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Vincenzo Zitello

Ascoltando la voce del Bardo nascosto nelle sue arpe

Il suono dell’arpa riempie l’animo di pace e trascina la mente verso il mare aperto delle suggestioni. È un suono antico che va immaginato, accompagnato, domato, tenuto a bada perché la sua potenza evocativa potrebbe fare scaturire, in chi ascolta ed in chi suona, reazioni potenti dal punto di vista emozionale. Arpa classica, dal suono tenue e a volte etereo, ma anche arpa celtica ed arpa bardica, strumenti del nord Europa. Strumenti forti, antichi, coriacei, gagliardi, che sprigionano energia ma capaci anche di raccogliere, contenere, quasi nascondere. In Italia abbiamo un artista che nel suono delle arpe ha costruito una carriera grazie al suo straordinario talento. Lui risponde al nome di Vincenzo Zitello e lo abbiamo incontrarlo per farci raccontare a che punto del suo percorso creativo è arrivato il suo viaggio… -----------------------------------------------------------    

 

Quale la spinta che ti ha portato a guardare al suono “celtico” e ad abbracciare lo studio dell’arpa bardica e celtica in tempi in cui questo tipo di sonorità era fortemente di nicchia?
Oggi credo di poterlo dire con una certa sicurezza e coscienza, dopo quasi tutta una vita dedicata all’arpa celtica e alla musica: ciò che ha influenzato il mio percorso iniziale e la scelta di quelle latitudini e di quei mondi sonori “celtici” è stato un processo istintivo. Non mi interessava diventare ‘famoso’, mi bastavano le sensazioni che mi trasmetteva suonare lo strumento, riempiva il vuoto che avevo, quel malessere esistenziale che mi aveva portato alla musica nella prima adolescenza. È stato un percorso non facile, lontano da quello che banalmente circolava all’epoca: era il 1977 e trovare un’arpa celtica era difficilissimo e così anche farsi ascoltare; dovevi essere veramente convinto di quello che facevi. Ma suonare mi dava pace, sentivo che quello era il mio ‘compito’ e infatti questa passione è cresciuta e non mi ha mai abbandonato, e dura tutt’ora, da ben 43 anni. Lo studio della musica celtica è stato portato avanti anche attraverso alcuni stage in Bretagna che hanno dato un senso più reale alla mia ricerca.
Già nel 1980, componevo musiche per arpa che si ispiravano al mondo bretone ed erano apprezzate ed eseguite da arpisti tradizionali importanti, e fu così che conobbi Alan Stivell nel 1980. Avere un contatto con la sua forza evocativa racchiudeva quello che cercavo nella musica già a quindici anni.

Quali le differenze fondamentali tra arpa celtica ed arpa bardica e quali difficoltà si incontrano nello studio di questi strumenti?
Per far capire la differenza a chi non conosce questo strumento potrei dire, semplificando, che ci sono le stesse differenze che intercorrono tra la chitarra classica con corde in nylon e la chitarra folk con le corde in metallo. Per entrare più nello specifico, posso dire che le tecniche per suonarle sono simili ma le risposte sotto le dita sono completamente diverse. Il suono dura più a lungo, addirittura il doppio sulle arpe bardiche con corde metalliche; un'altra differenza è che l’arpa con le corde in nylon normalmente non necessita di unghie mentre l’arpa con corde in metallo sì. Questo cambia il modo di pizzicare le corde e fermare il suono, le dita fungono da smorzatori e questo complica le esecuzioni di brani molto veloci, ma è un problema che viene risolto attraverso lo studio.
Non tutti sanno che il termine Arpa bardica è stato inventato dal padre di Alan Stivell, costruttore di arpe. In realtà il vero nome dello strumento è Arpa irlandese o Clasach in Gaelico, e la vera arpa celtica ha le corde in metallo.

Quante ore dedichi allo studio dello strumento e, oltre all’arpa, in tutte le sue versioni, quanti altri strumenti suoni?
L’arpa è il mio strumento preferito, quello che suono da più di 42 anni e quasi tutti i giorni le dedico una media di tre ore; nelle altre ore rimanenti scrivo e compongo nuova musica e, a piacere, alterno lo studio di altri strumenti come gli archi, i flauti, qualche ancia o strumento etnico come il santoor o strumenti cinesi. Poi mi piace suonare il Theremin o la Lama sonora, tutti strumenti che si trovano nei brani pubblicati nei miei album. Penso che a volte faccia bene suonare altri strumenti, rivitalizza la musica.

Quale genere di musica ascolti abitualmente e quali gli artisti che ami in particolare?La musica che ancora oggi mi incanta è certa musica classica con composizioni che variano dal Medioevo alla contemporaneità. Sono affascinato soprattutto dalla progettualità degli strumenti acustici. Un atro genere che mi affascina è il folk: trovo che la musica etnica abbia in sé la memoria collettiva del popolo che l’ha generata, in molti secoli ha variato l’estetica ma non l’essenza. Mi interesso anche di elettronica, dei sistemi modulari, di cui posseggo alcuni modelli, ma ci vorrebbe più tempo per lo studio e la sperimentazione. Chissà, magari realizzerò qualcosa più in là nel tempo.

Hai avuto, tra i tuoi ‘miti’, un insegnante come Alan Stivell (con il quale hai mantenuto un rapporto di amicizia) e hai poi collaborato in maniera ufficiale nell’album “Uman-Kelt” del 2019. Quale l’insegnamento più importante ricevuto da questa figura carismatica del suo suono generalmente definito ‘celtico’?
Come dicevo conosco Alan Stivell da 40 anni, un grande artista che si considera “ancora” uno sperimentatore. Detto da un musicista tradizionale può sembrare strano, ma è davvero così. È un uomo dai grandi sogni e con il senso della tradizione come punto di partenza e non di arrivo. Lui è cosciente di vivere un tempo diverso da quello che ha conservato la tradizione, è per questo che cerca sempre di riproporla attraverso il suo punto di vista. Alan è stato un riferimento mondiale, un grande “padre” che ha indicato la strada a molti arpisti, me compreso, e ai tanti musicisti della cosiddetta musica celtica o folk. Mi ha insegnato ad andare avanti nella ricerca, a “reinventare” l’arpa celtica e prendere spunto dalla sua tecnica e dal suo modo di intenderla, un grande esempio sia dal punto di vista umano che artistico.

Nel 1975 partecipi alla tournèe di un gruppo musicale (Telaio Magnetico) formato da Franco Battiato, Roberto ‘Juri’ Camisasca, Mino Di Martino, Lino ‘Capra’ Vaccina, Terra Di Benedetto, Roberto Mazza. Che ricordo hai di quella tournèe, della reazione del pubblico ad un set molto sperimentale e di quel tempo dal punto di vista artistico e sociale?
Ne ho un ricordo indelebile, dalla partenza a Milano da casa di Franco Battiato al mio ritorno a casa. Avevo diciannove anni appena compiuti e suonavo la Viola e fu un’occasione memorabile nella quale mi divertii tantissimo e soprattutto imparai molto. Compresi che la ricerca è tutto nella musica. Il pubblico prese la nostra musica, anche se molto sperimentale, con la proverbiale disponibilità degli anni ’70.   

Nel 1985, ancora molto giovane, vieni premiato con la “Gondola d’Argento” alla Mostra Internazionale di musica leggera a Riva del Garda con il gruppo composto insieme a Saro Cosentino che prese il nome di Asciara. Hai pensato che quel riconoscimento fosse una sorta di “accettazione” del suono celtico all’interno della discografia nazionale?
Anche quello fu un evento davvero strano: vincere la Vela d’argento con un brano cantato in Gaelico e Bretone. Il nome Asciara significa “lava” in dialetto siciliano, un nome suggerito da Battiato che allora ci aveva prodotti. Lo accogliemmo volentieri perché le nostre origini, sia mie che di Saro, sono legate a quella terra (io sono per metà siciliano e per metà emiliano e lui per metà siciliano e metà romano). Battiato aveva arrangiato insieme a me e Saro Cosentino i due brani Fill con cui vincemmo il premio e Maren, il retro del 45 giri, tutti e due i brani erano un medley di quattro brani della tradizione celtica. Gli Asciara non sopravvissero come gruppo, però quella vincita mi permise nel 1988 di firmare il mio contratto con la CBS Epic. I tempi erano maturi anche per l’arpa celtica, che aveva affascinato anche il pop e la canzone d’autore.

Hai partecipato ad una miriade di album di artisti di varia estrazione musicale (credo oltre cento). Quale il tuo approccio alle richieste dei musicisti che ti chiedono un intervento con le arpe?
Sono sempre incuriosito da chi mi chiede una collaborazione con l’arpa e amo le collaborazioni, l’unica condizione che pongo è quella della libertà creativa, naturalmente sempre nel rigore del senso di ciò che si sta facendo e a patto che vada bene a chi mi ha invitato. Se c’è uno spartito, preferisco declinare l’invito. 

Tra i vari musicisti per i quali hai suonato mi colpiscono i nomi di Ivano Fossati e Alice. Quali i tuoi ricordi per queste collaborazioni?
Nel 1988 incomincia la mia collaborazione con Ivano Fossati, un incontro che ha segnato moltissimo il mio percorso musicale. Ho collaborato con lui in molti album e partecipato a tante sue tournée. Ne è nata una grande amicizia con lui e con tutti i componenti della sua band; fu una magia partecipare alla sua musica perché percepivo che stava scrivendo una parte della storia della canzone italiana. Con Alice abbiamo avuto invece una collaborazione più breve, scrivendo un paio di brani per i suoi album. È una persona profonda e sensibile, una cara amica.

C’è un artista con il quale ti piacerebbe collaborare per dare il tuo contributo sonoro?
Mi piacerebbe lavorare con qualche giovane e portare l’arpa in ambienti dove non è conosciuta, ma non ho un nome di preciso. L’anno scorso mi è stato proposto di andare a Sanremo con un giovane e di usare anche il mio cognome abbinato al suo, ma non ho accettato, perche l’arpa non aveva uno spazio interessante. Io sono sempre disponibile ma per mettermi in gioco devono essere situazioni che mi affascinano e mi rappresentino.

La tua discografia è composta da undici album, l’ultimo dei quali, “Anima Mundi”, è un viaggio nel mondo degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Quali le motivazioni che ti portano a costruire album di particolare suggestione sonora?
I miei album sono sempre collegati alla mia vita privata, alla mia ricerca e non si disgiungono dalla mia vita reale; sono solo attento ad ascoltare cosa mi viene suggerito dagli incontri e dal mio vivere quotidiano. I Tarocchi e soprattutto gli Arcani Maggiori, mi hanno sempre incuriosito, ma tutto in questo caso è scaturito dall’incontro con un libro ‘La via dei Tarocchi' di Aleandro Jodorowsky e Marianne Costa, la cui lettura ha fatto scattare la mia creatività. Accarezzavo da anni giovanili un concept album, mi piaceva l’idea di non considerare i Tarocchi come strumenti di divinatori ma di introspezione, di comprensione più profonda. Il lavoro era difficile perché composto da 22 brani attraverso i quali ho voluto dare la mia impressione personale di quel mondo e per farlo ho dovuto anche lavorare molto su di me.

I tuoi concerti avvengono, quasi sempre, in luoghi molto particolari e ricchi di suggestione (Chiese, Abbazie, luoghi di montagna, etc.). In questi luoghi particolari senti un ‘qualcosa’ che rafforza la tua musica e come giudichi le reazioni del pubblico?
Ho la fortuna di fare tanti concerti e tutti in luoghi unici: per prima cosa non c’è mai bisogno della scenografia e questo mette lo spettatore in una condizione straordinaria, un'altra cosa è che reale non è ricostruita, questo è meraviglioso e permette di sincronizzare le proprie libertà e il proprio spazio in modo libero. La musica fa il resto. Cerco sempre un contatto vero e sentito attraverso la mia arpa con il pubblico. Il racconto di ciò che suono fa parte delle pratiche bardiche, ma poi è la musica che narra la storia, la suggestione. Devo dire di essere fortunato poiché vengo ripagato dal pubblico che si emoziona e mi emoziona.

Negli ambiti che frequenti, incontri giovani interessati allo studio delle arpe?
Moltissimi giovani si avvicinano all’arpa celtica e mi sono accorto di essere uno dei loro riferimenti. Lo strumento gode di una sorta di revival, le tante scuole tra il classico e il folk proliferano in tutta Italia e anche gli arpisti.

Tra la fine degli anni ’80 e negli anni ’90, la musica celtica ha vissuto, in Italia, una grande stagione, supportata anche da molte pubblicazioni sia discografiche che di saggistica sul tema. A tuo avviso, perché quella forte tensione si è poi rapidamente affievolita fino a lasciarti, insieme a pochi altri, con il vessillo di questa esperienza?
Credo che la società si sia ‘evoluta’ verso altre forme e linguaggi: quella che abbiamo visto tra gli ’80 e i ’90 è stata il frutto degli anni ’70, parecchi stili nascono in quel tempo, dove le frontiere musicali erano solo la buona e la cattiva musica. Il raffinamento e la grande comunicazione e diffusione della musica di oggi hanno tolto molto del vecchio sistema, ciò che non interessa più viene accantonato immediatamente e così anche il valore e l’unicità dei percorsi artisti. Una volta Battiato mi disse che è facile fare un primo e un secondo album, il difficile è farne dieci ed essere sempre emozionanti. Oggi per resistere bisogna avere una solida credibilità che è fatta di coerenza con ciò che si rappresenta e la cosa difficile è attraversare le generazioni. Non a caso oggi c’è molta gente che suona ma pochi che lasciano un segno, ma di questo ne parlerà la storia, così come della profondità artistica. 

La pandemia ha lasciato segni pesanti sugli artisti e su tutto il mondo che vi ruota attorno. Come hai vissuto questa situazione e come vedi il futuro?
La Pandemia ha solo accelerato un processo già in atto da tempo. La crisi che sta attanagliando il settore musicale non è una novità, tutto e cambiato e come al solito si fa fatica a mettersi al passo con i tempi attuali. Ogni genere e mondo musicale ha i suoi fruitori e questo ha diviso ancora di più il mercato, portando il pubblico ad apprezzare situazioni e musiche diverse e questa è una cosa positiva. Nelle play list dei giovani trovi generi diversissimi, una grande offerta e questa cosa mi emoziona e mi piace, penso sia giusto così, avendo tutte queste possibilità nel digitale, si è liberi di scegliere la musica che si preferisce. 

Attualmente stai lavorando a brani (o album) nuovi?
Ho appena completato due album. L’assenza di concerti e la chiusura forzata del lockdown mi hanno ispirato, non mi sono fatto cogliere dalla pigrizia e catturare dalla TV, ho cercato di reagire, e per me l’unico modo per farlo è stata la creazione musicale. Eravamo vittime di un mostro che con i nostri prodigi umani dovevamo sconfiggere, ho così pensato ad una terra di mezzo non popolata da Dei o da uomini, ma da esseri che rappresentassero alcuni lati oscuri di entrambi le figure, il buio e la luce. Mi sono lasciato ispirare dal bestiario medievale rivisitando otto figure mitologiche che lo compongono: la sirena, il basilisco, la chimera, il drago, il grifone, il centauro, la fenice e l’unicorno. Ne è nato un album dal titolo Mostri & Prodigi di prossima uscita.  L’altro album, a cui sto ancora lavorando, è stato ispirato dalla lettura di un libro della saggista Elisabetta Motta sul tema ‘La rosa’, che propone la lettura di nove poeti contemporanei che legano la loro produzione poetica a tale fiore: Fabio Pusterla, Alberto Nessi, Mariangela Gualtieri, Donatella Bisutti, Davide Ferrari, Fabio Franzin, Tiziano Fratus, Mariangela Gualtieri, Corrado Bagnoli. La lettura dei loro testi e l’immaginario ricchissimo che tale fiore porta con sé mi hanno ispirato e nel giro di pochissimo tempo sono nati nove pezzi eseguiti con la sola Arpa Antica Irlandese, che accompagno i componimenti poetici. Suggestioni poetiche e musicali si sono fuse dando vita ad un percorso personale che ha visto riaffiorare dalla memoria ricordi legati all’infanzia (il ricordo di quando ero bambino e “rubavo” le rose per regalarle a mia madre) mescolati ad impressioni e sentimenti amorosi legati all’oggi.

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Che fosse un artista pieno di inventiva lo sapevamo ma che lavorasse a più album contemporaneamente questo no, ci era “sfuggito”. Ma d’altra parte quando un musicista può definirsi pluristrumentista a tutto tondo, nulla può essergli precluso. Quindi, restiamo in attesa…

 

 

 

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