Come è nata la collaborazione ..." />

ultime notizie

“Whisky Facile”: il disco di Carotone ...

Il 23 novembre ricorrevano i 100 anni dalla nascita di Ferdinando ‘Fred’ Buscaglione, un grande della storia della canzone d’autore italiana, uno tra i primi a schernire e giocare ...

Flavio Oreglio

Non solo catartico

Intervistare Flavio Oreglio è stata l’occasione per scoprire più da vicino un artista tanto disponibile quanto colto e poliedrico. Comico, autore, scrittore, musicista (e anche direttore artistico di “Musicomedians” che si svolgerà a Monticello B.za, Lecco, il prossimo finesettimana) spazia con disinvoltura dalla canzone d’autore alle poesie surreali. Giù - non è stato facile cadere così in basso -, il suo ultimo disco, è stato registrato in collaborazione con I Luf di Dario Canossi, celebri e validi esponenti del folk rock camuno.


Come è nata la collaborazione con i Luf in “Giù”, il tuo ultimo progetto discografico? Perché hai scelto di farti affiancare da un gruppo così caratterizzante e caratteristico?

A questo proposito vorrei chiarire alcuni punti. Nella vostra recensione sono state scritte delle cose che avrei sottolineato in altra maniera. La recensione era spostata troppo sul discorso musicale, lasciando in secondo piano l’aspetto dei testi, fondamentali, e con tematiche forti. Il progetto discografico è mio, non dei Luf, ma scritto in collaborazione con Dario Canossi. A scrivere da soli si finisce con il copiare se stessi. È bello contaminare e prendere spunto da altri e scambiarsi idee, con Dario da questo punto di vista il rapporto è ottimo. Il concetto dell’album è mio, le tematiche dell’album sono mie, alcune musiche le ho scritte io, canto io. Per quanto riguarda le sonorità, la scelta di affidarsi ai Luf è stata voluta, perché per questo progetto avevo bisogno dell’energia tipica di un gruppo come loro. Anche la strumentazione era quella che desideravo: i Luf usano banjo, violino, due chitarre, contrabbasso. La genesi del disco è particolare, il progetto nasce da un contatto tra me e Dario Canossi che è anche uno degli autori dello spettacolo “Non è stato facile cadere così in basso”, che è un insieme di canzoni e monologhi. Poi per un collegamento al live si è introdotto il discorso Luf ed è nata una magia così straordinaria al teatro, che è nata l’esigenza di mettere su cd il tutto.

I tuoi ultimi 3 dischi (“E ci chiamano poeti”, “Siamo una massa di ignoranti...parliamone”, “Giù”) sono molto differenti tra loro.
Sono uno sperimentatore, i dischi sono volutamente uno diverso dall’altro, sono sempre in una fase di ricerca. In “E ci chiamano poeti” ci sono influenze regtime, jazz, swing; “Siamo una massa di ignoranti” è forse il mio progetto ad oggi più legato al progressive e vede la partecipazione anche di Clive Bunker, mitico batterista dei Jethro Tull e di Walter Calloni, per molti anni nella PFM. Ma i miei primi vecchi lp degli esordi, anche se come contenuti sono i più ricchi di comicità, avevano un sound che per alcune caratteristiche si avvicinava parecchio a “Giù”, con chiari riferimenti al folk e al country.

Come ti comporti in studio nei confronti dei musicisti che ti affiancano?
Io non dico più di tanto al musicista, dico dove dovrebbe fare un intervento, ma lascio lo spazio a lui per darmi delle proposte tra le quali scelgo. Non amo dare la partitura scritta precisa ma voglio sfruttare la creatività del musicista che ho invitato. Io preferisco parlare di testi e contenuti, ma la musica non è secondaria, ho fatto tanta musica, jazz , rock, fusion, progressive, anche il liscio agli inizi. Ho un approccio alla musica profondo.

