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Gang

Dalle finestre di un Mondo Nuovo

  I Gang sono stati, e lo sono tutt’ora, una band caratterizzata da un suono popolare e profondamente punk-rock. Antesignani in Italia di parecchi capitoli della musica cantautorale ed, al contempo, energico ensemble di rock and roll con l’occhio artistico rivolto, agli inizi di carriera, verso i suoni ed i movimenti legati al punk rock, ai Clash, alla figura di Joe Strummer ma senza perdere, mai, la rotta delle proprie origini, sia in termini lirici che musicali e di prospettiva artistico culturale. Il concerto che la band di Filottrano ha tenuto a Cornaredo, il 31 luglio scorso, è stata l’occasione per accendere la miccia dell’eloquio, sempre abbondante e ricco di annotazioni, di Marino Severini che, con suo fratello Sandro, è l’anima di questa band che ha saputo mantenere la propria integrità artistica nonostante tante peripezie nelle quali sono stati coinvolti… 

 

Avete proposto, nel concerto di Cornaredo, un set forte e serrato, con quasi due ore di live, con due nuovi musicisti. Ci dici chi sono e come sono entrati nell'organico elettrico dei Gang?  

 

Alla batteria c’è Diego Garbuglia, lui ci conosce da quando era bambino…è cresciuto con le nostre canzoni e l’avrò visto fra il pubblico chissà quante volte in occasione di decine e decine di concerti dei Gang…era quello che mi salutava gridando “papare’ “ che e’ il mio soprannome di famiglia. All’organo Hammond , piano, fisa e synth c’è invece Fabio Verdini. Il suo è un ritorno, perchè era già stato con noi per diversi anni dopo l’uscita di “Controverso”. Con loro due si continua a parlare in dialetto marchigiano e ad essere nella Banda: andarsene su e giù per l’Italia è un po' come restare sempre a casa.  

 

La vostra ultima incisione ufficiale è l'album “Il paese della vergogna”, frutto del progetto di teatro civile che avete portato avanti con Daniele Biacchessi. Che cosa vi ha lasciato in eredità questa proposta artistica, il mischiare le vostre canzoni con la storia d'Italia?  

 

Le nostre canzoni hanno avuto sempre a che fare con le Storie d’Italia; questa volta a caratterizzare e dare un’unicità al progetto e’ stato il compagno di viaggio Daniele Biacchessi. Sia “Il Paese della Vergogna” che “Passione Reporter” sono due spettacoli di teatro di narrazione tratti da due suoi libri. Ancora una volta, come è nostro metodo e consuetudine, abbiamo fatto in modo che linguaggi, esperienze, stili, si incontrassero per un arricchimento reciproco, anche e soprattutto umano. Ho sempre pensato che ogni crescita derivi dall’incontro ed in questo caso senza dubbio siamo cresciuti. Del resto con Daniele ci conosciamo dal ’90 e, a parte una breve esperienza, quella di uno spettacolo intitolato “Perchè Fausto e Iaio”, non eravamo mai riusciti a condividere un progetto assieme. Anche lui è un cacciatore di “Draghi” cioè di verità nascoste e negate, sta dalla stessa parte nostra, quella dei vinti e invincibili, delle vittime innocenti, sta dalla parte dell’Altra Storia. Con lui penso e spero di fare ancora un po’ di strada assieme.  

 

Senza esagerare, come Neil Young riuscite ad essere elettrici ed acustici senza perdere in credibilità. Frutto dell'esperienza ultraventennale, della forza evocativa dei testi, oppure del sentimento e della passione che, come vecchi cantastorie, mettete nella vostra presenza in scena?  

 

Il merito di ciò che affermi, esagerando…, penso che sta tutto nelle canzoni o meglio nel Canzoniere che è cresciuto anno dopo anno stagione dopo stagione, raccolto dopo raccolto. Le canzoni possono cambiare abito, possono preferire a volte il cappotto a volte le mutande, l’importante è che continuino a camminare perchè le canzoni da me chiedono soprattutto quello. Allora io e mio fratello Sandro facciamo quello che dobbiamo fare in base alle circostanze, ai territori che dobbiamo attraversare ed al clima e all’ora…per far si che queste canzoni trovino sempre nuova vita . E la ritrovano ogni volta che riescono a suscitare in chi le ascolta e in noi che le ri-suoniamo e ri-cantiamo (ma sempre come fosse non tanto la prima quanto l’ultima volta) quel Sentimento che è l’Appartenenza. Ed è lì, da quel sentimento, che ricomincia ogni volta il cammino verso l’orizzonte, la libertà! Ma è più una questione di Profezia che non di Utopia…  

 

Non avete mai abbandonato la passione primigenia, quella per il rock potente e per Joe “lo strimpellatore” Strummer. Quale sentimento vi accomuna, ancora oggi che pur vi vede con i capelli imbiancati, con quei suoni secchi, potenti e giovanili?  

