori preferiti (Dalla, Battiato, Fossati, Gaber) rispetto agli altri sono tutti dei grandi strumentisti. Ci sono anche i cantautori “alla Dylan”, che partono già da subito con un'impostazione cantautorale. Però, per quanto io ne riconosca la grandezza, sono quelli con cui lego meno. A me piacciono i cantautori musicali... Musicisti e musicali. Lucio Dalla era un grande jazzista, per esempio, e Battiato era un chitarrista che suonava nelle session prima di diventare il Battiato che tutti conoscono.

Secondo te qual è il ruolo di un cantautore oggi rispetto alle nuove generazioni, con le quali sembra esserci un divario sempre più ampio, a partire dal linguaggio utilizzato nelle canzoni, che appare sempre più criptico, quasi un codice da interpretare.
Da un certo punto di vista c'è una continua ricerca dello ʻstare nell'oggiʼ che io trovo esasperante. Non capisco, ad esempio, questo bisogno di parlare in ogni canzone di cose che hanno a che fare col telefono, come le stories, instagram, facebook o whatsapp, per risultare contemporanei. Come se questo fosse l'unico linguaggio comprensibile da chi scrive e da chi ascolta. Dall'altro lato, dato che io abito sopra un parco giochi, mi capita spesso di vedere i ragazzi di quindici o sedici anni sotto casa e cerco di carpire qualcosa dai loro discorsi, ma sono giunto alla conclusione che comunicano un po' come i primitivi, sono onomatopeici. Non dicono frasi con un senso ma tra di loro si comprendono. Probabilmente stiamo ritornando pleistocenici... In tutto questo, non so se il cantautore possa avere un ruolo, perché questo livellamento verso il basso parte anche dai cantautori e arriva fino all'indie. Il cantautore forse non è mai stato ascoltato dal sedicenne, quindi il fatto che ci sia uno scollamento tra il linguaggio di un ultratrentenne rispetto a chi ha la metà di quegli anni è anche nel gioco delle parti. Chi ascolta l'indie è diverso, perché è un po' più adulto. In genere si tratta di universitari fuori porta, quelli che un tempo ascoltavano Caparezza, che aveva delle cose da dire. Ma anche in questo caso c'è stato un livellamento verso il basso. Ti rendi conto che oggi molti artisti indie cantano il niente ascoltati dal niente, con la differenza che rispetto ai sedicenni o ai trapper hanno anche la spocchia, perché vengono da Università importanti e hanno le barbe filosofiche. Ma il messaggio alla fine non c'è. Ci sono solo gli slogan a effetto.

 

In un recente post sulla tua pagina facebook hai scritto: “Forse è vero, i cantanti non devono parlare di pace e guerra, cose di cui non sanno nulla. No, i cantanti non devono parlare, i cantanti devono cantare”. Perché hai sentito il bisogno di esprimere questo pensiero? Che cosa intendevi dire?
Premetto che è sempre difficile esprimere qualcosa sui social network, perché il fraintendimento è dietro l'angolo. Il mio post era una provocazione. Il fatto è che a chi ha “la spunta blu” viene sempre imputato qualcosa a prescindere. Non hai il diritto di dire la tua perché ti rispondono “pensa a cantare”. Il muratore che va al bar a bere dopo aver staccato dal lavoro ha tutto il diritto di dire cose anche qualunquiste, a volte, che si tratti di politica, di calcio, di donne, di TV. A lui è concesso perché non ha nessun tipo di potere apparente, per quanto poi vada a votare come tutti. Se però un cantante esprime un'opinione gli si dice “Pensa a cantare”. Un mestierante tecnico fa un altro tipo di lavoro, che non richiede necessariamente un'opinione, però se parliamo di un cantante, è filosoficamente sbagliato chiedergli di pensare a cantare, perché se dovesse solo pensare a cantare potrebbe scrivere solo canzoni sul cantare. Non potrebbe scrivere di nient'altro. È sbagliato chiedere a chi fa arte di smettere di avere opinioni, perché è normale che la quotidianità generi in lui un'opinione. Qual è la differenza tra un'opinione su facebook, anche se sto scrivendo in parafrasi, e una canzone? L'opinione è implicita nella canzone, anche se c'è la narrazione che fa da schermo. Pare che questo sia stato completamente dimenticato. Pensa se a John Lennon avessero detto “Pensa a cantare invece di pensare alla pace!”

Prima di addormentarti, una delle canzoni presenti nel tuo ultimo disco, può avere diverse interpretazioni e tu stesso non ne hai chiarito il significato. Perché hai scelto di lasciare questo alone di mistero?
Ricordo bene a cosa stessi pensando quando l'ho scritta, ma stranamente, rispetto ad altre mie canzoni precedenti è ermetica, perché nessuno di quelli che mi hanno detto di averla capita mi ha dato la risposta che mi aspettavo; allora ho deciso di lasciare a chi la ascolta la libertà di interpretarne il senso. Detto questo, non mi considero un cantautore ermetico. Non scrivo alla De Gregori, per capirci. Mi riferisco soprattutto al primo De Gregori, che è stato forse il cantautore italiano ermetico per eccellenza. Quando mi sono reso conto che il significato di questa canzone non era chiaro ho deciso di bollarla come “ermetica” e comunque non credo che tutto debba essere per forza parafrasato. Mi viene in mente Neruda, che diceva: “Quando la spieghi, la poesia diventa banale”.