Nel libretto di “E ci chiamano poeti (il momento è catartico)” scrivevi «Sono e resto un cantautore che si esprime attraverso il linguaggio comico e umoristico». Ti riconosci ancora in questa definizione?
Mi riconosco in tutto quello che ho fatto. Esiste una persona che si esprime. E sono io. L’uomo o ride o piange. L’uomo che ride sempre è un coglione l’uomo che piange sempre è un disperato, l’uomo normale ha momenti dove ride e momenti dove piange. Io sul palco rappresento un uomo normale, le sue due facce. I cantautori in un certo periodo non si interessavano quasi della musica ma utilizzavano testi forti, poi si sono evoluti nel filone che ha dato conto anche alla musica, ora non vorrei che diventassero musicisti che ogni tanto parlano, il cantautore va valutato per quello che esprime. La differenza tra cantautore ed essere cantante e autore è notevole. Per Gaber il cantautore è un artista che attraverso le canzoni da una propria visione del mondo, una visione critica, quasi filosofica.

Nelle tua vena artistiche troviamo scrittura, musica, immagini. Come pensi che la tua personalità sia maggiormente valorizzata?
Nell’era della multimedialità si devono usare tutti questi strumenti. Io di base uso il teatro, l’editoria, la discografia con delle puntate al video. Il video aiuta a vendere bene il teatro canzone. Il modo migliore per capire cosa faccio è vedermi a teatro, o al limite in un dvd perché c’è la componente visiva, si ascolta quello che racconto e cosa canto. Il cd invece è un ottimo documento storico. Esce, ha una data, testimonia il fatto di cosa stai facendo. Ha un valore documentale, se diventa di successo tanto meglio, ma resta comunque un bella testimonianza.

La televisione è stata ovviamente d’aiuto per farti conoscere ed apprezzare. Ritieni questo “il mezzo” per eccellenza oppure ritieni che, forse, la tv renda tutto “sterile” lasciando poco alla fantasia ed immaginazione del pubblico?
La tv è un fattore espansivo e limitante al tempo stesso perché riduce quello che fai ad un icona. La mia esperienza è emblematica. Sono diventato il poeta catartico, che è una cosa che non esiste, è solo una minimale parte di quello che faccio, ma ha avuto utilità fondamentale. Mi ha aperto tutte le porte mi ha fatto vendere milioni di libri, è stata una cosa devastante, ben venga quindi, non la rinnego e dico grazie ma il percorso va avanti. Non mi accontento di stare li a ripetere all’infinito la stessa cosa. Un artista non deve limitarsi ad esprimere una cosa perché conveniente economicamente ma in certi contesti le poesie catartiche le rispolvero senza problemi. Non sono comunque un presenzialista, vado in tv se ho un motivo per farlo.

Il decennale della morte di Fabrizio De André è stato anche un momento attraverso il quale si è potuto riflette sulla canzone d’autore come veicolo di cultura ed elaborazione del pensiero critico-emotivo. A te, come uomo e come artista, cosa lascia in eredità questo grande artista?
Fabrizio De André
appartiene alla categoria di artisti che hanno segnato l’epoca in cui sono vissuti. A tal proposito, ci sono citazioni Gaberiane che io uso perché straordinarie. Una in particolare è perfetta ora per risponderti: “Ci sono artisti che vogliono passare alla storia. Artisti che vogliono passare alla cassa”. De André è uno di quelli che sono passati alla storia, e poi ovviamente anche alla cassa, ma di riflesso, non era il suo principale obiettivo. In questo periodo inoltre stiamo montando un omaggio a Faber che propongo con Oliviero Malaspina e con Dario Canossi. L’idea è di trasformare i brani di De André in teatro canzone usando le sue canzoni e costruendo io i monologhi di raccordo. Concludendo con un omaggio personale, un pezzo che stiamo scrivendo dedicato a Fabrizio. Canossi è un grande esperto di De André, la canzone si intitolerà Dicio, che era il diminutivo di Fabrizio, come lo chiamavano i contadini quando ero piccolo.

