ultime notizie

Arriva a Brescia il Festival Viator

Approda a Brescia l’8ª edizione del FESTIVAL VIATOR e lo farà con un concerto che si terrà Venerdì 25 novembre nel Tempio Valdese di Via dei Mille, 4. Un ...

Saverio Grandi

Non sono un poeta ma un pusher di emozioni

«Le mie canzoni vengono fuori così, in modo istintivo. Spesso nascono in cinque minuti » e se ad affermarlo, senza mezzi termini, è Saverio Grandi, non c'è da stupirsi. Compositore, cantautore e produttore discografico, Grandi è annoverato fra gli autori più prolifici della scena musicale italiana, con oltre 250 canzoni pubblicate dall'87 ad oggi e grandi successi composti per artisti altrettanto noti: Eros Ramazzotti, Vasco Rossi, Gianni Morandi, Patty Pravo, Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Raf, Stadio e molti altri. Portano la sua firma brani come “Un Senso” (nastro d'argento per la miglior canzone originale), “Benedetta passione” (uno dei singoli che è valso alla Pausini il primo Grammy Award) e “Un giorno mi dirai”, con cui gli Stadio si sono aggiudicati lo scettro della vittoria nell'ultima edizione del Festival di Sanremo. Eppure il musicista emiliano non è uno che ama prendersi troppo sul serio. Lo si capisce sin dalle prime battute della nostra intervista. I modi cordiali e il tono serafico delle risposte rendono ancora più schietta quella vena ironica che riesce a strapparti un sorriso quando meno te l'aspetti. Ma il suo sguardo è attento e sembra costantemente animato dalla curiosità di chi scruta gli altri in cerca di un appiglio per la fantasia, forse per immaginare nuove storie e nuove canzoni che prenderanno forma di lì a breve.
Tra aneddoti ʻconvivialiʼ e riflessioni amare, Saverio Grandi ci ha parlato di musica e di creatività, senza risparmiarsi alcune critiche pungenti verso le degenerazioni dei Talent Show e della discografia italiana. 

Saverio Grandi: compositore, cantautore, produttore discografico. Ti si può definire un professionista poliedrico delle sette note. Ma come nasce il tuo amore per la musica ?
Premetto che io non amo solo la musica ma l'arte in generale, soprattutto il cinema, il teatro e la letteratura. La mia passione per la musica nasce da bambino, quando ho iniziato a prendere lezioni di chitarra. Ho proseguito poi questo percorso iscrivendomi al conservatorio, dove mi sono diplomato in chitarra classica. Nella mia testa c'è sempre stata l'idea di fare qualcosa in campo artistico. Oggi, purtroppo, la musica non ha più molto a che fare con l'arte, ma quando io ho iniziato, alla fine degli anni '80 (e soprattutto prima, negli anni '60 e '70), tutto era diverso. Fare musica era una delle possibilità che mi ero dato. In principio volevo diventare uno sceneggiatore, perché mi piace raccontare storie, inventare, fare nascere i personaggi. Premetto che sono soprattutto un musicista. Ciò significa che non scrivo solo le parole, al contrario di quello che molta gente pensa, ma in primo luogo compongo musica. Però scrivere canzoni ha unito le mie esigenze espressive, perché la forma canzone ti permette di raccontare una storia attraverso la musica.

Ricordi la prima canzone che hai scritto?
La mia prima canzone ʻfamosaʼ, stando a quanto dicono i miei amici, si chiamava “Belle le sere”. Pare che fosse una canzone scritta per una ragazza conosciuta in un campeggio parrocchiale. Ma avevo dodici anni, ero praticamente un bambino. Pare che fossi molto ispirato ed è diventata una sorta di leggenda metropolitana. Io non la ricordo più ma i miei amici sì. Questa canzone è diventata una specie di tormentone, ma solo per la tradizione orale, perché non ci sono prove che sia mai stata scritta. Potrebbe essere una grande bugia, una grande truffa del rock'n'roll. A volte capita che gli amici me la cantino ancora alle cene: “Belle le sere tornate a sognare”, faceva più o meno così. Ma la cosa grave è che non ricordo nemmeno a chi l'avessi dedicata. È passato troppo tempo.

