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Paolo Pietrangeli

Giorni cantati

Chissà se la data di nascita influisce davvero sul futuro di ciascuno di noi...già, perchè essere nato alla fine dell’aprile del 1945 (il giorno 29, per l’esattezza) forse è da interpretarsi, per Paolo Pietrangeli, come un segno del destino per una vita politicamente sempre schierata a sinistra ed artisticamente sempre alla ricerca della verità. L’artista romano, uomo di parole e di pensiero fino, ha rappresentato per anni (e forse anche contro la sua volontà) un faro nel mondo sia della canzone sociale e politica che in quello di una cinematografia assolutamente “partigiana” (anche se mai autoindulgente oppure assolutaria nei confronti delle proprie delusioni politiche). Rendere il senso della sua vita artistica in una serie di domande è impresa quasi inutile, pretenziosa e ontologicamente non esaustiva. Abbiamo però cercato di raccogliere qualche spunto affinchè Paolo potesse aiutarci a capire il senso del suo lavoro per avvicinarci a comprendere le ragioni di quell’ansia etica che ne ha sempre animato canzoni, storie ed immagini. Non sappiamo se, data la complessità della sua vita artistica siamo riusciti a restituire il senso del nostro intento ma, almeno, ci abbiamo provato....



Il periodo nel quale ha vissuto, politicamente in prima linea, è stato particolarmente "forte", intenso, emotivamente stimolante. Come lo ricorda rispetto alla situazione di oggi: artisticamente e politicamente?


Immagino che il periodo di cui si vuole parlare è quello degli anni ’60 e ’70. A dispetto di tutto e di tutti, io mi sento ancora “politicamente in prima linea”, anche se la parola “politica” sembra diventata una parolaccia. Credo che l’equivoco di fondo in cui molti sono caduti, io per primo, in quegli anni, sia stata la percezione dell’alba di un mondo nuovo, di una nuova era, più giusta, più entusiasmante, più libera mentre, invece, eravamo dentro un bellissimo tramonto senza accorgerci che il cielo di stelle, che vedevamo di lontano, sarebbe stato oscurato da un soffitto di cemento che, in pochi decenni, si sarebbe chiuso sopra le nostre teste, non avrebbe più consentito la visione delle stelle ed avrebbe reso l’aria più viziata. Questo convincimento è alla base di tutte le risposte che verrò a darLe: per spiegarmi meglio e fuori da ogni metafora, ho l’impressione che quelle crepe dell’organizzazione capitalistica della nostra vita e dell’industria della cultura e dello spettacolo che permettevano le crepe, dico, l’uscita di eccezioni fondamentali per la nostra Storia culturale, si siano chiuse. Se i Beatles registrassero il loro primo disco oggi, forse nessuno li pubblicherebbe nel tran tran insopportabile, sempre uguale a se stesso, delle multinazionali della musica. Ma è solo un esempio: il rimpianto, insomma, la fine, il tramonto, appunto, di un’energia che percorreva tutti e tutto, con la voglia di raccontare e soprattutto rendere partecipi gli altri dei propri racconti, delle proprie idee, delle speranze di ciascuno di noi.


"Valle Giulia" è una delle sue canzoni più note e racconta, epicamente, della reazione degli studenti che, in un bel giorno di marzo, reagirono alle cariche della Polizia. Se pensa a quel momento, a quell'ephos come lo mette a confronto rispetto a ciò che accadde a Genova e, poi, a Bolzaneto, ad esempio?


“Valle Giulia” è la piccola storia di una giovinezza in cui pubblico e privato si confondevano allegramente, con rabbia e con passione. Nell’avverbio “allegramente” sta la risposta: Bolzaneto, la scuola Diaz, Genova all’inizio del 2000 sono stati momenti cupi, disperati, vergognosi per la violenza delle istituzioni, per la volontà di non capire e di stroncare ogni barlume di diversità, di opposizione. La dialettica tra opposti sembra sfumare, la politica diventa sempre più una ricerca del posto di lavoro o l’”acchiappo” della possibilità di sistemarsi, di arricchirsi e sempre meno un confronto, una battaglia di idee. Che cosa c’è, quindi, di allegro...?

Il mondo dell'arte del nostro Paese, in particolare quello dei cantautori, è stato all'altezza di poter raccontare la Storia della gente comune oppure, salvo qualche esempio, non ha avuto la forza di andare oltre lo stile calligrafico?Anche qui si tratta di questioni di scambi, di contatti, di osmosi. Molti di noi, penso a Ivan Della Mea, a Giovanna Marini e a tanti altri, eravamo “cantautori” per scelta di libertà, di urgenza, bisogno del racconto, voglia di confrontarci. Non per mestiere. Altri avevano legittimamente scelto la professione della musica, del cantare, dello scrivere canzoni ma i due mondi avevano contatti più o meno alla luce del sole e si influenzavano, forse marginalmente ma quel tanto da costringere gli uni ad essere meno tristi, un pò meno “ideologici”, a utilizzare tecniche di registrazione, sonorità, amplificazioni di palco, anche modi di comporre sconosciuti fino ad allora; gli altri a essere meno, calligrafici, e, in buona sostanza, stupidi. La musica “altra” si è andata chiudendo in recinti sempre più stretti, di nicchia (penso, ad esempio, ai Centri Sociali, utili ma insufficienti), o è addirittura sparita e gli altri, i prefessionisti, sono rimasti soli, senza sponda, nei casi migliori a sostenere battaglie individuali e perciò costretti a gestire sconfitte. Nel corso dei decenni anche il pubblico si è trasformato e nutrito degli unici prodotti che avevamo a disposizione, con sempre meno scelta.

