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Bobby Solo

Non solo lacrime sul viso

Conversando con Bobby Solo su Tony Joe White, l’America e (ancora) tanta voglia di suonare.
Ho avuto la possibilità di parlare con Bobby Solo per la presentazione di Good in Blues vol.1, suo ultimo EP dedicato a Tony Joe White. Purtroppo, considerati i tempi che stiamo vivendo, l’intervista è stata solo telefonica, mi auguro però che una volta sconfitto il Covid, avremo modo di vederci per continuare la nostra piacevole conversazione. 

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Come mai la riproposizione di un personaggio come Tony Joe White, sicuramente molto considerato in ambito country ma non così famoso al grande pubblico.
Sono un grande appassionato di country music e di musica blues, ho amato molto l’Elvis del primo periodo, meno quello del così detto periodo di Las Vegas con troppi lustrini e superproduzioni. Da sempre ascolto e colleziono Johnny Cash, Willie Nelson, John Lee Hooker e molti altri. Ecco, io penso che in questo Paradiso musicale ci sia posto anche per Tony Joe (qui sotto nella foto). Ho avuto modo di conoscerlo anni fa al festival di Mendrisio in Svizzera e mi ha colpito la sua bravura e la sua umanità. Quando mi si è presentata l’occasione - e ringrazio ancora per questo il produttore Cristopher Bacco e l’etichetta AMS Record che hanno avuto fiducia in me - mi è sembrato giusto far conoscere anche in Italia questo importante personaggio. Tony Joe White è scomparso due anni fa, ma in America è ancora molto amato perché le sue canzoni sono entrate a far parte del repertorio popolare.

Tony Joe aveva scritto anche dei brani per Elvis...
Sicuramente la sua composizione più nota è Polk Salad Annie – la polk salad è un piatto tipico delle regioni del Sud negli Stati Uniti – e questa canzone delineava con semplicità le caratteristiche di una bella ragazza cresciuta in quell’area. Elvis ne comprese appieno il significato, anche lui veniva dal Sud, e la portò al successo. Tony Joe aveva una voce baritonale bellissima – basta andare su YouTube e si trovano splendidi duetti tra lui e Johnny Cash tratti da programmi televisivi - e una abilità chitarristica di prim’ordine. Secondo gli esperti della sei corde la sua tecnica ispirò sia J.J. Cale che Mark Knopfler dei Dire Straits. White però aveva una particolare caratteristica, era conscio delle sue doti ma conosceva bene anche l’industria discografica. La sua paura era quella di farsi stritolare dagli ingranaggi del successo e per questo cercò sempre di limitare le sue azioni, senza trarne vantaggio come altri avrebbero potuto fare al suo posto.
Ti racconto solo un episodio: quando Presley presentò a Las Vegas Polk Salad Annie White era presente tra il pubblico. Gentilmente Elvis lo invitò sul palco a condividere la canzone ma il Nostro declinò l’invito. Forse temeva la macchina infernale che portò al successo e distrusse poi il grande Presley. Non voleva apparire, non voleva sfruttare l’occasione. Si accontentava perché probabilmente voleva salvarsi la vita. Avendolo visto in concerto posso dirti che il suono della sua chitarra era unico e la sua tecnica e il suo timbro vocale erano davvero regali di Dio. Usava delle chitarre molto elaborate con overdrive (distorsore del suono) e wha wha (effetto musicale simile a un vagito per questo detto anche cry baby) e quello che otteneva era un suono acido molto particolare. Quando l’ho visto io usava una Stratocaster nera collegata ad amplificatore valvolare Fender modello Hot Rod DeVille. Inoltre, utilizzava uno speciale pick up con una resa timbrica davvero unica. Per gli appassionati di chitarra era qualcosa di speciale e aveva un suono fantastico.

