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Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera

Michele Gazich

28 Novembre 2021, domenica pomeriggio. La giornata è tipicamente autunnale, tendente all’inverno. Sullo sfondo il lago di Garda, sponda bresciana, che in questa stagione, con il cielo punteggiato di nubi e qualche timido raggio di sole che cerca d’infilarsi, è velato di malinconia. Giunti a Gardone Riviera la segnaletica indica di svoltare a sinistra e di salire verso il Vittoriale degli italiani, luogo simbolo di un’epoca, dimora di Gabriele D’Annunzio e scrigno della sua poesia e della sua arte. Direttamente da Michele Gazich, con una telefonata, mi è giunto l’invito a partecipare alla presentazione di Argon, suo ultimo e recente album di canzoni. Ho così l’occasione per rivedere, anche se solo con uno sguardo rapido e panoramico e con la luce che sta morendo, questo luogo magico, anche se a fine Novembre inevitabilmente un po’ tetro.

Michele Gazich nasce come musicista (violinista) ma passo dopo passo si sta ritagliando un ruolo importante nell’alveo della canzone d’autore italiana, tra gli ultimi baluardi di un filone che sta svanendo, sommerso dal mercato, dal business e forse anche dalla scarsa attenzione verso tutto ciò che si nasconde oltre la superficie delle cose (e dei sentimenti, dei cuori e delle menti). Michele Gazich, di fronte a questo scenario, ci invita, ci intima a non arrenderci, ci sprona a rimetterci in cammino, per andare a scovare e riportare alla luce tutto ciò che si nasconde “nei dettagli”. L’Auditorium del Vittoriale è uno spazio intrigante, forse un po’ opprimente, sul capo del pubblico pende l’aereo S.V.A. con il quale il 9 agosto 1918 D’Annunzio volò su Vienna. Il palco è scarno, riempito da una struttura grigliata sospesa, un paio di immagini del Vate, i pochi strumenti (piano, violoncello, chitarra, bouzouki, violino, campanella). Introduce il concerto in maniera splendida Maurizio Matteotti, responsabile dell’area culturale del Giornale di Brescia e profondo conoscitore di Michele Gazich. Il giornalista chiarisce subito che la presentazione live di Argon è un evento vero, da parte del più internazionale degli artisti bresciani, citando la sua collaborazione con la pluridecorata Mary Gauthier, alla quale aggiungiamo noi quella con l’ottimo Mark Olson e con il grande Eric Andersen. Nonostante questo suo curriculum, per ospitare Gazich sono dovuti intervenire la Fondazione Il Vittoriale degli italiani e il Comune di Gardone Riviera, mentre Brescia, città natale di Michele, forse non si rende ancora conto della fortuna di avere un artista di tale levatura come concittadino. Ad ogni modo negli ultimi anni il Vittoriale, in particolare con la rassegna “Tener-a-mente” è diventato uno dei luoghi musicali importanti a livello internazionale, decisamente un passo avanti rispetto al capoluogo. Questo rende onore alla Fondazione Il Vittoriale e credo possa essere un vanto per Michele Gazich poter presentare qui Argon.