 

Se dovessi elencare solo una parte dell’importanza di Joe Strummer, lo strimpellatore della cultura, non solo musicale, del XX° secolo starei qua per tre giorni. Non è solo un rapporto da fan quello che ho sempre avuto con Strummer ma, piuttosto, quello di discepolo rispetto ad un grande maestro come vale per altri versi quello che può aver avuto Bob Dylan con Woody Guthrie tanto per…esagerare nei suoi confronti. Strummer, in sintesi, è riuscito a fare del Rock’n'Roll un Nuovo Umanesimo, cosa che non accadeva da decenni e soprattutto posso, in verità, dire che mi ha insegnato che se volevo diventare una R’n’R star dovevo diventarlo insieme al “popolo mio”. So bene che in Italia dove governa una deriva catto-comunista in questo ambito una tale affermazione sembra solo provocatoria ma di fatto non lo è. Fra le tante cose Strummer insegnò a me e a tanti altri è che una rock’n’roll star non poteva essere come Elvis o Lennon ma qualcosa di diverso. Ed in questo qualcosa l’equilibrio si spostava verso la coscienza, la consapevolezza, la politica, l’appartenenza che dalla Strada si espandeva al Sud del Mondo, alle periferie dell’Impero.   È sempre e solo una questione di egemonia culturale, per dirla con Gramsci e cioè se vuoi fare la Rivoluzione c’è un’altra Strada, diversa da quella della presa nel Palazzo d’Inverno. Quanto al suono: “Acuti come spade e bassi come un pugno”, come “dice” la canzone…

E’ uno stile da combattimento, veloce, scaltro, possibile da realizzare con pochi mezzi a disposizione, adatto e adattabile anche alle circostanze più avverse. “Volteggiare come una farfalla e pungere come un'ape”, come recitava il più grande combattente di tutti tempi: Cassius Clay, alias, Mohammed Alì. Come si fa quando si decide di essere viaggiatori leggeri, senza zavorre ma solo con quanto basta, quanto serve, senza mai rinunciare all’epicità, al Grande Sogno, alla narrazione.  L’importante è che, da quel poco e da quel suono deciso e senza zavorre, si riesca a passare, a percorrere le vie che dalla pelle portano all’anima. Non solo al cuore ma direttamente all’anima, all’essenza che è richiamo di unità. Del resto noi viviamo ancora delle grandi narrazioni del secolo passato, quelle che risvegliarono in milioni e milioni di uomini e donne, per la prima volta, il sentimento della speranza! Ne siamo gli eredi, eredi di quel sentimento che da quel narrare rinasceva, resuscitava, e ..insorgeva! Continuiamo a suonarlo quel sentimento, in una banda che ha origine a Garageland, periferia dell’Impero, e già quello stesso suono evoca un territorio e un cammino fatto e da continuare. E ricorda, tiene in sè la memoria del punto di ri-partenza che fu la Rivolta dello Stile! Da questa prospettiva, e per tornare a Strummer, condivido la definizione che lui diede di se stesso come “Signore della guerra punk-rock”  

 

In tante vostre canzoni il protagonista non è l'amore, la poesia fine a se stessa, la figura retorica, ma l'uomo, con le sue angosce, le sue passioni, i suoi sogni, le sue sconfitte. Che cosa rende simili, allora, Andrea Pazienza a Eurialo e Niso; Fausto e Iaio ad Ilaria Alpi; il comandante Marcos alla famiglia Cervi; Maria Cavatassi alla famiglia Mazzarini?  