Ma lui non si limitava solo al country …
Nella sua musica c’erano influenze blues e molto gospel. Uno dei brani che io ho registrato si intitola Backwoods Preacher Man ed è una preghiera laica. Per me è una canzone bellissima. Tony Joe amava molto - oltre ai cantanti country a cui si sentiva molto legato - anche Junior Parker, Big Billy Broonzy e Dean Martin. Non dimentichiamo poi che White scrisse dei successi per Tina Turner come Undercover Agent for the Blues e altre canzoni presenti nell’album Foreign Affair del 1989.

Tu sei stato più volte negli Stati Uniti…
Sì, molte volte. Pensa che durante la mia carriera ho fatto 28 tournee in America con Little Tony, Rita Pavone e altri colleghi, ma a differenza degli artisti europei che oggi vanno solo in due o tre grossi stadi, noi attraversavamo il Paese in macchina, Stato per Stato. Oltre l’America visitammo anche l’Australia e l’America Latina. È stato un periodo bellissimo.
Essendo un appassionato di musica quando ero in tour in America ed arrivavo in una grossa città, prima di andare in albergo, giravo nei negozi di dischi, mi facevo dare la classifica dei primi 50 album e li compravo tutti. Era un modo per capire i nuovi suoni e le tendenze del momento. Nella mia vita ho speso molti soldi in dischi ma non mi pento assolutamente. Molti anni dopo in Italia comprai dalla Ricordi, che voleva disfarsi del magazzino, circa 500 album di musica varia. Soldi ben spesi.

Come nasce Good in Blues? È indicato volume uno, ci sarà quindi un seguito?
Questa produzione nasce dalla passione di Chris Bacco – se trovi una sua foto lo potresti scambiare per Rick Rubin, il grandissimo produttore americano – che è riuscito a coinvolgere nel progetto un gruppo di bravi musicisti. Avevamo poco tempo perché come sai i costi degli studi di registrazione sono alti ma tutti gli strumentisti, che provengono dall’entourage di Elisa, sono stati superlativi.
Abbiamo inciso in diretta, come si faceva un tempo: niente click (metronomo meccanico), niente diavolerie tecnologiche, niente suoni stereotipati. Ho bisogno di batteristi veri, che tengano il tempo o meglio che abbiamo un senso del ritmo che io chiamo fluente. Non mi interessano i robot, per questo penso che i batteristi rock siano migliori di quelli jazz, per me troppo precisi. Io devo sentire il groove.

Come hai scelto i brani di questo EP?
As the crow flies è uno dei brani più noti di White, ne esistono ottime versioni eseguite da Rory Gallagher, dagli Animals e da Johnny Winter. È una splendida canzone d’amore. Il termine As the Crow Flies si potrebbe tradurre con in linea d’aria ovvero la via più diretta e parla di uomo che vuole tornare a casa a rivedere la sua donna nel minor tempo possibile. Backwood Priest invece racconta la storia di un prete che lavorando per il Signore / cerca di fare buone cose. Siamo sempre nelle terre dell’Arkansas care a Tony Joe. L’EP si chiude con Why Me Lord dove un peccatore si chiede perché io Signore, cos’ho fatto io per meritarmi tutto il bene che mi vuoi. Questa canzone non è di Tony White ma è stata scritta da Kris Kristofferson, un altro grande songwriter, e la canzone, pubblicata nel 1973 e incisa nell’album Jesus Was a Capricorn, è stata da sempre nel repertorio di Elvis, Johnny Cash, Merle Haggard ed altri artisti. Infine il brano (You’re gonna look) Good in Blues, che dà il titolo all’EP, a mio parere è il manifesto sonoro del torrido blues amato da Tony Joe White. Sì, sono molto contento e molto orgoglioso di questo lavoro.

