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Vince Tempera

Buttate via il computer e condividete

Intervista al M° Vince Tempera sui giovani e le strategie per emergere.          
È sempre in azione il Maestro. Qualche progetto già in campo e altri cento che si stanno delineando. Mentre ‘I musici di Guccini’, gli appuntamenti in cui la band storica di Francesco ripropone i suoi brani dal vivo, sono stati fermati dalle norme anti pandemia, lui ha lavorato alle produzioni di alcuni giovani artisti per le selezioni di Sanremo. Ed eccolo pronto a ripartire con ‘Buon Compleanno Federico’, una serie di grandi concerti in streaming dedicati al regista Federico Fellini per le Ambasciate Italiane all’estero a San Pietroburgo, Mosca, Londra e tante altre grandi metropoli. Un evento in cui Tempera racconta, attraverso divertenti e commoventi aneddoti, la storia del grande genio riminese mentre dirige la Simphonitaly e l’Orchestra OLES di Lecce e del Salento. Il progetto rientra nel calendario ufficiale degli eventi Fellini100, istituito dal comitato beni culturali MiBACT, in occasione delle Celebrazioni per il Centenario della nascita di Federico Fellini. Di questo e del suo rapporto con la musica emergente ne parliamo nei giorni scorsi.
           

 

Vince, perché uno spettacolo con le musiche dei suoi film?
Credo sia un doveroso omaggio ad un indimenticato artista. Rappresenta, insieme alle struggenti musiche di Nino Rota, un patrimonio fantastico della nostra cultura. Pensa che solo in Germania ci sono circa 15.000 locali che si chiamano “Fellini”. Un brand internazionale che ancora significa tanto.

Come è cambiato il percorso che deve fare un giovane artista per iniziare una carriera nella musica? Da una parte le sirene dei talent show in TV che promettono tanta visibilità e immediata fama, poi ci sono altri contest sul territorio, più o meno seri, e infine rimane la gavetta nei locali che propongono musica dal vivo dove però, come un cane che si morde la coda, ingaggiano chi ha già un poco di notorietà.
Allora, partiamo dai locali. Non è che devi essere famoso. Come succedeva anche una volta quando andavi a suonare nelle balere, i gestori ti chiedevano “Ma tu quanto pubblico hai? Quanta gente porti a comprare almeno una birra?”. Non pensare che sia una cosa nata da cinque o dieci anni, questo succedeva anche negli anni ’70. Quando avevo una formazione con il mio nome che comprendeva Ellade Bandini e Ares Tavolazzi, per esempio, diventava una battaglia farsi ingaggiare. La guerra era con Andrea Mingardi che quando andava al Kiwi di Piumazzo, per farti un esempio, riusciva già ad avere un seguito di 500 persone. Il sistema è vecchio come il mondo. Se tu non porti pubblico nel locale il proprietario ti lascia a casa. Potranno esserci anche delle eccezioni, ma di fatto rimangono tali.

Ma voi proponevate un vostro progetto o musica di altri?
No, una volta era solo cover. Fare repertorio inedito era un miraggio, qualcuno riusciva ad inserire qualcosa di proprio, ma di norma le situazioni che funzionavano meglio in termini di pubblico erano quelle dove si facevano cover.

 

La storia un poco si ripete. Visto che i ballerini di liscio, per questioni anagrafiche e problemi alle articolazioni, hanno ceduto il passo, così tutta la tribù dei celebri “orchestrali” si è riciclata nelle cover e tribute band…
È ovvio. Il chitarrista di Vasco Rossi, giusto per fare ipoteticamente un esempio, potrebbe ottenere un grande successo proponendo le cover di Jimi Endrix perché ci sono gli appassionati di quel repertorio che desiderano proprio risentirlo eseguito alla grande. I frequentatori di pub e birrerie se vogliono andare a gustarsi una serata in compagnia non vogliono ascoltare la trap o l’hip hop. “Vado lì perché lì fanno il repertorio dei Queen”, oppure dei Deep Purple o dei Pink floyd. Il rock è il collante del pubblico di una certa età.  Lo si nota anche nei grandi concerti. Se Elisa va in scena a San Siro fa 40.000 paganti. Gli AC/DC a San Siro ne portano ancora oggi 100.000. Il Rock è vivo. La musica di quella generazione funziona ancora.  Noi con il progetto ‘I musici di Guccini’ (in alto nella foto Flaco Biondini, Vince Tempera, Ellade Bandini e Antonio Marangolo) senza nemmeno un CD da presentare, non finivamo più di stare in tour. Come i Nomadi. La gente riempie sempre le location quando si presentano questi progetti. Paradossalmente, non interessa più di tanto ascoltare nemmeno nuove canzoni. È una passione per quel tipo di musica proposta ad alti livelli. Stessa cosa nel Jazz. Bollani magari non ha nessuna nuova composizione da proporre, ma per chi ama quel genere, sentirlo suonare in quel modo è già garanzia di una serata vincente.