 

Ogni nome porta con sé una storia ed in ognuna di esse c’è una parte di noi, un’appartenenza. Le Storie sono importanti perchè, come ho detto centinaia di volte, parafrasando le parole di un grande maestro come Sandro Portelli, noi non siamo abituati alla Storia. Pochissime volte abbiamo avuto confidenza con la Storia e ancora meno volte siamo riusciti a farla, la Storia. La Storia appartiene ai vincitori e chi vince impone con i mezzi che ha a disposizione una sua visione degli eventi. Una volta lo faceva con metodi violenti ora lo fa con tv e giornali, con i mass-media. Questo non significa che noi non abbiamo niente. Noi abbiamo Le Storie che fanno una storia diversa da quella dei vincitori, e tenendo in vita queste storie noi continuiamo a mantenere viva la memoria dello sfruttamento, dell’esclusione, della violenza subiti. Ed è in nome di questo che lottiamo per la verità, per la giustizia, per il diritto al riscatto e all’emancipazione. Torniamo, così, ogni volta che questo accade, ad essere Popolo e non più plebe. Cantando, scrivendo o filmando e raccontando oggi queste nostre storie noi le trasmettiamo anche alle generazioni che verranno…anche perchè la nostra oggi non è più solo una cultura orale. Oltre all’oralità abbiamo a disposizione anche altri linguaggi e forme di comunicazione. Il fatto che ancora siamo qui a cantare e a narrare queste storie ci rende tutto ciò non più solo vinti ma invincibili perche’ siamo pronti a ricominciare sulle strade della Lotta e dell’Emancipazione. Come dei ..Don Chisciotte!!  

Questa e’ la cornice…poi, andando ad esplorare l’affresco del canzoniere dei Gang, posso aggiungere che tutte queste storie messe insieme creano l’incontro in un territorio comune di tre grandi tradizioni che questo nostro paese possiede e dal cui incontro dipende, secondo me, la possibilità di avere un futuro democratico. Sono la tradizione cristiana, quella del socialismo democratico e meglio quella comunista, ma gramsciana, e poi la terza quella delle minoranze, delle sinistre eretiche come le chiamerebbe Evangelisti, quelle dei Pasolini , dei Pazienza, anche quella dei “banditi senza tempo “ dei “punk-rockers” del R’n’R inteso come la più grande cultura popolare del '900. Perchè qualunque cosa si possa dire fra le tre grandi rivoluzioni del 900, quella di Ottobre in Russia, quella della Teologia della Liberazione in Sud America va per forza aggiunta quella del R’n’R! E se vogliamo andare ancora più a fondo rispetto a quello che tiene insieme tutti questi personaggi potrei dire che sono tutti Banditi! sono dei fuorilegge! cioè si pongono fuori dal controllo e, rispetto al loro tempo, vanno più in là, oltre il confine. Rivestono in relazione alle circostanze storiche una figura che Dylan direbbe “messianica”. Io preferisco dire che è profetica ! lI messia come fuorilegge, il profeta che con “parola e visione” annuncia, si fa Avvento. Ed è pronto anche alla Croce per questa sua missione, che non è altro che la scelta, l’assunzione delle sue responsabilità sulla base dei valori che trascende ma che la sua appartenenza gli consegna. In “John Wesley Harding”, Dylan affronta meglio di chiunque altro questo tema. E questa è un’altra caratteristica comune ai personaggi del nostro Canzoniere. Infine da tutti questi personaggi si ribadisce un’etica che, più che individuale, la defiirei singolare, volendosi confrontare soprattutto con chi non ha fatto nessuna scelta, ma ha vissuto una vita “in prova”.

 Quindi questo progetto si rivolge soprattutto e sempre ai più giovani a chi ancora deve scegliere o dovrebbe. E si rivolge ad essi con un monito che è tutto nelle parole di Gramsci quando dice: “Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vedere le grandezze e il significato necessari, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. E’ il solito rapporto fra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi. Una generazione vitale e forte che si propone di lavorare e di affermarsi tende invece a sopravvalutare la generazione precedente perchè è la propria energia che le da la sicurezza che andrà più oltre”. Ecco allora perchè queste storie non servono a creare eroi, ma vite a confronto soprattutto con quelle scelte di vita che le hanno caratterizzate e distinte.  

 

“Con le canzoni non si fanno rivoluzioni...” cantava Guccini. Pur d'accordo con il maestro di Pàvana, per voi che cosa rappresentano le canzoni che avete scritto e che cantate?