 

Parliamo adesso un po’ della tua storia artistica. Tu esplodi a sorpresa nel lontano 1964, al Festival di Sanremo con Una lacrima sul viso; non arrivi a conquistare la vittoria ma il tuo disco venderà più di un milione di copie.
Come spesso capita nella vita quel successo fu dirompente ed io nella mia timidezza di ragazzo diciannovenne rimasi folgorato e attonito. Non se lo aspettava nessuno, né i discografici né tantomeno io. A differenza dei miei colleghi, ad esempio Morandi e la Pavone, che iniziarono ad esibirsi giovanissimi nelle feste patronali o nei circoli politici, io non avevo una lunga gavetta alle spalle. Ero inerme di fronte al grande pubblico e al successo, considera poi che la mia famiglia non pensava di avere un artista in casa. Il mio nome d’arte nasce dal fatto che mio padre, dirigente d’industria, non voleva che ‘Satti’, il cognome della famiglia, fosse dato in pasto al pubblico e la leggenda vuole che la scelta del mio nome, a cui in parte devo la mia fortuna, sia nata dall’errore di una segretaria della casa discografica che rispondendo ad una telefonata le specificarono che il mio nome era Bobby, solo Bobby. Diligentemente la ragazza prese nota e mi segnò come Bobby Solo.
Una lacrima sul viso è una mia composizione di cui avevo scritto anche il testo – forse dietro a quella duna / c’eri tu la mia fortuna – che, fortunatamente, non piacque in Ricordi. E così sulla Renault 4 di Mogol ci recammo insieme in sala di registrazione per incidere il brano. Chiesi a Mogol Hai preparato il testo? e lui mi rispose candidamente No, ma lo facciamo insieme in auto.
Partimmo da Via Berchet, sede della Ricordi e arrivammo in Via dei Cinquecento, in zona Corvetto a Milano, in totale saranno circa 7 km. Il tragitto durò circa mezz’ora e in quel breve spazio di tempo Mogol scrisse di getto il testo della canzone, devo dire molto più bello del mio. Mogol per me è un genio, anzi un Genio.

Pensavo che tu abitassi a Roma…
Sono nato a Roma, ma ho vissuto per alcuni anni a Milano. Una lacrima sul viso è nata in Via Frua (vicino a Via Washington, zona Fiera) e la canzone piaceva molto a mia madre. Ho frequentato prima il Liceo Beccaria e poi il Liceo Longone e nella mia scuola ho conosciuto Gino Santercole e alcuni componenti dei New Dada. Le prime esperienze musicali le ricordo ancora con Franz Di Cioccio, detto l’Alain Delon della Bovisa, ed altri amici. Suonavamo per 1500 lire a concerto e spesso eravamo ospiti graditi nei locali dell’UDI (Unione Donne Italiane), un’associazione proto-femminista.

Ancora un paio di cose su Una lacrima su viso. Ricordo di averti visto, immediatamente dopo il Festival di Sanremo, quindi sempre nel 1964, alla Rinascente di Milano. Stavano allestendo un intero piano del grande magazzino e lì organizzarono un incontro con te. Io avevo undici anni e insieme a mio padre eravamo in Piazza Duomo, decidemmo di partecipare a questo evento abbastanza improvvisato. Stretto alla mano di mio padre, entrammo in questa vasta sala piena zeppa di ragazze e signore. Tu firmavi delle cartoline promozionali ed eri pallido in volto, magro e molto, molto spaventato. Fu il mio primo impatto con il mondo discografico.
Anch’io ho dei vividi ricordi. Tu dici che ero spaventato? No, ero realmente terrorizzato. Prova a pensare ad un ragazzo come tanti, timido come tanti, che si trova dall’oggi al domani in mezzo ad una confusione incredibile. Dopo quell’incontro alla Rinascente ce ne fu un altro nel negozio della Ricordi, all’epoca in Via Montenapoleone. Lì l’ambiente era più piccolo e non era adatto a contenere molte persone. La conclusione fu che la gente – parliamo soprattutto di ragazze - distrusse il locale. Si, ero giustamente terrorizzato.