Torniamo però al palco che, se appare spoglio prima del concerto, appena Michele “scende in campo” si riempie immediatamente di good vibrations. Michele rende subito omaggio alla new entry Giovanna Famulari, voce e violoncello, spesso a fianco di Mario Castelnuovo, che “grazie” al lockdown è riuscita ad incontrare Michele Gazich. Ma la vera roccia su cui Gazich si appoggia da molto tempo, dal 2010 per l’esattezza, anno del secondo disco "Dieci esercizi per volare", è Marco Lamberti, chitarra, bouzouki e corde varie, nonché “maestro dell’anima”, come lo definisce l’“ebreo errante”, oggi cantautore solenne. “Buonasera Amici! Buonasera Gabriele!” con queste parole Michele Gazich, con barba e capelli rasati, apre il concerto e subito attacca col violino Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F., brano strumentale dedicato a Paolo Finzi (storico fondatore e anima della rivista A, scomparso nel 2020) inserito in Argon e già da qualche mese in rete grazie ad un video registrato nel magnifico battistero (1089 -1105) di Concordia Sagittaria - Ve (clicca qui per il video).  Il secondo brano è ormai un classico del repertorio di Gazich, Guerra civile, inserito nel suo album d’esordio del 2008, "Dieci canzoni di Michele Gazich". La song è una sorta di manifesto artistico-culturale del suo autore, con liriche come “Dio sopravvive nei dettagli, nelle crepe dei centri commerciali”, “È guerra civile, la Domenica impiccano i poeti. È Guerra Civile, in piazza uova di serpente”, che rimanda al film 'Uova di serpente' di Ingmar Bergman, ambientato nella Germania degli anni ’20, che già lasciava presagire ciò che sarebbe accaduto pochi anni dopo. Segue La maga e lo straniero, quindi tocca alla title track Argon, con la doverosa spiegazione di Michele Gazich: “L’argon come sapete è un gas inerte nobile che a fatica si combina con gli altri. Ed è anche il titolo di un capitolo del libro 'Il sistema periodico' che Primo Levi pubblicò nel 1975. L’argon è spesso ai margini ma mai marginale. Non è come le multinazionali”. Ad affiancare nel brano Michele Gazich c’è la bravissima cantante di origine armena Rita Tekeiann. La canzone è ambientata nella comunità degli ebrei piemontesi, ed è una sorta di preghiera di liberazione, che cade particolarmente attuale.

Sul palco Gazich è magnetico, un grande affabulatore capace di valorizzare i suoi collaboratori, di prendersi la scena, di entusiasmare col suo violino, di recitar-cantando alla maniera di Leonard Cohen. Chi lo ha seguito lungo tutto il suo percorso non può non riconoscere una crescita esponenziale della sua personalità artistica. Le sue solide basi classiche si inseriscono in un percorso che resta popolare per le tematiche di grande respiro ma che allo stesso modo rifiuta e si oppone a tutto ciò che è populista. La sua musica ora è quella di un cantautore, che lavora incessantemente sulla sua vocalità, trasformando una voce restata per tanto tempo nascosta e mai coltivata in uno strumento che si inserisce perfettamente in questo progetto sonoro. E qui si comprende un’altra grande dote di Michele, ottimo musicista, fine intellettuale, ed oggi cantautore intelligente, che cerca di dare alla dimensione cantautorale nuovo lustro e nuovo slancio, in una fase storica che tende ad emarginare la canzone d’autore. Facendo cadere lievi rintocchi su una campanella, Michele Gazich si dirige verso il pianoforte per eseguire uno dei pezzi più intensi del suo repertorio: Nel buio della notte, tratto dal suo album forse più completo, "Le vie del sale". La canzone è ispirata dal carmelitano San Giovanni della croce, dottore della Chiesa e grande poeta d’amore, artefice della teologia notturna, che ha già conquistato altri musicisti contemporanei tra cui ricordiamo Loreena McKennitt con la sua The dark night of the soul. Un percorso verso Dio che passa attraverso l’oscurità. Canzone magnifica, con il violoncello volutamente scordato di Giovanna Fabulari, alla ricerca del suono più adatto. Un viaggio al centro della notte, “è dove voglio andare”, là dove “nera la notte nera”. Michele Gazich riprende il violino, è Come Giona, non può sfuggire al proprio destino, ed è questo il senso della canzone. Fu Dio, con mezzi coercitivi, a costringere Giova a seguire la propria strada lastricata di fatica e di sofferenza. Ma quella era la sua strada.