Hai sempre avuto un'indole ironica e goliardica. Tanto che presentasti Una canzone pop, brano che prende di mira l'industria musicale, proprio ad ‘Amici’, il regno del mainstream. Ti sentivi limitato in quel tipo di contesto oppure hai un ricordo completamente positivo?
Diciamo che ho messo le mani avanti. Infatti l'ho portata al provino proprio perché mi aspettavo di farmi sbattere fuori. Invece devo dire che Maria De Filippi è una delle poche persone che mi hanno reso libero (qui una foto di repertorio di quel periodo). Dopo di lei c'è stato solo Lucio. Nell'industria discografica, per dirla alla Battiato, non ho ancora trovato il mio centro di gravità permanente, perché in tutti i posti in cui sono stato alla fine mi sono sentito un po' costretto. Invece ad ‘Amici’ ho fatto tutto quello che volevo e il mio disco più sincero, a parte quest'ultimo, resta probabilmente “Una canzone Pop”, perché è un disco libero. Ci sono delle canzoni che oggi non canto neanche più perché mi creano un po' di imbarazzo, dato che a vent'anni hai un linguaggio e a trentatré ne hai un altro, è inevitabile. Ma per quanto sia ingenuo è sicuramente un disco libero e il merito è in parte di Maria.

Parlando di persone ironiche, ce n'è una che tu hai conosciuto piuttosto bene. Mi riferisco ovviamente al grande Lucio Dalla, di cui il primo marzo ricorreva il decennale della morte. Il ricordo di una persona, indipendentemente dalla sua fama, è molto soggettivo e quando si pensa a qualcuno che non c'è più ci sono parole da lui (o da lei) dette che restano impresse nella memoria. C'è qualcosa che ti disse Dalla a cui ti capita di pensare?
Le cose che mi fanno sorridere quando penso a Lucio sono i suoi insulti a fin di bene, perché a volte non ottenevo il risultato che si aspettava da me (e che anche io alla fine volevo ottenere). Me ne ricordo due in particolare. Il primo risale a quando stavo registrando il brano Vuoto cosmico. Non stavo cantando bene e lui a un certo punto se ne uscì con “Sembri proprio una signorotta borghese inglese”. Io lì per lì ci rimasi male, ma siccome sono un tipo piuttosto competitivo, capii cosa volesse dire e cercai di rimediare. Alla fine Vuoto cosmico rimane la mia migliore performance vocale su una registrazione e ogni volta che la sento penso agli ‘insulti’ di Lucio usati per spronarmi a dare il meglio di me. Il secondo ricordo mi riporta a quando si stava pensando alla tracklist del disco. La mia idea era quella di aprire con il Twist del Sud, che con il senno di poi considero una canzone minore, ma all’epoca ci credevo. Infatti era quella che avevo fatto ascoltare a Lucio nel nostro primo incontro, dove era in ballo il fatto che lui mi producesse il disco, e quindi era in ballo la mia carriera. Me l'ero giocata malissimo. Menomale che ebbe la pazienza di arrivare fino al terzo pezzo, perché sennò, forse, non saremmo neanche qui a parlare di tutto questo. Insomma, mi ero ostinato su questa maledetta canzone, perché a volte i cantanti si fissano sulle cose, e lui mi disse: “Il tuo problema è che pensi troppo e lo fai anche male”. Lucio era tagliente, però aveva ragione.

E tu cosa gli diresti, oggi, se fosse ancora qui?
In questo preciso momento avrei tante cose da chiedergli e penso che lui avrebbe le risposte che cerco, perché sono in un momento cruciale della mia vita e della mia carriera e ho tante domande a cui dovrò trovare delle risposte. Anche lui lo ha dovuto fare. C'è stato un punto della sua vita in cui era a un bivio, perché il bivio arriva per tutti. Magari il problema si risolve e tra due o tre anni siamo qui a parlare sotto un'altra prospettiva, però avere uno come Lucio Dalla vicino, che ci è già passato e che ne è uscito palesemente vincitore, aiuterebbe molto.

Mi piacerebbe concludere questa intervista con un classico gioco. Nel celebre film di Richard Curtis “I Love Radio Rock”, mentre la nave sta affondando, Dj Bob si butta in acqua per cercare di salvare i suoi vinili. Se tu fossi in una situazione simile e potessi salvare solo tre dischi, quali sarebbero?
Domanda difficile, ce ne sarebbero molti da salvare, però se dovessi sceglierne solo tre direi “Sgt. Pepper's”, anche se il disco dei Beatles a cui voglio più bene è “Abbey Road”. Sceglierei “Sgt. Peppers's” perché è un disco decisivo per la storia della musica contemporanea, non puoi non salvarlo... anche la copertina va salvata. Poi “The Dark Side of the Moon”. Anche in questo caso non è il disco dei Pink Floyd a cui voglio più bene - perché l'album a cui sono più legato è “Wish You Were Here” - però “The Dark Side of the Moon” (e quel prisma in copertina…) è troppo importante. E infine “Lucio Dalla”. Uno che non conosce la discografia di Lucio Dalla e mette su quel disco pensa che sia un best of, perché le canzoni che contiene sono tutte famose... Dentro ci trovi L'ultima luna, Stella di mare, L'anno che verrà, Anna e Marco. Un disco totale.

 

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