Ultima riflessione su questo brano per te così importante, era una tua composizione ma fu firmata da altri…
Vero ed anche questo fu frutto della mia inesperienza. Mi avevano detto che non avevo l’età per iscrivermi alla SIAE, avevo solo diciotto anni ed ero molto ingenuo. Non era vero, mi mentirono. Per poterla presentare a Sanremo il brano fu firmato da Mogol come paroliere e da Lunero, nome d’arte del maestro Iller Pattacini, per la musica. Per molto tempo cercai di farmi ridare i soldi della SIAE che venivano incassati dal maestro Pattacini ma lui si era trasferito in Brasile e nessuno, per anni, fu in grado di rintracciarlo. Devo allo scrupoloso lavoro di ricerca di Red Ronnie e all’azione legale dell’avvocato Vittorio Costa, il rimborso almeno parziale del maltolto. Il Maestro riconobbe la (mia) paternità del brano e dagli anni Novanta ricevo i contributi SIAE per questa canzone (qui in alto la copertina, collezione privata). Però in Italia siamo ancora insufficienti nel garantire i diritti agli autori. Pochi mesi fa, per una serie televisiva andata in onda recentemente su Netflix - Baby ovvero la storia di prostitute minorenni che frequentavano i Parioli - hanno inserito Una lacrima sul viso nella colonna sonora senza contattarmi e senza pagare i diritti.

Tu hai frequentato molto l’ambiente musicale milanese?
Sì lo conoscevo bene, oltre a Franz Di Cioccio mi ricordo che per l’incisione di Non c’è più niente da fare all’organo Hammond vi era Demetrio Stratos. La canzone ebbe un grande successo anche perché fu scelta come sigla finale di un ciclo di nove episodi, Tutto Totò, dedicati all’artista napoletano.

Prima ci parlavi delle varie tournée in giro per il mondo. Più in generale che tipo di esperienze hai avuto all’estero?
Il mio successo lo devo moltissimo a Una Lacrima sul viso ma sono sempre stato attratto dalla musica che proveniva dall’America e dall’Inghilterra. Avevo conosciuto gli Yardbirds al Festival di Sanremo nel 1966 e in seguito andai a Londra per due settimane ospite di Jeff Beck – uno dei più grandi chitarristi rock, all’epoca lead guitar degli Yardbirds - che mi insegnò a suonare la chitarra con lo stile fingerpicking, ovvero suonare le corde solo con le dita senza l’uso di plettri. Aveva una chitarra Squier, un modello della Fender, con corde molto sottili ed un suono meraviglioso. Ricordo che fui per lungo tempo ospite dell’Hotel Mayfair all’epoca frequentato da George Gomelsky, Marianne Faithfull, Julie Driscoll e in quell’ambiente ho forse fatto la più grande fesseria della mia vita … è uno scoop, sei pronto?

Non perderò una sillaba…
Era il 1965 e dopo il grande successo in Patria probabilmente pensavo di essere diventato un mostro della canzone. A Londra incontro Dick James, controverso editore dei Beatles prima e di Elton John in seguito. Mi piace la tua voce – mi disse – voglio farti sentire un brano di Paul McCartney. Andammo in Oxford Street e per la prima volta ascoltai Michelle. Non fa per me- dissi – poi il testo in francese, non mi convince. Si può essere più imbecilli?!

Quando incontrasti Johnny Cash?
Avvenne a Ramstein, base aerea americana nel sud ovest della Germania in un club frequentato dai G.I., i soldati dell’esercito e dell’aviazione. Li potei assistere ad un concerto di Carl Perkins e June Carter, moglie di Cash. Per ultimo si esibì Johnny, alto imponente, di nero vestito con una chitarra Martin nera, bellissima. Ogni artista interpretava tre brani oltre alla jam session finale. Cash eseguì tre gospel e fu uno dei più concerti più emozionanti a cui io abbia mai assistito.