Giunge ora una macro canzone e suite insieme, Il Vittoriale brucia, per Gabriele D’Annunzio, che visse in questa casa dal 1921 al 1938. C’è una certa empatia con Gabriele D’Annunzio, un sentimento vero che lega il Vate a Michele Gazich, il quale racconta un episodio fondamentale della vita di Gabriele D’Annunzio. Il 13 Agosto del 1922 il poeta cadde e si ruppe la testa, rimase subcosciente per alcuni giorni e ci vollero due mesi per recuperare. Dopo questo episodio fu tagliato fuori dalla scena politica, e si dedicò alla scrittura, scrivendo testi immortali come 'Il libro segreto', modificando anche il senso della sua traiettoria politica, trasformandosi gradualmente in a-fascista e infine quasi anti-fascista. E così, tra canzoni e racconti il concerto cresce, Michele Gazich coinvolge sempre di più il trio, nel quale Giovanna Fabulari emerge per la sua poliedricità, tra canto, suono e presenza, mentre Marco Lamberti si conferma il play maker del suono. Scivolano intriganti altri brani di Argon, il già citato Il Vittoriale brucia ha un incedere alla Battiato, con la voce crepuscolare di Gazich che canta “L’ignoranza di tutti i tiranni che uccidono i poeti, che rinchiudono i poeti”. Alice la bambina è una canzone sulla deportazione dagli ebrei dall’Isola di Servola nel 1944, nessuno ne uscì vivo. La biblioteca sommersa sembra una storia italiana, realmente accaduta invece a Colonia, il 3 Marzo 2009, nella superorganizzata Germania. Durante i lavori per la costruzione di un tratto della metropolitana i libri della Biblioteca di Koln furono inghiottiti dalle acque del fiume sottostante, l’emblema dell’Europa di oggi, priva di memoria, con il violoncello di Giovanna Famulari sempre in bella evidenza. “Das wasser, es begrub die bücher”. È la volta di trittico di canzoni dedicate ai poeti: L’angelo ucciso, dedicata a Pier Paolo Pasolini, è “Il silenzio dei senza Dio che pregano in banca, che pregano in chiesa”; quindi Il fuoco freddo della luna, per Ingeborg Bachmann, ebrea che morì nel suo letto a Roma, una sorta di strega bruciata. E poi a chiudere Il latte nero dell’alba, brano tratto da una poesia di Paul Celan, testimone dell’Olocausto, come Ingeborg Bachmann. “Vivere scrivere, cicatrizzare l’odio: vivere, scrivere, anche se tutto intorno muore. Vivere, scrivere sento il rumore delle nuove catene”. Applausi, ringraziamenti. Tra il palco e il pubblico si costruisce un ponte attraversato da emozioni condivise e vissute con grande pathos. C’è spazio anche per uno struggente omaggio ad un cantautore recentemente scomparso. “Cosa avrebbe detto Claudio Lolli se fosse stato qui stasera?”, così Michele Gazich introduce Claudio è vero, contenuta in Argon, recuperando ricordi di un tempo lontano, di “una festa triste per uomini tristi, nella quale Claudio dispensò pane e poesia. Era un poeta buono senza vanità, “tremendo senza alcuna ambiguità”. Non serve commentare, basta lasciar scorrere le parole di questa canzone: “Ci hanno invitati al funerale dell’Utopia ma tu eri morto e non ti hanno trovato”. “Ci hanno dato una stella e un foglio di via”. “Siamo vivi o semivivi in corridoi di solitudine infinita”, “Poeta sconfitto io ti dico che non hai mai perso”.  Chiusura degna per un bellissimo avvenimento, un concerto totale nel quale tutti i sensi sono stati coinvolti, il cuore, l’anima e il cervello. Bravissimo Michele Gazich e bravissimi i musicisti che lo hanno accompagnato, con la “voce celestiale” di Rita Tekeyan a impreziosire una serata che mai dimenticheremo. Ringraziamento finale doveroso e sentito per il Service di Mario Chiappini e al fidato fonico Paolo Costola.

Foto di Giuseppe Verrini

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In dettaglio

  • Data: 2021-11-28
  • Luogo: Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera
  • Artista: Michele Gazich

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