A tuo avviso il teatro-canzone è una forma d’arte, uno stato d’animo oppure un mezzo per smuovere le coscienze e tu come ti poni in questa dimensione artistica?
Il teatro canzone è una forma d’arte che esprime stati d’animo, una forma d’arte che io ritengo non sia stata inventata da Giorgio Gaber, lui l’ha perfezionata. Il termine teatro canzone è di Gaber, è una forma che già esisteva ma non era stata battezzata e lui l’ha fatto. La nascita del teatro canzone la faccio risalire agli anni ‘60 con il Derby, i Gufi ad esempio. Lo stile di Gaber è diventato però di riferimento e il rischio, se non si risale a studiare le origini, è di diventare tutti un suo clone, si deve andare alle origini per creare qualcosa di diverso.

Nel nostro Paese si discute spesso di politica ma poco di cultura. Secondo te la canzone d’autore potrebbe essere un elemento di crescita culturale e, in caso affermativo, con quali strumenti e modalità operative?
La musica d’autore deve essere uno strumento di crescita culturale, forse ancora uno degli ambiti dove è possibile la libertà di espressione, però deve crescere culturalmente chi la propone. Si deve stare attenti. Ci sono forma e contenuti. Sulla forma possono essere bravi tutti, sui contenuti è più difficile. Io posso dire delle scemenze dette bene come delle cose molto profonde dette male, se dico delle cose profonde dette bene, faccio bingo. La canzone d’autore può avere il ruolo di fare cultura, di fare politica, di trasmettere valori. Deve avere un ruolo di stimolo ma non di indottrinamento, deve stimolare.

L’artista cerca di esprimersi o cerca il consenso?
Qualche concessione, compromesso, può essere fatta, ma con dei limiti. Un artista dovrebbe domandarsi “ma io mi sto esprimendo veramente bene“? Io cerco di essere molto critico con me stesso. Tutto deve essere detto semplicemente per essere compreso da tutti. Le cose difficili vanno affrontate come se fossero facili, come le cose facili devono essere affrontate come se fossero difficili, ed ora sono stato catartico! Ma l’importante è essere soddisfatti di quello che si sta facendo.

Nel ’94 hai ricevuto il premio “San Scemo”. Alla luce della tua carriera te ne penti oppure ne vai (giustamente) fiero?
Era un premio della critica, forse l’unica cosa sbagliata era il nome attribuito alla manifestazione che ha visto emergere nomi poi divenuti importanti. Io ho fatto 3 festival nella mia vita, il “Premio Rino Gaetano”, il “Cabaret di Loano” e, appunto, “San Scemo”, è una via che ho tentato per cercare di farmi conoscere.

Quali artisti ti hanno maggiormente influenzato?
Le mie influenze provengono essenzialmente da tre fronti. Quello cantautorale, il cabaret e il rock. Per quanto riguarda i cantautori non posso non citare De André e Guccini. Il vero cabaret in Italia è stato dagli anni ‘50 alla fine dei ’60, oltre c’è un’altra forma di spettacolo differente, quindi cito Jannacci, Gaber, fino al limite estremo di Cochi e Renato. Per quanto riguarda il rock la mia passione è principalmente il progressive anni ‘70, con i principali gruppi inglesi e italiani del periodo (Emerson Lake e Palmer, Jethro Tull, PFM...).

Comico, scrittore, cantautore, musicista, come vorresti essere ricordato ?
Vorrei essere ricordato come uno che si stava esprimendo con i linguaggi che la natura gli ha messo a disposizione, io uso la parola, la canto, la recito, la scrivo. Può essere un racconto, un monologo, una poesia, una canzone. Non vorrei essere giudicato e ricordato per una sola di queste forme.

Appurata la tua continua voglia di sperimentare e ricercare nuove sonorità e tematiche, come pensi di approcciarti al tuo prossimo disco?
Per il prossimo disco vorrei tenere una base tipo Luf, come fondo, ma caratterizzarla con dei suoni differenti, ma è ancora un discorso prematuro. Vorrei l’energia e la vitalità dei Luf in commistione con le sonorità più particolari di “Siamo una massa di Ignoranti”.


(09/06/2009)

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


Altri articoli di Stefano Tognoni