Oltre ad essere appassionato di dischi, di chitarre ti interessi di impianti e tecniche di registrazione.
Per anni ho avuto uno studio sulla via Aurelia nella periferia di Roma. Mi piaceva fare le cose in grande e per la prima volta in Italia acquistai un banco Neve, un mixer ad altissima tecnologia. Nel mio studio registrammo importanti album per artisti come Alan Sorrenti, Napoli Centrale, Loy & Altomare, Umberto Tozzi, Patty Pravo e molti altri. Poi grazie al produttore Michelangelo Romano (Vecchioni, Venditti, Nannini ecc.) incontrai Pino Daniele. Pino suonò con me agli inizi della sua carriera e lo ricordo perfettamente perché venne con me in Belgio per una lunga tournée.  Era un ottimo chitarrista. Ricordo che mi diceva sempre questa frase un po’ sibillina “Ta conosco ma non te saccio / Te saccio ma non te conosco”.

 

Parliamo adesso di Wrong number blues.
Wrong number blues è una composizione di Guido Toffoletti, mio carissimo amico, scomparso in circostanze tragiche – falciato di notte da un’auto mentre percorreva in bicicletta una strada di campagna. Questa canzone parla di me, di un episodio della mia vita. In aereo incontro una bellissima hostess, facciamo conoscenza e ci scambiamo i numeri di telefono con la promessa di rivederci presto. Io torno a Roma, chiamo questa ragazza ma il numero risulta sconosciuto. Deluso sto per abbandonare il compito convinto che la ragazza mi abbia preso in giro, quando un componente della mia band mi suggerisce di ricomporre il numero trasformando l’uno in sette perché gli americani lo scrivono in maniera diversa dagli europei. Il numero corretto funziona. Ci rivediamo, ci sposiamo e siamo ancora insieme. Una bella storia. Su questa mia avventura Guido scrisse questo famoso blues, lui poi venne al mio matrimonio e, per non farsi notare, arrivò con la sua Roll Royce gialla, appartenuta ad un famoso attore hollywoodiano. Lui era così, gentile e imprevedibile, ed anche per questo era molto amico di Keith Richards dei Rolling Stones. Ah dimenticavo, il testo di questa canzone, incorniciato, fa bella mostra nel mio studio. 

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Prima di tutto uscire illeso dal Covid 19, sai noi anzianetti – Bobby ha compito i 75 anni – dobbiamo stare molto attenti. Peccato, perché ho delle date anche nella seconda parte di Dicembre ma non so se ce le permetteranno di fare. Oltre a Good in Blues volume uno uscirà a giorni un nuovo cd intitolato Italian International Vintage Songs, registrato insieme a Antonio Salvati. Qui oltre all’immancabile Una lacrima sul liso abbiamo ripreso degli standard italiani e li abbiamo riproposti in una nuova versione. Tra i brani scelti potrai risentire Quando Quando Quando, Amore Scusami, Luna Rossa ed altre famose canzoni. E poi siamo pronti per definire il volume due di Good in Blues. Abbiamo un po’ di lavoro da svolgere, ma approfitto di questa pausa per godermi la famiglia.

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Termina qui la lunga conversazione con Bobby Solo. L’intervista non è integrale, ho dovuto riassumere alcuni concetti perché Bobby quando racconta è un fiume in piena e il suo eloquio è ricco di ricordi, aneddoti e considerazioni. Però pima di chiudere la comunicazione gli confesso che La Casa del Signore (già nel repertorio di Elvis Presley con il titolo di Crying In The Chapel ) è un brano gospel che eseguo spesso nella mia doccia di casa, grazie alla particolare e studiata acustica, e allora insieme ci salutiamo intonando mi sono chiesto mille volte / perché vivo e non ho te Imperdibile.

Come ha sottolineato più volte nel corso della conversazione l’artista romano non rinnega il passato, sa che i suoi successi sono nel cuore nella memoria degli italiani, ma lui li vive con leggerezza senza guardare il futuro con la nuca. Adesso vuole divertirsi con il country e il blues perché questo repertorio lo sente molto vicino al suo spirito. Una persona serena, viva e in pace con sé stesso. Grazie per aver condiviso con me questi ricordi, grazie Mr. Solo.

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