 

Innanzi tutto bisogna distinguere fra le canzoni…Ci sono canzoni che non sostituiscono la lotta ma ad essa danno nutrimento “spirituale”, come diceva Linton Kwesi Johnson. E queste sono indispensabili. Diciamo che con alcune canzoni le Rivoluzioni si fanno ..meglio! e riescono pure ad avere una vita lunga ed a diventare Eternità. Immagina la rivoluzione dei soviet senza Majakowsky o il Cile di Allende senza Victor Jara…..tanto per fare due esempi. Le Rivoluzioni hanno sempre bisogno non solo e non tanto di canzoni quanto di Cantori, e più che le Rivoluzioni ce l’ha il Popolo che fa le Rivoluzioni. E il Popolo crea sempre da sé i propri cantori quando ne ha bisogno, quando vuole essere cantato e cantare. Questa cosa i padroni della musica non l’hanno ancora imparata a fare, non sanno nè sapranno mai come si fa….. Poi le canzoni preparano le rivoluzioni nella misura in cui contribuiscono a creare un immaginario senza il quale nessuno di noi sarebbe capace di inventare la sedia sulla quale siede, figuriamoci un mondo nuovo. Di conseguenza io vorrei solo affermare che le canzoni hanno delle responsabilità e nessuna canzone si può facilmente sottrarre ad esse ma ci sono, ripeto, canzoni e canzoni, e fra queste c’è la canzone popolare quella che quando si alza , come un vento quando ti attraversa, ti fa alzare!!!

 

C'è una canzone a cui siete maggiormente legati e che vi emoziona ancora anche in funzione della risposta del pubblico?  

 

Bandito senza Tempo” resta ancora la canzone manifesto dei Gang e penso lo sarà per sempre rispetto al rapporto che sa ancora creare e ricreare col nostro “pubblico”. Non so perchè, so che succede. Forse questo è dovuto al fatto che questa canzone riesce ad evocare un territorio più vasto possibile dove convergono molti immaginari individuali e sempre molto diversi fra loro, si può essere in tanti ognuno con la propria diversità, eppure su quel territorio ci si sente come un NOI ! Eppure non è un inno, non ha ritornello, è più una preghiera …forse è giusto che sia così, perchè per me è il nostro manifesto, è la nostra essenza, è tutto quello che volevamo fare e siamo riusciti a fare. Far incontrare il R’n’R con la nostra storia e dall’incontro poter immaginare un futuro da protagonisti. Diversi eppure insieme, un Nuovo Umanesimo, ecco quello che può far accendere il R’n’R.. Un Sogno nuovo, quello di sempre.  

 

Attualmente c'è qualche artista, italiano o straniero, che vi ha colpito particolarmente, oppure la vostra attenzione/preferenza va ancora ai “mostri sacri” con i quali un po' tutti siamo musicalmente e culturalmente cresciuti?

 

Visto che sono io a rispondere parlo per me ….I mostri sacri vanno sempre presi in considerazione, sono come i classici in letteratura. Come si dice ? “Io grande non è che ci posso diventare un’altra volta”. Sono cresciuto con una sensibilità, un’”educazione sentimentale” abbastanza precisa anche se mai legata ad uno stile musicale particolare. Ormai amo quello che ha delle affinità elettive con ciò che ho amato e mi ha cresciuto così come sono. Come per i libri : ad una certa età puoi parlare di classici, prima non ha senso, e classici, per dirla con Calvino, sono semplicemente quei libri sui quali ritorni spesso, che vai a rileggere. Per fare un esempio, trovo i Pearl Jam grandissimi, ma a rendermeli tali sono anche tutte le suggestioni e citazioni che le loro canzoni contengono, da Neil Young, ai Led Zeppelin, agli Who, ai CCR…senza le quali difficilmente ne sarei stato attratto. Un gruppo che fa la sintesi “giusta” oggi sono i Wilco, ma ascolto molte altre “storie” come Low Anthem, Mumford e Son Volt, Iron & Wine, Dan Auerbach, Ray La Montagne, Badly Drawn Boy, Willard Grant Conspiracy, negli ultimi tempi poi Micah P. Hinson…ci sono tantissimi lavori molto belli e ognuno porta un pezzo di bellezza e prepara e annuncia…a me manca la sintesi o meglio l’incontro, il Grande Umanesimo tanto per ribadire...Come per i libri, alla fine ritorno sempre e più spesso sui “miei” classici: Pinocchio, L’Odissea, La Divina Commedia, Il Nuovo Testamento, Moby Dick, Don Chisciotte.del resto la musica, come scriveva Cioran, è sempre stata nostalgia..di Dio !  