Tornando al presente e considerata l'esperienza che hai maturato in questi anni, potresti spiegare a noi ʻprofaniʼ come si crea una buona tessitura tra musica e testo? Hai un modus operandi? Gioca maggiormente l'istinto o la tecnica?
Le grandi canzoni, nel mio caso- e sottolineo nel mio caso - vengono fuori in modo istintivo. Io non so scrivere a ʻtavolinoʼ. Posso scrivere una canzone decente a tavolino. Ma in questo può riuscire chiunque, basta avere un minimo di conoscenza relativa al songwriting. Oggi, nella maggior parte dei casi, le canzoni pop hanno un testo che non dice nulla e le parole sono diventate una sorta di accessorio. Si tratta quasi sempre di amori in bilico, in cui non si capisce se i due si lasciano, si ʻprendonoʼ ecc..ecc...Si riduce tutto a un tentativo di poetare sul nulla. Le melodie sono tutte più o meno in linea con la nuova scuola americana. Sono note ribattute all'infinito nel raggio di una terza maggiore. Roba che può fare chiunque. Nel mio caso, le canzoni più importanti (che son circa una decina) sono tutte ʻfiglieʼ di un'emozione autentica e personale, perché io scrivo bene così, nel senso che se voglio dire qualcosa la dico e anche bene. Se invece non ho niente da dire, come può capitare, allora posso scrivere una canzone gradevole ma non un brano che farà la differenza e che verrà ricordato.

Chi è la prima persona alla quale fai leggere ciò che scrivi?
Una volta facevo ascoltare ciò che componevo, anche in forma embrionale, alle persone a me più vicine. Adesso non faccio leggere niente a nessuno. Anche perché in genere una canzone che mi piace la scrivo in dieci minuti, sebbene il processo di produzione del demo sia un lavoro lungo per me, se consideri che sono pigro. Io non nasco produttore. Ho fatto il produttore degli Stadio e anche di altri artisti, ma è una cosa che trovo faticosa, mentre scrivere mi piace molto. Occuparmi degli arrangiamenti con gli archi, delle rifiniture, eccetera, al contrario, è un lavoro che mi stanca.
Tornando al discorso, adesso non amo più fare ascoltare le mie cose, preferisco tenerle da parte. Ci sono dei brani che avevo dimenticato di aver scritto, perché erano legati a un momento preciso e, passato quel momento, mi ero dimenticato anche della canzone.
Sono un po' strano, non sono un autore di quelli che si alzano al mattino e lavorano dalle 9 alle 17. Io in genere aspetto l' ”intuizione”, più che cercarla. È molto importante, in questo senso, essere circondato da persone e da situazioni che siano in grado di fornirti le intuizioni giuste. Perché in caso contrario, per quanto mi riguarda, non accade nulla.

“Un senso”, da te scritta con Vasco Rossi e Gaetano Curreri nel 2004, vince il nastro d'argento come miglior canzone originale. Qual è stata la genesi di questo brano?
La genesi è molto semplice. Vasco aveva dato a Gaetano Curreri le prime sei righe del testo della canzone e io e Gaetano, che eravamo ad Acquapendente in uno Studio di registrazione, le abbiamo musicate al pianoforte. In seguito abbiamo scritto tutta la musica rimanente. Vasco ha scritto il resto del testo e la canzone ha preso vita.
Lo spunto è stato fondamentalmente questo foglio semi-bianco con le sei righe scritte da Vasco Rossi e quelle sei righe erano già illuminanti. Anche in questo caso la canzone è nata in tempo reale, nel senso che abbiamo impiegato circa cinque minuti per scriverla. Quando hai qualcosa dentro è così. Ti faccio un esempio: se io ti devo dire una cosa importante non vedo l'ora di dirtela. Se io sono innamorato di te, magari non so come dirtelo, ho paura di sbagliare il modo e sono molto emozionato, ma nel momento in cui decido di farlo vengo sotto casa tua e te lo dico.
Nel mio caso è così, almeno nei brani che fanno la differenza. Io ho pubblicato circa trecentocinque brani e più di cento singoli, ma nel mezzo non ce ne sono tanti che la gente ricorda. Se ne ricordano una ventina e quei venti sono ʻfigli di qualcosaʼ, non son nati a tavolino.

Qual è stata la circostanza più strana in cui hai concepito l'idea per una nuova canzone?
La circostanza più strana forse è proprio quella in cui è nato il brano che ha vinto Sanremo, “Un giorno mi dirai”. Una sera non riuscivo a dormire e mi è venuta in mente l'immagine di mia figlia che soffriva per amore. Mia figlia ha dodici anni e l'ho immaginata ventenne che veniva da me a raccontarmi questo dolore. Siccome sono molto legato a mia figlia (anche a mio figlio, ma lui ha ventidue anni ed è un maschio), ho immaginato questa situazione e ho pensato di scriverci sopra una canzone. È stato strano, perché quel brano è nato da un'emozione molto negativa, che  mi ha dato lo spunto per scrivere una canzone positiva, dove si dice che l'amore va vissuto qualunque cosa porti con sé, anche se può causare dolore o dispiacere. Io sono convinto che gli amori vadano vissuti. Se è vero che ci si innamora mediamente quattro o cinque volte nella vita, quando accade è giusto vivere quelle emozioni. 