La canzone popolare in Italia è come una sorta di fisarmonica: a volte si apre alla massima espressività (il succcesso de "Il fischio del vapore" ne è un esempio mentre altre volte naviga (come il blues) in una sorta di oblio? che cosa, a Suo avviso, manca all'italiano medio perchè sappia cogliere in questa forma d'arte e di comunicazione, un segno della propria storia, una segno della propria identità? ed inoltre la canzone popolare deve assolvere "ad un compito" anche politico oppure deve esprimere la sua territorialità scevra da implicazioni sociali e politiche?

Io non so più, ammesso che lo abbia mai saputo, che cosa sia la musica popolare. Non credo che la musica abbia “compiti” diversi dall’essere musica. Certo deve avere alcune caratteristiche, anzi le ha sempre avute: nascere con l’urgenza del racconto, quale che sia, essere fine e non mezzo (per il successo, per vincere un festival, per vendere molte copie di dischi ma anche per essere veicolo di propaganda), soprattutto per incontrare un qualche bisogno, esprimere un pezzetto di sogno, incontrarsi con le persone e non con i simulacri televisivi delle stesse. L’italiano medio, come lo chiama Lei, è figlio e prodotto dei suoi tempi. Io amo i cani ma se dessi loro da mangiare solo scadenti risparmierei solo apparentemente perchè poi ripagherei di più in spese veterinarie. Eccola la risposta: mancano bravi veterinari e sono per lo più scadenti i prodotti alimentari per i cani. Il caso de “Il fischio del vapore” è una riproposta di quell’incontro tra musiche e mondi diversi di cui parlavamo prima e non è casuale che Francesco De Gregori abbia incominciato la sua carriera accompagnando con la chitarra Caterina Bueno.


Dovendo tornare indietro e parlando di fatti accaduti, quale canzone non scriverebbe più e quali argomenti/eventi avrebbe voluto affrontare ma non ne ha avuto, magari, la necessaria ispirazione? Riscriverei tutto, anche le canzone brutte. Gli eventi si susseguono assai più velocemente delle canzoni e dell’ispirazione: ogni giorno si potrebbe e si dovrebbe fare una canzone ma non si può. Da giovane pensavo, presuntuosamente, di essere davanti ai fatti, più tardi al passo con essi, ora dietro. Pensi di quante occasioni mancate è lastricata la mia vita...ma c’è sempre tempo...


Dovendo focalizzare un momento fondamentale della storia socio-politica degli anni '60 e '70, quale, a Suo avviso, quello più importante, sia nel bene che nel male?

Nel bene, il luglio del 1960. nel male la sconfitta e la tragica fine di Salvador Allende, l’incomprensione delle forze politiche di allora dei movimenti che agitavano la nostra società e, quindi, (sottolineo il “quindi”) la stagione del terrorismo.

Il Suo film "I giorni cantati" rappresenta, davvero, il Suo punto di vista su "quegli anni" oppure è "solo" una sorta di sguardo artistico sul periodo? Direi che la seconda domanda suggerita è l’indicazione corretta, con qualche dubbio sull’accento “artistico”.

L'avere toccato vari stili artistici ti ha reso consapevole che vi è qualche modalità artistica più diretta, più ficcante, di incisiva di altre oppure l'unico "giudice" della bontà del messaggio è il messaggio stesso? Sono solo consapevole di vivere e di volere raccontare, con ogni mezzo che ho a disposizione.


Tra la fine degli anni '80 e la metà degli anni '90 abbiamo avuto una rispresa della vivacità popolare nel mondo della canzone politica (penso ai Modena, ai Gang, ai 99 Posse ed altri) poi, all'improvviso, quel grande movimento si è come piegato su se stesso. Per quale motivo, a tuo avviso? I motivi ho cercato di individuarli in tutto ciò che ho scritto, maldestramente: se le persone si lasciano sole si perdono o ritornano a casa o imitano sempre se stessi.


L'ultimo libro che ha letto, la cover che Le piacerebbe incidere e la canzone che non è riuscito a scrivere. L’ultimo libro che ho letto è l’autobiografia di George Simenon. Per le cover evitiamo perchè già canto male le mie canzoni, figuriamoci se voglio fare un dispetto ad altri. La canzone che non sono riusciuto a scrivere è...quella che ancora debbo scrivere...


Roma: quello che Le piace (ancora) e quello che proprio non manda giù e vorrebbe cambiare.

Ciò che amo della mia città è l’aria, il colore del cielo, il suo spirito (nel senso di spiritoso), le piazze e le strade. Quello che vorrei cambiare è la sua amministrazione ed il traffico.

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