 

Da anni la discografia italiana è allo sbando e l'effervescente e creativo periodo di inizio anni '90 è un ricordo lontano. Al di là delle effettive difficoltà economiche in cui versa, e non da oggi, il mondo discografico, che cosa a vostro avviso non ha funzionato nella dinamica artistico/economica per stimolare e sviluppare una crescita positiva di questo settore?  

 

Se volessimo andare fino al cuore del problema ti direi subito che sono i sistemi di produzione e di conseguenza il prodotto che ne consegue. Per farla breve posso affermare che oggi da parte della cosiddetta industria discografica si producono solo merci e non beni come avviene in ogni altro settore. Questa è la fine del Capitalismo asservito a logiche finanziarie. Il problema è nostro, cioè di chi è cresciuto ed è stato educato con una musica che è stata un bene culturale. Questo bene l’industria non lo produce più.   Non esistono più i “capitani d’industria” ma dei direttori di multinazionali. Non ci sono più aziende che producono canzoni e artisti ma solo dei surrogati di tutto ciò. Non ci sono più idee e per produrre ci si limita ad imitare o emulare a fare le scimmie. Questo avviene in Italia e in misura minore anche altrove.  È il capitalismo l’assassino della musica.    Per quello che mi riguarda il discorso sarebbe lunghissimo ma posso sintetizzare che se da un lato esistono produttori di merci allora quelli si devono relazionare al Mercato e alle sue leggi, cazzi loro. Ma chi come noi produce beni culturali si deve rapportare alla politica. Altro che sdoganamento: è tempo di tirare su dei paletti dei muri fra questi due modi di produzione e sulla base di questo creare un circuito, non un mercato.   Per questo, però, ci vuole ed è sempre più vitale una legge sulla musica che significhi e rappresenti un sistema di diritti e doveri riconosciuti ai tantissimi operatori del settore e un’espansione regolata di nuove competenze lavorative. Chi lo vuole questo in Italia? Nessuno o quasi perchè a tutti (o quasi) conviene tirare avanti, cavarsela in questa semi-legalità per un suicidio lento e costante dove una sorta di pseudo-anarchismo pensa infantilmente di sopravvivere più che prosperare approfittando delle tante terre di nessuno…Quando io penso che Anarchia, oggi, dovrebbe essere soprattutto “ordine nuovo” visto che fuori dalle regole ci guadagnano solo i forti e i potenti e diventano sempre più padroni proprio per l’assenza totale delle regole.….Ma al fondo speriamo stavolta che ci sia non un altro fondo ma un punto di ripartenza non per restaurare il precedente quanto per rivoluzionare anche questi territori dominati da feudi e baronie varie che ne fanno un medioevo infinito.  

 

Andando al sodo: quante canzoni inedite avete nel cassetto e quando potranno essere ascoltate/pubblicate?

 

Per la fine di quest’anno ci sarà una sorta di rivisitazione dei primi tempi, del periodo “inglese” e sarà edito un libro fotografico con brevi annotazioni che conterrà anche il 45 giri inciso per l’Hight Rise nel '96 e un cd–bootleg, un live tratto dal concerto-reunion che abbiamo tenuto all’Extra di Recanati durante l’inverso passato. Un rivedere i primi passi con quel senso di sfida di energia di condivisione che hanno caratterizzato quegli anni. Poi a febbraio uscirà un cd “La Rossa Primavera” contenente molte cover di canzoni ispirate alla Resistenza. Ci saranno Fischia Il Vento, La Brigata Garibaldi, Pietà l’è morta etc. ma anche canzoni di Guccini, Lolli, Stormy Six, Yo Yo Mundi, Priviero…e, naturalmente, anche le nostre riarrangiate per l’occasione. Un cd realizzato anche con la collaborazione dei Ned Ludd. Ma il 2011 sarà sicuramente l’anno, a dieci dal precedente disco di inediti, di un album nuovo con 12 canzoni dal titolo “Sangue e Cenere”. Nel cassetto ce ne sono molte altre canzoni inedite però io ho sempre creduto che solo alcune di queste messe insieme ad altre possono fare un disco, altre no. Devono essere pazienti e aspettare la loro occasione. Perchè come si dice da noi, nelle Marche, “Un buon frumento cresce in…. pazienza”.  

 

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