Parlami del tuo background cantautorale..
Io ho sempre ascoltato tutta la musica del mondo. Sebbene abbia sempre preferito la musica americana o inglese, in Italia ho dei super idoli che sono Lucio Battisti, Pino Daniele, Lucio Dalla, Eugenio Finardi (che è uno dei miei preferiti), Vasco Rossi e tanti altri…Ma anche artisti un po' più particolari e meno conosciuti come Claudio Rocchi. Tutta una serie di cantautori marginali che trovo molto interessanti. 

C'è un brano che ami particolarmente e che avresti voluto scrivere tu?
Fra le canzoni italiane, se escludiamo tutte quelle di Battisti, ti direi ”I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero, scritta da Maurizio Fabrizio e Guido Morra.
Avrei voluto scriverla perché mi sembra una di quelle canzoni che lasciano il segno, un segno fatto con l'aratro, per intenderci. Una canzone vera e importante. È un brano struggente ma al tempo stesso positivo. Fra le canzoni straniere ce ne sono tantissime. La prima che mi viene in mente è “Heroes” di David Bowie.

Se invece ti chiedessi il titolo della canzone peggiore che tu abbia mai ascoltato, immagino che non mi risponderesti...
Non faccio nomi ma potrei dirtene molti. Credo che l'ultimo decennio musicale, soprattutto italiano, sia stato terrificante. I talent stanno facendo veramente un disastro che non si sarebbe mai immaginato. Io ho collaborato per tanto tempo anche con “Amici” e con “X Factor”. Ho anche vinto (come autore) diverse edizioni, ma oggi non riesco più a guardarli, non perché mi stiano antipatici i vari conduttori, bensì perché in questi format c'è molta finzione. Poi, paradossalmente, i ragazzi non sono più in gara, sono in gara i giudici. Non pensavo che sarebbe successo tutto questo. Spero che prima o poi gli autori si rendano conto che questo significa andare alla carneficina.
Quindici anni di talent musicali hanno ucciso cinquecento anni di arte in musica. Chiamare "talenti" dei dilettanti che non sanno nemmeno dove sia un do sulla tastiera del piano ha confuso "leggermente" le acque e ha permesso alla discografia di fare ancora meno promozione di prima.
Se la musica avrà un futuro - e parlo di musica e non di intrattenimento per fans senza immaginazione - sarà dal vivo, per le strade delle città del mondo. Del resto è da lì che viene Ed Sheeran. E anche Sam Smith ed Adele non sono lontani dal concetto. Comunque, solo per essere chiari, in quindici anni di talent abbiamo visto passare in TV circa quattrocento aspiranti star. Ce ne ricordiamo a malapena cinque o sei. Gli altri Talenti, così definiti da eccitati presentatori o giudici in disarmo dove sono finiti? A lavorare, e meno male.

Che consiglio daresti a chi vorrebbe cimentarsi nello scrivere canzoni?
Oggi, ciò che può fare veramente la differenza è conoscere la musica. Saper suonare uno strumento bene, ad esempio suonare la chitarra come Ed Sheeran, fa la differenza. Un'altra cosa che penso è che il mestiere serve, devi ascoltare tutto e devi capire come gli altri fanno le canzoni. Ma soprattutto - come diceva Fabrizio De André - bisogna vivere, perché se non vivi non hai niente da dire. A me fa ridere chi si da' un tono quando scrive un testo. Noi siamo solo degli artigiani e lo dico col massimo dell'umiltà. Montale e Ungaretti erano poeti. Noi non siamo poeti, né io né Vasco né Ligabue... Siamo persone che scrivono delle cose belle. Certi miei colleghi si circondano di un'aura da intellettuale, ma bisogna anche sdrammatizzare, serve un po' di auto-ironia. Siamo già fortunati a fare questo lavoro e non è il caso di darsi un tono. Preferisco pensare che noi siamo dei “Pusher di emozioni” perché in fin dei conti spacciamo emozioni. Ho mutuato questa espressione da una persona a me cara e me ne sono appropriato perché mi piace molto. Io cerco di ʻspacciareʼ la roba migliore, anche se a volte la “taglio male”, (passami l'espressione) e viene fuori qualcosa di poco bello. 

Hai qualche progetto per l'immediato futuro?
Dopo esser tornato da Sanremo ho avuto il classico ʻblocco dello scrittoreʼ... Poi ho ripreso a scrivere e sto lavorando bene. Non so cosa succederà, ma qualcosa accadrà.

 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento