Ci puoi ..." />

ultime notizie

Nuovo album per Nada

  di Alberto Calandriello Ottime notizie dalla Toscana. Esce infatti il 7 ottobre il nuovo album di Nada, intitolato La paura va via da sé se i pensieri brillano, edito da ...

Alessandro Grazian

Ad est (in seppia)

Alessandro Grazian, cantautore padovano, ci racconta il nuovo lavoro Indossai, che a differenza dell’album d’esordio “Caduto”, crepuscolare ed intimistico, apre l’autore a ciò che gli ruota intorno ed accompagna l’ascoltatore in un’esperienza salgariana, attraverso luoghi sconosciuti e sensazioni mitteleuropee che finiscono magicamente per appartenergli.


Ci puoi parlare delle ispirazioni alla base di “Indossai”, che conduce dritto alla Mitteleuropa? E poi come mai questo interesse per il passato?
“Indossai” è un disco con cui ho cercato di mettere a fuoco molte mie passioni e influenze, non solo musicali. L’ho vissuto come un’occasione per ridefinire i miei confini: a differenza dell’album d’esordio, nelle canzoni di “Indossai” ci sono nomi, luoghi e storie. In sostanza ho lasciato che le canzoni si nutrissero di tutto ciò che mi sta a cuore e durante la lavorazione del disco respiravo forti suggestioni mitteleuropee a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Il passato è il bacino da cui continuo ad attingere, sia come ascoltatore/osservatore sia esponendomi a livello creativo.

In tal senso immagino vadano anche le foto inserite nel booklet del disco, per il quale hai aperto l’album di famiglia (oltre alle tue due immagini in seppiato). Come mai questa voglia di aprirsi al pubblico mostrando il proprio passato, le proprie radici? E in generale ci puoi parlare della scelta grafica che hai fatto, in fondo più che un cd sembra di avere fra le mani un oggetto d’altri tempi, legato alla memoria, ai ricordi…
Quando ho cominciato a lavorare all’artwork del disco cercavo qualcosa che completasse con le immagini i contenuti dell’album, ma volevo evitare di essere didascalico e di cadere nel revivalismo. Un giorno mi sono imbattuto in alcune vecchie foto di famiglia e mi è sembrato di avere trovato quello che cercavo. Semplificando potrei dire che le foto raccontano le mie radici e le canzoni raccontano le mie ali, ma ovviamente c’è molto di più.

Come mai hai scelto “Indossai” per dare il titolo al tuo secondo lavoro?
“Indossai”, oltre ad essere la canzone che apre il disco, è un titolo al passato remoto, un po’ come l’album. Per me Indossai è la canzone che ha dettato un po’ le coordinate stilistiche del nuovo lavoro: è un brano con cui tutti gli altri pezzi si sono dovuti confrontare.

In questo album crei delle atmosfere magiche, eleganti ed anche storiche, ci sono i musicisti del tuo primo lavoro e qualche new entry, quanto hanno contribuito alla stesura musicale dei tuoi brani i tuoi collaboratori?
Durante la lavorazione del disco ho avuto l’opportunità di coinvolgere numerosi musicisti. Grazie alla complicità di Enrico Gabrielli, di Nicola Manzan e di tanti altri collaboratori, sono riuscito a sviscerare completamente le mie “urgenze sinfoniche”. Fin da subito ho pensato ad un album ricco di musica e così la produzione artistica l’ho curata personalmente e gli arrangiamenti sono stati scritti da me e, a seconda dei brani, co-arrangiati e sviluppati con i musicisti.

La raffinatezza della tua musica avvolge e contemporaneamente sembra condurre in un mondo parallelo, nel passato di ognuno di noi, un mondo teatrale e classico. Tale approccio non potrebbe non renderla di facile lettura. Quanto incide e se incide il rapporto con il pubblico?
Confesso che realizzando questo disco non mi sono posto il problema di quanto le canzoni potessero essere accessibili di primo acchito; ho cercato piuttosto di scrivere qualcosa di importante per la mia idea di musica e mi piace pensare che questa onestà intellettuale ha dato buoni frutti. Il mio pubblico è molto vario, ci sono anche ragazzi molto giovani che mi scrivono per dirmi che apprezzano il mio modo di scrivere.

Ma è stato faticoso arrivare a pubblicare questo secondo lavoro?
È stato molto faticoso perché il disco era molto ambizioso sul piano della realizzazione e io dovevo fare i conti con i ritmi e le risorse di un’autoproduzione. Tuttavia la mia etichetta discografica Trovarobato ed Enrico Gabrielli (che è il produttore esecutivo del disco) hanno creduto molto nel nuovo album e così, nonostante le mille difficoltà che una realtà indipendente deve affrontare, ce l’abbiamo fatta.

Come mai un trentenne come te è così profondamente legato alla chanson française? Come mai la senti così affine alla tua indole e come ti sei avvicinato ai grandi maestri?
La mia curiosità mi ha avvicinato alla musica francese diversi anni fa; la musicalità della lingua francese e il “carattere” di certi suoi autori mi ha intrigato da subito. Il fatto che Ferré, Brel o Françoise Hardy siano pochi conosciuti in Italia è un vero peccato.

La tua maniera di essere cantautore ti accomuna a personaggi d’altri tempi, non a caso poi scegli di citare E’ vero di Bindi, ce ne parli un po’?
Della musica di Umberto Bindi mi piace la componente sinfonica e la citazione che faccio in Ballata è stata assolutamente spontanea. Quella porzione di È vero che cito la sentivo in qualche modo iscritta nell’andamento ciclico che aveva la canzone che stavo scrivendo io. È il mio modo di omaggiare un autore che apprezzo e che purtroppo è sconosciuto ai più.

Le tue scelte sia a livello di citazioni che di utilizzo della lingua non sono mai scontate, al contrario sono ricercate, basti pensare al tilacino che utilizzi in Acqua. Come mai scegli queste vie di espressione?
Preferisco evitare certe parole e mi piace l’idea di usarne alcune meno inflazionate. C’è un intenzione poetica molto precisa dietro questo mio modo di scrivere ma è anche un fatto naturale per me. Mi limito ad attingere dal mio immaginario: per me è davvero più spontaneo parlare di un tilacino che di calcio!

Acqua tra le altre cose cita anche il celebre «acqua azzurra, acqua chiara» di Battisti…
Acqua
è l’ultima canzone che ho scritto per “Indossai” e sono consapevole di quanto sia ingombrante la scelta di citare parole che subito rimandano alla coppia Battisti-Mogol. Ma mi affascina il potere che nell’immaginario collettivo hanno certi accostamenti di parole rievocanti slogan o versi celebri: volevo tentare l’equilibrio su questo pericoloso crinale.

Prima di concludere ci puoi parlare anche di A San Pietroburgo?
A San Pietroburgo
è un brano che contiene la mia urgenza di scrivere musica evocativa, quasi cinematografica. In questa canzone ho cercato di fare nomi, di dare coordinate geografiche, di parlare di assenze e di fare un’esperienza un po’ salgariana di scrittura, visto che a San Pietroburgo non ci sono mai stato.

E infine, tornando a quanto dicevamo all’inizio di questa chiacchierata, le radici, questa regione, la tua famiglia quanto sono importanti per la tua arte? Ritieni che essere rimasto qui a Padova invece che andare a cercare fortuna a Milano o a Roma abbia preservato la tua originalità artistica?
Penso che ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. Vivere a Padova mi ha garantito una libertà creativa che forse non avrei avuto nelle grandi città dove le scene sono ingombranti e decidono il buono e il cattivo tempo di un percorso artistico. Ovviamente una vita non può essere fatta solo di sottrazione ed io non posso permettermi di costruire un progetto senza avere anche contatti umani, artistici e di lavoro con l’esterno. Ad esempio frequento spesso Milano perché è una città che mi permette di tenere viva la mia attività di musicista.



(23/12/2008)

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


Altri articoli su Alessandro Grazian