Questo per la generazione “agé” diciamo. Per i più giovani invece? Meglio ancora: chi sono gli aspiranti nuovi musicisti e interpreti?
Quando vado ai concorsi sento le interviste ai partecipanti. Roba da fare cadere le braccia. “Canto perché mia nonna mi ha detto che sono bravissima”. Allora vai da tua nonna, verrebbe da dire… Alcuni arrivano accompagnati dai genitori, visibilmente annoiati per la corvè a cui sono sottoposti. Peggio ancora ci sono quelli che fanno da agente: “A scuola è la prima con quella voce… Perché non ha vinto?”. Tutti ragazzi e ragazze che mancano essenzialmente di esperienza di musica insieme. Sono in troppi quelli che studiano e si esibiscono da soli. Con le basi dei computer. In questi casi soprattutto manca la pratica musicale, la gavetta nei locali. Questo significa non sapersi rapportare con il pubblico. E soprattutto con i musicisti. Non avere affinità con la musica suonata dal vivo ma solo con le basi, finisce per compromettere la capacità di interpretare e di esprimere correttamente il testo. I cosiddetti “tagli”. E te ne accorgi anche in programmi importanti come XFactor. I vocal coach non sono in grado di risolvere questo gap. Mancano le basi: i “live”. Non chiedermi la soluzione, faccio solo una fotografia della situazione attuale. O meglio, di prima che arrivasse il Covid, adesso…

Tu sei stato Presidente di Giuria al Centro Milanofiori di Assago (in basso con i giurati, in una foto di Nick Soric) dove l’anno scorso, in collaborazione con L'Isola che non c'era, è stato esportato il format ‘Tieni il palco’. Un progetto nato a Shopville Gran Reno alle porte di Bologna e che in quattro anni ha permesso di esibirsi dal vivo ad oltre 1.000 musicisti. Che impressione ti sei fatto?
Bello. È proprio in situazioni come quella che si scopre subito chi non ha pratica. Quelli che ne hanno sono di solito chitarristi o cantanti di oltre 30 anni che suonano per passione, alla sera, magari dopo un turno in fabbrica. Loro hanno l’esperienza di tanti concerti e si vede, eccome. Ai ragazzi che incontro negli stage dove sono docente, consiglio sempre di suonare il più possibile nei locali o, in alternativa, di partecipare a tanti concorsi. È’ un modo per impratichirsi.

 

Esatto, suonare dal vivo. Capire come stare a tempo nel caso di un’incertezza da parte di un musicista che ti affianca...
Bravo, il problema sai qual è? Che gli organizzatori di concorsi per cantanti non pensano quanto potrebbe essere diversa la resa se si investisse in una band di supporto. Una formazione di professionisti, come succedeva una volta, a cui affidare una partitura. Questi leggevano a prima vista, facevano una prova un paio di giorni prima e poi ci si misurava con il pubblico. Quando avevo 18 anni e facevo dei piccoli concorsi a Milano funzionava proprio così.

Facendo un discorso più generale, forse c’è stato un fraintendimento. Molti pensano che la musica sia per tutti. E invece è un’amante molto gelosa che richiede dedizione e impegno.
Sì, bella questa metafora! L’altro giorno ho sentito che alle selezioni per Sanremo Giovani si sono iscritti in un migliaio. È ovvio: quando si ascoltano in TV degli interpreti modesti e con poco talento tutti pensano di poter essere a quel livello. E così finiscono per intasare i canali di selezione magari bloccando quelli che davvero possiedono quel qualcosa in più. Numeri di proposte così grandi, esagerati, creano questo effetto.

E del rap, della trap, consa ne pensi? Questo modo di comunicare molti pensano abbia senso quando racconta il profondo disagio sociale degli slum degradati delle metropoli americane. Vale anche se importato qui da noi?
In parte sì e in parte no. Mahmood, per esempio, viene da una zona periferica di Milano che non è proprio un ghetto, ma lo ricorda. Lui è credibile. Sono discutibili questi ragazzi, possono non piacere alla borghesia che guarda la RAI, ma sono un’espressione della realtà. Quando nacque il Beat, i capelloni non piacevano a quelle stesse persone. È sempre stato così.

Ma quando i giovani artisti ti implorano un consiglio che cosa rispondi di solito?
Intanto non deve esserci il mito del “pezzo di carta”. Ci sono diplomati al Conservatorio che sono delle eccellenze, ma di contro altri imparano cose a memoria e rimangono degli asini. Ma tornando a quello che dicevamo prima, credo che sia l’ora di mettere da parte il computer e trovarsi personalmente, fisicamente, con altri musicisti. Non solo con quelli della propria band, ma anche con altri che sentono visceralmente questa passione e vogliono vivere di musica. Occorre scambiarsi opinioni, condividere gli ascolti di nuovi artisti, discutere sui prodotti discografici… Ecco: lo scambio di informazioni un tempo era la “professione”. Adesso incontro giovani che mi raccontano “La mia maestra di canto dice… Il mio vocal coach sostiene che...”. Un disastro. E come ultimo consiglio a chi vuole veramente fare questo lavoro io dico sarebbe bene prendere la valigia e trasferirsi a Roma, Milano o comunque una grande città. Magari di giorno si lavora in una gelateria per mantenersi, ma poi la sera si va a suonare o a frequentare i locali dove si suona, incontrando altri come te. La professione parte da qui.

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