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Enzo Avitabile

La tradizione "futura"

Enzo Avitabile, oltre che essere uno straordinario musicista possiede una dote rara: quella del nascondimento. E’ una di quelle persone che, pur vivendo nel mondo dello spettacolo e calcando palcoscenici da oltre trent’anni, è riuscito a non essere fagocitato delle modalità “espositive” che, spesso, afferrano tutti coloro che vivono l’esperienza artistica, rimanendo persona umile e sensibile. Artista poliedrico e raffinato, sanguigno e comunicativo, Enzo Avitabile ha vinto la Targa Tenco 2009 per l’album “Napoletana”. L’incontro al Premio Tenco, dove ha suonato nell’ultima serata della manifestazione, è stato fautore di una interessante chiacchierata…


Enzo Avitabile Targa Tenco per il migliore album in dialetto del 2009: era ora e, soprattutto, ci avresti mai creduto dopo due secondi posti?

In verità ho sempre creduto e sperato in questa probabilità. Da sempre stimo il Tenco e sono ancora più convinto che è l’unica vera possibilità di essere riconosciuti come autori o compositori nella forma canzone.

Quali sono le maggiori differenze tra i suoni della tradizione, che sono parte fondante di “Napoletana”, e la tua esperienza di musicista soul e funky?

La mia antica passione era legata ad una mancanza di consapevolezza della mia cultura di appartenenza. Un passaggio obbligato da una pittura di maniera ad una originale ed unica in quanto a linguaggio tecnico espressivo.

Quanto la tua esperienza di docente universitario di etnomusicologia è stata parte importante e fondamentale del repertorio che oggi è il tuo punto di riferimento artistico?

Io sono arrivato a questo dopo il percorso fatto con i Bottari in tutto il mondo. Dopo il lungo lavoro di ricerca condotto e supportato dal mio grande amico, produttore e manager Andrea Aragosa. La vita, la musica, la strada preparano la condizione di trasferimento di esperienze e di trasmissioni che quasi sempre sono orali e vanno oltre gli stessi testimoni. Un laboratorio elaborante e non elaborato. Come diceva il maestro Carmelo Bene, il significante e non il significato.

Tornare alle radici, tornare a casa: che cosa significa veramente, nella profondità dell’animo, per un napoletano vero come te?

Significa uscire fuori da quello che io definisco napoletanesimo, l’ovvio, il pensiero e la parola ammuffita, la famosa cartolina folclorica a cui da secoli la mia città viene sottoposta e si sottopone. Significa sperare fortemente che un’intervista come questa si diffonda e non resti relegata a pochi e buoni.

So che anni fa hai avuto problemi con la vista. Il ritorno a casa è, metaforicamente, una vista ritrovata, il riconoscimento di valori prima non percepiti?

No quella è stata la luce esteriore che è importante quanto la luce interiore che però sinceramente non mi è mai mancata.

Che cos’è, per “il popolo”, un dialetto e quando lo si può ritenere “svantaggiato” rispetto ad altri dialetti o lingue?

Il popolo non conosce il dialetto, il popolo è il dialetto. Non conosce svantaggi perché il popolo è lo svantaggio. Non ci sono dialetti di seria A e di serie B perché non ci sono popoli di A e di B. Il dialetto è il simbolo di appartenenza, il legame da conservare ma sciogliere nei nuovi incroci.


Sei nato, se non sbaglio, nel paese che ha dato i natali ad un uomo e musicista e straordinario: Sant’Alfonso de Liguori. Quanto la memoria di una storia e di una cultura ricca, feconda e profonda come quella dell’area napoletana potrebbe fare rivivere territori di agghiacciante ferocia (vedi il video dell’omicidio che è passato su tutte le TV italiane) ma anche di straordinaria umanità?

La memoria storica è fondamentale nel recuperare una realtà sepolta dal cemento. La dignità si perde nel degrado che mimetizza una sofferenza antica che già è possibile rilevare nelle antiche devozioni popolari che più che preghiere confidenziali con il Signore erano a volte veri e propri comizi sotto forma di preghiera spontanea. Sotto il cemento le antiche verità di ieri gridano la loro esistenza.

Che cosa è rimasto, nella tua proposta musicale, di quella straordinaria stagione musicale che, grazie a musicisti come NCCP ed a uomini di cultura come Roberto De Simone, ha fatto riscoprire i tesori della musica napoletana?

Il maestro De Simone è da sempre un faro illuminante, un artista unico che ci ha insegnato che prima di scrivere è importante avere un progetto preciso che ci permette però di essere liberi di staccarci da qualsiasi forma e traccia originaria nel rispetto della multi espressività.

Nell’album ed anche nell’esibizione dal vivo al Tenco, utilizzi un sax in metallo e legno. Ce ne spieghi la ragione ed il tipo di sonorità che ne scaturisce?

E’ uno strumento che ho fatto costruire io, di rame e legno, una ciaramella tecno. Uno strumento unico che mi permette di esprimermi nella mia condizione più vicina alla mia anima.

Nelle tue ultime interviste hai spesso parlato del tuo nuovo percorso musicale come necessità di “disamericanizzare” la tua musica, il tuo stile, per ritornare, artisticamente, a casa. Ma tanti anni fa quale fu la molla che, invece, ti fece allontanare dalla “casa paterna” della cultura musicale napoletana per affrontare il mondo e le sue “seduzioni” artistiche?

La povertà. Ho vissuto da piccolo in un antico casale della periferia di Napoli dove l’unica fonte di musica era il juke-box da cui arrivavano suoni americani e inglesi e qualche canzone italiana sanremese. Il gioco è fatto: i grandi della musica nera e il sassofono, i sogni e i desideri. Dopo aver suonato con tutti loro sono poi tornato a casa alla ricerca un suono mio e non un suono dell’io.

Un suggerimento nella speranza di un promessa: perché non pensare ad una “Napoletana” parte seconda?

Perché queste cose escono una sola volta e poi non mi piacciono le copie nemmeno di me stesso.

Grazie fratello e ti prego diffondi questa intervista che mi rappresenta profondamente . Oggi non è tanto facile trovare chi ti fa domande che ti permettono di raccontarti senza alcun filtro.

Di nuovo grazie con affetto e stima.

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